È morto Bernabei, l’uomo della Rai pedagogica e felice

Televisione
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Direttore generale Rai negli anni 60, gli anni del boom italiano

Alla bella età di 95 anni se n’è andato Ettore Bernabei. I giovani domanderanno, manzonianamente: chi era costui? I più grandicelli risponderanno: l’uomo che inventò la Rai felice che accompagnò il boom del Pase negli anni Sessanta. Poco? Moltissimo.

Bernabei fu direttore generale della Rai dal 1961 al 1974. Gli anni ruggenti della sua Dc – era fanfaniano -, di quella Dc al tempo stesso clientelare e riformista, bigotta e popolare, religiosa e laica, conservatrice e progressista, chiusa e aperta, vecchia e nuova e via dicendo: un inedito impasto che ancora oggi andrebbe ristudiato come un unicum politologico mondiale. E Bernabei incantava perfettamente queste contraddizioni. Aveva capito che i tempi nuovi erano arrivati, e la televisione ne era una vestale insostituibile.

Ecco allora che sulla tv il sesto senso democristiano potè esercitarsi appieno: prese così corpo una funzione pedagogica ma non pedante della tv pubblica. Dunque la grande letteratura arrivò in tutte le case sotto forma di sceneggiati (grandi registi, grandi attori), e quella che anni dopo Nanni Moretti immortalò come la casalinga di Voghera si emozionò per l’amore di Renzo e Lucia, per gli intrighi dei Karamazov, per il suicidio di Anna Karenina.

Ma la Rai fu anche pedagogica in senso stretto: e il maestro Alberto Manzi insegnò a tanti italiani, letteralmente, a leggere e scrivere, perché “non è mai troppo tardi per imparare”. E fu tante altre cose ancora, la Rai di Bernabei. Anche la tv eel grande giornalismo di Zavoli, Barbato, Bisiach, la tv della diretta dell’uomo sulla Luna, la tv di Carosio e Martellini, e molte altre cose, troppe per sintetizzare qui, ma ci sono bellissimi libri di Beniamino Placido, Aldo Grasso, Walter Veltroni, per citare i primi che ci vengono in mente, che ne danno conto alla grande.

Qui aggiungiamo solo che quella era anche una tv felice, e non solo per  le magnifiche serate del sabato – con Mina, Walter Chiari, Peppino De Filippo, gente così – ma perché accompagnava naturaliter lo sviluppo del Paese (pur cancellandone gli squilibri, ovattandone i conflitti: non va dimenticata la dimensione “propagandistica” del bernabeismo), che con tutti i limiti era contrassegnato da un ottimismo di fondo.

Ecco, Ettore Bernabei è stato un grande protagonista di quel pezzo di storia italiana, di cui qualcosa – anzi, più di qualcosa – andrebbe forse recuperato, nell’Italia di oggi senz’altro meno felice.

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