Ecco a voi Calcutta, il cantore del disagio metropolitano

Musica
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Fenomeno virale in rete con il video “Cosa mi manchi a fare”, il cantante dà alle stampe il suo secondo disco “Mainstream”

Ventiseienne di Latina dalla lunga gavetta live e dall’indole verace, Calcutta (nome di battesimo Edoardo) negli ultimi anni riesce a cementare un seguito di fedelissimi, soprattutto nel Lazio, grazie ai suoi concerti voce e chitarra, nei quali abbina un buffissimo contegno allucinato ad una serie di canzoni ben scritte e riconoscibili. Le sue prime registrazioni sono low fi e timidamente psichedeliche, lontane da qualsiasi standard radiofonico; lo stesso alcuni brani diventano piccoli tormentoni per la propensione al ritornello appiccicoso, che ha i suoi appigli nelle rime svagate e dolenti del cantautore.
Il tutto è corredato dall’estetica trasandata del personaggio, che sembra quasi elevare a cifra stilistica il totale disinteresse verso qualsiasi forma di confezione.
Dopo alcuni anni dal suo effettivo esordio discografico, l’album Forse…, strutturato in un corpus di brani che sembrano frutto della jam session tra un Vasco Rossi narcotizzato e Lucio Battisti in preda al disagio, Edoardo arriva a questo Mainstream accasandosi con l’etichetta romana Bomba Dischi.
L’album si dipana attraverso una narrazione disincantata del quotidiano, che alterna dolcezza a momenti di emotività più esibita, sempre con una vena di surreale distacco sottotraccia, a marcare uno spirito sottilmente alienato (Gaetano). I brani riescono a volte a raggiungere vette di lirismo notevoli, come in Frosinone (“io a questa America darei un figlio che morirà in jihãd), in cui ad una sorta di epicità melodica vengono accostate strambe pennellate dal sapore autobiografico (“non ho lavato i piatti con lo Svelto, è questa la mia libertà“), proiettando il pathos del brano in una sorta di piacevole cortocircuito.
Altrove la patina di candore con cui vengono affrontate tematiche apparentemente mielose (Cosa mi manchi a fare) viene bilanciata da una timbrica personale, garbatamente sofferente e che riesce a sottrarre la canzone da derive sdolcinate, rendendola quasi dolorosa.
In generale la vocalità di Calcutta è perfettamente appropriata a ciò che le canzoni comunicano, e proprio per questo è vincente, risultando caratteristica, non fastidiosa e oltretutto efficace nel toccare con naturalezza due ottave di estensione.
Il disco è sostanzialmente un profluvio di ballate; il trittico Milano, Limonata, Dal Verde, sembra quasi l’evoluzione di un unico canovaccio, nel tentativo di massimizzare il risultato della stessa espressione musicale: la sublimazione di una sorta di malinconia tipicamente anni 80′ riletta attraverso una lente leggermente paranoide.

C’è da dire però che la stranezza intrinseca del cantautore, mentre è un elemento perfettamente organico all’interno del suo songwriting, diviene quasi un ostacolo quando si manifesta sul piano dell’organizzazione e dell’arrangiamento del disco; oltre a disseminare la scaletta di incomprensibili momenti strumentali, che risultano giustapposti ai brani cantati (scelta magari consapevole ma della quale sfugge la funzionalità), gli arrangiamenti rimangono in un limbo inclassificabile. I brani di Mainstream sembrano più dei provini da fare ascoltare a qualche major che non un insieme di canzoni con un’idea di suono; gli appoggi di piano reiterati sui quarti in maniera un po’ meccanica, ed in generale le soluzioni studiate per non intralciare la canzone, appaiono tentativi abbozzati piuttosto che colori costitutivi dei vari brani. Probabilmente una semplice registrazione voce e chitarra (come nella finale Le Barche) sarebbe riuscita allo stesso modo a preservare la forza di questi pezzi.

Valido biglietto da visita per accreditare Edoardo come promessa della “nuova” leva cantautoriale, il disco tuttavia esprime solo parzialmente le possibili sfumature di Calcutta; ma questo potrebbe essere funzionale ad incontrare le esigenze della fruizione massimalista italica: asfittica e più facile da captare se si elude la complessità della proposta musicale.

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