E’ l’anno più caldo. Se ne sarà accorto anche Donald Trump?

Ambiente
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Gli ultimi tre anni sono stati i più caldi mai registrati: quando arriveranno risposte concrete dai grandi della Terra?

L’anno 2016 è stato il più caldo della storia moderna, da quando cioè gli scienziati hanno cominciato a misurare la temperatura del pianeta.

A lanciare l’allarme sullo stato di salute del pianeta, è stata l’agenzia meteorologica delle Nazioni Unite, proprio mentre 190 Paesi sono riuniti a Marrakech per la Cop22, per tentare di rendere operativo l’Accordo di Parigi. Le cifre sono da capogiro: da gennaio a oggi le temperature medie della superficie terrestre hanno superato di 0,88° le medie del periodo di riferimento, tra il 1961 e il 1990 (14°C) e di circa 1,2° quelle pre-industriali.

Ma c’è di più. L’anno che si sta concludendo ha battuto il record precedente, che era stato stabilito appena l’anno prima: cioè nel 2015, e quest’ultimo quello del 2014. In pratica, gli ultimi tre anni sono stati i più caldi mai registrati.

Il Mediterraneo, inoltre, è tra gli hot- spots (in termini di ricchezza di biodiversità) del cambiamento climatico: gli effetti attesi sono particolarmente importanti e gli impatti ambientali e socio-economici rischiano di essere molto significativi. Le simulazioni effettuate dagli scienziati evidenziano un riscaldamento che potrebbe andare dai 2 ai 4 °C delle acque di superficie entro la fine del secolo. Una forbice ben lontana da quella stabilita dall’Accordo di Parigi che stabilisce il limite massimo tra 1,5 e 2°C per il riscaldamento del pianeta, soglia oltre la quale, secondo gli scienziati, gli effetti saranno irreversibili.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, la tendenza di fondo del riscaldamento è peggiorata a causa di “El Nino”, il fenomeno climatico che per tutto l’inverno, a partire da ottobre 2015, ha diffuso acque calde attraverso l’Oceano Pacifico. Tuttavia, avvertono le Nazioni Unite, aldilà della temperatura mondiale, altri indicatori del cambiamento climatico hanno raggiunto livelli record. La concentrazione dei principali gas a effetto serra nell’atmosfera, si attesta a livelli che non hanno precedenti.

E ancora, secondo la Nasa, un accentuato scioglimento del ghiaccio marino artico, che ha raggiunto nel mese di settembre il minimo storico dell’estensione; i satelliti hanno rilevato una superficie ghiacciata di 4,14 milioni di chilometri quadrati. Il 40% in meno di superficie rispetto a fine anni Settanta, inizio Ottanta. La cifra, diffusa dalla Nasa, colloca il 2016 al secondo posto nella classifica degli anni caratterizzati dalle estensioni di ghiaccio marino più ridotte, alle spalle del 2012.

Ma quali sono le conseguenze della febbre del pianeta? La Banca mondiale stima che inondazioni, tsunami, siccità, disastri naturali, molti dei quali provocati proprio dal cambiamento climatico, provocano ogni anno perdite per 520 miliardi di dollari e determinano la condizione di estrema povertà (meno di 1,90 dollari al giorno) di 26 milioni di persone ogni a n n o. Un esempio? L’uragano Matthew, che si è abbattuto sulle isole dei Caraibi, nei primi giorni di ottobre, ha provocato 2 miliardi di dollari di danni, 546 morti, molti dispersi e centinaia di migliaia di sfollati. Per questo, la Banca mondiale ha pubblicato lunedì 14 novembre, un rapporto, in cui chiede ai Paesi impegnati in questi giorni in Marocco, di affrontare il nodo fondamentale dei finanziamenti a favore dei paesi più vulnerabili nei confronti degli effetti del climate change, perché i più toccati dagli chocs climatici.

Cambiamenti che però ormai toccano anche il cuore dei paesi industrializzati, come ben testimonia il documentario di Leonardo Di Caprio «Before the flood» nel raccontare, ad esempio, gli immensi sforzi che sta affrontando la città di Miami, per difendere le proprie vie e strade sempre più frequentemente invase dalle acque per via delle conseguenze del progressivo innalzamento del livello del mare.

A seguito delle elezioni americane la domanda che tiene con il fiato sospeso gli osservatori di tutto il mondo è legata alle conseguenze che l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca potrà avere sulle politiche di riduzione e contrasto dei cambiamenti climatici avviate in seguito all’accordo di Parigi.

Riusciranno questi dati forniti dalla Banca Mondiale, e la testimonianza dei cittadini americani che ne stanno già toccando con mano le conseguenze, a convincere anche il nuovo Presidente Trump, che ha più volte dichiarato di non credere ai cambiamenti climatici, dell’importanza di questi interventi? O gli Stati Uniti sceglieranno di rimangiarsi la parola e intraprendere, in totale solitudine, una strada diversa da quella concordata e sottoscritta? Nei prossimi giorni, dal Marocco, arriveranno le prime risposte.

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