E se leggessimo la storia attraverso Fabrizio De André?

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La Buona Novella compie oggi 45 anni. Un disco che sembra contenere le parole adatte per affrontare l’attualità

Proprio in questi giorni, drammaticamente proiettati nella storia contemporanea per i tragici eventi di Parigi, cade il quarantacinquesimo anniversario de La Buona Novella, album di Fabrizio De André uscito il 19 Novembre 1970; e come accade per altri suoi lavori, anche questo disco sembra contenere nei suoi solchi le parole adatte per affrontare l’attualità: quasi a voler fare piazza pulita di tutta la Babele di commenti e analisi opache di queste ore.

Mentre oggi si uccide per rimanere fedeli ad una lettura oscurantista degli scritti sacri, Faber ci mostra come non solo sia possibile, ma profondamente necessario, anteporre l’uomo a qualsiasi sovrastruttura che lo voglia piegare alle sue finalità, finendo per manipolarlo e renderlo disumano.

Partendo dai Vangeli Apocrifi, quel corpus di opere espunte dai libri canonici della Bibbia, De André costruisce un concept album che rilegge le fasi della nascita e della morte di Gesù Cristo, riuscendo ad operare un’umanizzazione della figura del Redentore e contemporaneamente a metterne in evidenza la portata rivoluzionaria.

Nel 1970, in un periodo storico in cui l’onda lunga del 68 impregna l’humus politico e sociale, il richiamo al Vangelo attira sul cantante genovese le solite accuse di anacronismo e approccio qualunquistico all’attualità: a queste critiche il cantante ebbe a rispondere:

Mi dicevano: – Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo. Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima avava fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.”

Uno dei manifesti di tutta l’opera è Tre Madri, brano nel quale viene messo a fuoco questo sguardo universale sul dolore, che da una parte ci rende tutti uguali nella nostra condizione di esseri mortali, dall’altra ci eleva riportando ad un livello umano la dimensione divina. La prospettiva delle madri dei tre uomini che muoiono crocifissi, i due ladroni e il Cristo, emerge come il punto di vista più forte dal quale guardare la realtà: di fronte al dolore, del tutto terreno, di perdere un figlio, qualsiasi altra istanza sbiadisce nel suo valore e significato: “Non fossi stato figlio di Dio, t’avrei ancora per figlio io”, questi versi di De André sembrano una chiave di lettura per comprendere anche il presente: l’assurda deriva irrazionale, ammantata di sacralità, dell’immolarsi per qualcosa di disumano.

 

 

In generale tutta la Buona Novella è attraversata da uno sguardo che tende a demitizzare e riportare alla propria dimensione squisitamente materiale sia le figure cardine del Vangelo, come Maria e Giuseppe, descritti nei loro aspetti pulsionali e nella loro costitutiva fragilità, sia personaggi che restano ai margini della vulgata biblica ufficiale, come le madri dei ladroni o i ladroni stessi. “Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore”, con questi versi si chiude Il Testamento di Tito, forse il brano più famoso dell’intero lavoro, che in una puntuale critica dei dieci comandamenti riesce a confutare i concetti stessi di dogma e morale astratta, svelando come le imposizioni in nome di un Dio lontano, evanescente e ingiusto, siano semplici pretesti per il consolidamento del potere umano.

Ricco di chiavi di lettura della realtà e quindi di comprensione e possibilità di agire nel mondo, ci verrebbe spontaneo invitare anche la nostra classe politica a prendere coscienza di De André, inestimabile patrimonio culturale italiano e , perché no, in un momento cruciale come quello che stiamo attraversando, rileggere il presente e le possibilità del futuro attraverso le sue parole.

 

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