“È solo la fine del mondo”: tempo, amore e morte nel nuovo film di Xavier Dolan

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A due anni da “Mommy” arriva in Italia il nuovo film dell’acclamato (e giovanissimo) regista canadese. Scopriamo com’è

Xavier Dolan

Xavier Dolan

“È solo la fine del mondo”, vincitore del gran premio della giuria a Cannes, è il sesto film di Xavier Dolan, tratto da una pièce del 1990 di Jean-Luc Lagarce, drammaturgo francese morto di AIDS nel 1995 (in Francia i suoi drammi sono i più portati in scena dopo quelli di Molière).

La storia racconta della visita di Louis (Gaspard Ulliel), scrittore di successo, alla sua famiglia che non vede da 12 anni: il motivo del viaggio è comunicare ai suoi cari la propria morte imminente dovuta a una malattia in stato terminale.

Ventisette anni, canadese, ragazzo prodigio del cinema internazionale, Dolan riesce a rappresentare la profonda frattura di senso che lacera la nostra contemporaneità con una forza espressiva e una cifra personale fuori dal comune. Tutti i suoi personaggi, in qualche modo proiezioni del suo ego, agiscono in uno scenario di cui non riescono a ricomporre i pezzi, in un continuo stato di sfasamento emotivo, in balia di frammenti di vita soverchianti e passioni tumultuose; questi vissuti caotici da una parte costituiscono la totalità della loro esistenza, dall’altra suggeriscono che: “Siamo in un mondo senza speranza, ma pieno di persone che sperano”, come dice la protagonista di Mommy, il suo acclamato lungometraggio precedente del 2014.

La stessa, inesorabile sorte tocca a Louis, in un percorso che dura lo spazio di poche ore, e che mette in scena l’epopea dei volti, più che dei corpi, di una famiglia che si ricongiunge. La pellicola infatti è dominata da una visione claustrofobica degli incontri ravvicinati tra Louis e la cognata Catherine (Marion Cotillard), la sorella Suzanne (Léa Soedoux), la madre Martine (Nathalie Baye) e il fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel).

Questa volta l’impossibilità (costitutiva) dell’essere umano di collocarsi in un orizzonte di senso acquista i caratteri definitivi e trascendentali del riconoscimento della morte, che si tramuta progressivamente nell’accettazione di un dato di fatto: ogni individuo abita un proprio tempo soggettivo inconciliabile con quello di chiunque altro, perfino quello dei propri familiari. Per questo la sorella di Louis gli dice di non conoscerlo affatto, il fratello dimostra una lontananza ormai insanabile, rinfacciandogli di venire e tornare a piacimento (ma ormai inutilmente), la madre rincorre come una chimera il momento (illusorio) in cui la famiglia possa cementarsi intorno al focolare domestico. L’unica persona che sembra porsi in un’ottica comprendente rispetto al protagonista è la cognata, che non aveva mai conosciuto prima e che non potrà mai entrare a far parte della sua vita, e che per questo, in una dinamica che si sottrae alla Babele del tempo, riesce a mettersi sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Ma lo sguardo, tragico, del regista canadese è costantemente permeato dalla dolcezza: anche al di fuori da qualsiasi senso e scopo, l’amore è una sorta di paradossale farmaco dell’esistenza: “Nessuno può togliermi il fatto che io ti voglia bene” dice la madre a Louis; allo stesso modo il ricordo di un’amante, come quello che sopraggiunge nella mente del protagonista quando torna nella sua vecchia stanza, sembra, se non addirittura poter giustificare, quantomeno alleviare il nostro transito terrestre.

“Mi pento di non aver passato più tempo con voi” dirà alla fine Louis ai suoi familiari: più che una vera autorecriminazione è il riconoscimento di questo amore come l’unica cosa degna di essere vissuta. Perché, ci fa vedere Dolan, ogni uomo, in fondo, non è che un uccello in gabbia, la cui breve vita è scandita dalla meccanica incomprensibile di un orologio a cucù.

 

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