Ecco chi era il mullah Mansour, il leader talebano ucciso da un drone Usa

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Akhtar Mansour

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Trova definitiva conferma la morte del leader dei talebani afghani, il mullah Akhtar Mansour, ucciso venerdì notte da un drone Usa in un’area al confine tra Pakistan e Afghanistan. Oltre alla conferma da parte di un comandante talebano, il mullah Abdul Rauf, è giunta anche quella attraverso Twitter dell’ufficio del presidente afghano Ashraf Ghani. “Il governo della Repubblica islamica dell’Afghanistan conferma l’attacco con un drone al mullah Akhtar Mansour da parte delle forze Usa”, si legge nel post.

Chi era il leader talebano

Il mullah Akhtar Mohammad Mansour è diventato il leader dei talebani dopo la conferma della morte nel luglio 2015 del fondatore del gruppo, mullah Mohamed Omar detto ‘il guercio’ perché cieco da un occhio, di cui era stato vice. Proveniva dall’influente clan Ishaqzai della tribù Durrani dell’etnia Pashtun. Era nato intorno al 1965 nel villaggio di Kariz, nel distretto Maiwand della provincia di Kandahar, zona politicamente e culturalmente al centro del potere dei Pashtun in Afghanistan. Mansour si unì ai talebani nel 1995, un anno dopo la fondazione, entrando subito nella leadership. Prima di arrivare al vertice, aveva agito come capo facente funzione del movimento facendo le veci del predecessore, fondatore e guida spirituale. In queste vesti avrebbe autorizzato la diffusione di periodiche dichiarazioni del mullah Omar tramite il sito web ufficiale dei talebani, anche dopo che ‘il guercio’ era ormai morto. Ciò creò dispute all’interno della leadership del movimento estremista.

Molti critici del mullah Mansour lo hanno accusato di essere una pedina nelle mani dell’intelligence pakistana, che hanno affermato gli abbia offerto protezione. Il dissenso interno aveva anche spinto allo stop dei colloqui di pace con Kabul. Lui stesso, nel primo discorso dopo la nomina a leader, dichiarò: “Non dovremmo concentrarci sui colloqui di pace o su cose correlate. Dovremmo farlo sull’applicazione del sistema islamico”. Le tensioni si erano poi allentate e anche il leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, gli aveva giurato fedeltà riconoscendolo come legittimo successore del fondatore Omar. Uno dei più stretti collaboratori di Mansour è stato Sirajuddin Haqqani, comandante operativo militare della rete Haqqani, con cui ha conquistato la fiducia di Jalaluddin Haqqani, leader della rete considerata tra i più potenti gruppi antigovernativi in Afghanistan e bollata come gruppo terroristico dagli Usa.

Di lui, al di là degli incarichi come combattente, non si è mai saputo molto. Aveva studiato in una madrassa nel villaggio di Jazolai, nel distretto Nowshera della provincia pakistana di Khyber-Pakhtunkhwa. Per un breve periodo aveva combattuto contro le forze sovietiche in Afghanistan, parte di un ex gruppo paramilitare. Dopo l’ingresso nei talebani, gli era stato assegnato un ruolo nella sicurezza a Kandahar, poi il ministero dell’Aviazione civile negli anni dei talebani al potere, tra il 1996 e il 2001. Salì sempre di più nella scala gerarachica del gruppo, sino ad arrivare al vertice. Thomas Rutting, codirettore e analista dell’Afghanistan Analysts Network (ANN), lo ha descritto ad al-Jazeera come il numero due e stretto compagno del mullah Omar. “In uno dei miei incontri ufficiali con il mullah Mansour nel 2011, mi parve che fosse una persona di cui fidarsi e aperta alla discussione”, lo ha descritto Rutting.

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