Ecco Blackstar: ma la stella nera di David Bowie brilla davvero?

Musica
Schermata 01-2457397 alle 00.32.50

Acclamato come rivoluzionario ed estremo, il nuovo album di David Bowie mantiene davvero le promesse? L’abbiamo ascoltato e ve lo raccontiamo

“Più conciso del suo disco precedente, ma anche molto più intrigante, in 41 minuti Blackstar ti porta a seguire Bowie giù per un sentiero che sa di riscoperta individuale, dove il suono ti sorprende dietro ogni angolo – un viaggio che, in certi momenti, si rivela non adatto ai deboli di cuore” (Q. Magazine)

“Una delle poche certezze che possiamo trarre da quest’album inquieto e irresistibilmente intrigante è che David Bowie è positivamente allergico a qualsiasi idea di eredità nel rock” (New Musical Express)

“È un album ricco, profondo e strano che che ci comunica la sensazione di un Bowie che si muove in modo irrequieto in avanti, gli occhi fissi di fronte a lui: la posizione in cui ha sempre fatto la sua più grande musica” (The Guardian)

Da questi stralci di recensioni, parti del coro entusiastico che ha fatto eco all’uscita di Blackstar, traiamo l’impressione di un disco estremo e spiazzante: a suo modo una rivoluzione per quel che riguarda il percorso del Duca Bianco, e non solo. Il tutto è ancora più sorprendente considerando il dato anagrafico: Bowie ha festeggiato ieri il suo sessantanovesimo compleanno; già con svariate giovinezze musicali alle spalle è riuscito, negli anni, a reinventarsi infinite volte, incarnando canoni estetici e musicali spesso in modo originale se non addirittura pioneristico. Dopo una falsa partenza da timido folksinger a fine anni sessanta, per diventare nel giro di qualche disco l’icona assoluta del glam rock, il nostro sperimenta negli anni l’elettronica (da quella seminale del cosiddetto periodo berlinese, fino alla deriva jungle di fine anni novanta), flirta con la dance negli anni ottanta, attraversa l’hard rock, l’industrial, il funk.

Oltre all’innegabile genio, una costante lungimiranza è la caratteristica che lo ha accompagnato lungo tutta la sua carriera: quella stessa perspicacia che lo ha reso in un certo senso il mentore di Lou Reed, che lo ha spinto a cooperare con Brian Eno e Tony Visconti (suo produttore anche in questa occasione); la stessa che è dietro ad un album come Blackstar.

La cavalcata free form che dà il titolo al disco, una lunga progressione che alterna diverse parti all’interno di un’unica composizione, annuncia l’approccio globale di Bowie in questo lavoro. Lazarus, il brano che fa da contraltare alla title track, ne mette a fuoco ancora meglio gli intenti; passando per ‘Tis a Pity She was a Whore e Sue (or in a Season of Crime), già note e qui totalmente rimaneggiate, attraverso la messianica Girl Loves Me, per finire nell’autocitazionismo di I Can’t Get everything Away (dove si accenna il tema portante di Thursday’s child), abbiamo il quadro completo dell’opera. Un disco che, paradossalmente, è tutto il contrario del “sentiero impervio” di cui parlano le recensioni d’oltremanica: certamente le liriche, alcune delle quali rimandano ad una ritualità oscura, sono respingenti; sicuramente i brani sono strutturalmente ostici, e un certo grado di complessità ritmica, unita alle particolari scelte timbriche (territori ora limitrofi al jazz ora al noise, ora ad una certa epicità) lo rendono un lavoro non immediato. Ma il terreno su cui si muove Bowie, slegato, o quasi, da forma e necessità radiofoniche, è proprio quello in cui il nostro ha meno margine di errore: nel mantenersi libero di poter articolare i suoi brani attraverso una sorta di anarchia gestionale, il Duca Bianco mette insieme un disco ingegnoso, in cui elimina a priori la possibilità di cadere in trappola. Il riferimento più evidente per alcuni brani sono certi Radiohead che si avvicinano al jazz rock; altrove affiora la capacità del nostro nel sapersi districare con sobrietà nella cupezza, e mantenere una certa tensione anche nei momenti apparentemente più dispersivi.

L’impressione finale è che Blackstar sia il disco di un artista ancora lucidamente orientato al buon gusto; un’opera intelligente senza risultare furba: e se questo non significa cambiare le regole del gioco, probabilmente è più di quanto sia lecito aspettarsi da chi ha già scritto delle importanti pagine di musica negli ultimi 45anni .

Vedi anche

Altri articoli