Ecco a voi il super-Galileo del brechtiano Gabriele Lavia

Teatro
galileo

Imponente messa in scena del capolavoro di Brecht, 4 ore che scorrono via

E’ uno spettacolo imponente, lavorato di cesello Vita di Galileo di Bertolt Brecht nella messa in scena diretta da Gabriele Lavia, nel ruolo del titolo. E lo è come tutti i lavori del regista che mai subordina la bellezza alle altre categorie. Lavia è un esteta e i suoi spettacoli possono anche non piacere ma sono belli da vedere, curati e patinati. Se in scena c’è una poltrona, un mappamondo, uno specchio, un mantello, per esempio, non sarà mai un oggetto qualunque, lì per servire una nota d’autore, ma sarà un oggetto pensato, studiato, frutto di una ricerca anche maniacale che probabilmente avrà fatto impazzire scenografi, costumisti e addetti ai lavori.

Niente, nei suoi spettacoli, deve apparire fuori posto, dissonante, casuale. Tutto deve concorrere a restituire un’opera ‘classica’ proprio nel senso di un equilibrio perseguito di forme, dimensioni, suoni, colori.

E se c’è una saturazione di oggetti, una concentrazione di peso, non sarà contingente o funzionale al plot (non solo), ma sarà raccontata dopo una presa di distanza e sarà resa estetica, restituita come un quadro che si compie alla fine di un processo. Insomma, l’impressione è quella che anche il dis-equilibrio quando esiste sia frutto di di una mediazione e di una scelta precisa.

Il che significa che Lavia è brechtiano di suo, nel senso che della lezione brechtiana ha fatto un’estetica.

E in questa Vita di Galileo, che ha aperto al Carignano di Torino la stagione dello stabile che lo ha coprodotto insieme alla Fondazione La Pergola di Firenze, ancora di più, inevitabilmente di più.

Ventisei attori per ottanta personaggi, tre musicisti che suonano dal vivo le musiche originali di Hanns Eisler, scene di Alessandro Camera che evocano in modo dilatato e oleografico lo studio dello scienziato, le città e i luoghi simbolici variamente legati alla sua vita, come la piazza di Firenze animata di saltimbanchi con la teoria copernicana che si fa strada tra i guitti; costumi di Andrea Viotti, meravigliosi, giocati sui grigi nella prima parte e poi policromi e cangianti, plasmati dalle luci di Michelangelo Vitullo.

Quattro ore distribuite in due atti che corrono via che non te ne accorgi, anzi, quando è finito un po’ ti dispiace, proprio come ti dispiace uscire da un museo.

Tra immense lavagne di ardesia, l’astrolabio, il telescopio, cannocchiali, pergamene, ma anche fermi immagine di prelati che scrutano il cielo e fanno i gigioni tenendosi forte perché “la terra gira” (divertentissimo questo momento), si succedono le quindici scene dell’opera che Brecht scrisse in oltre vent’anni, annunciate in siparietti molto brechtiani (appunto) da tre fanciulle vestite da jolly.

E si affacciano i personaggi che allo scienziato sono stati vicino e con i quali ha interloquito in diversa maniera.

Il giovane discepolo Andrea Sarti interpretato da una deliziosa Ludovica Apollonj Ghetti, accattivante anche nei gesti di contrappunto che rafforzano o fanno il verso alle disposizioni dello scienziato; la di lui madre, ottusa e bigotta, affidata a una strepitosa Francesca Ciocchetti, di cui non si può non ricordare il pianto stolto e sincero – la più bella infrazione ai codici brechtiani -, che si congela in una citazione plastica e muta, per poi tornare a fluire e lacrimare; la figlia di Galileo, Virginia, interpretata da Lucia Lavia, brava nell’accompagnare questo personaggio in due fasi diverse della vita, prima giovane e ingenua poi ruvida, persino connotata da una lieve zoppia, accanto al padre ormai quasi cieco.

Un Galileo che non ha smesso di essere ironico, anche istrione, come quando consegna ad Andrea adulto (nel ruolo Carlo Sciaccaluga) i Discorsi scritti di nascosto dal controllo ecclesiastico. L’ironia, l’entusiasmo sagace venato di umorismo, la battuta pronta sono i tratti che ritornano in tutto lo spettacolo, e in tutta la vita raccontata da Brecht.

Lo spettacolo, dopo tre settimane al Carignano approda il 28 ottobre alla Pergola di Firenze dove resterà in scena fino al 12 novembre.

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