È la Sogin o la Spectre?

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Conflitti tra manager, soldi non spesi e le accuse dell’ex ad Casale: si rinviano da 28 anni smantellamento delle centrali e deposito di rifiuti radioattivi conservati anche negli ospedali

Avessimo a che fare con la sezione Spectre Italia, ce ne faremmo una ragione. Almeno l’ultimo trailer ci avrebbe consegnato un avvincente spezzone del venticinquesimo 007, con il ritorno di James Bond contro l’acronimo più inquietante (SPeciale Esecutivo per Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni e Estorsioni).

Il fatto è che abbiamo a che fare solo con la Sogin, che sta per “Società Gestione Impianti Nucleari”, l’azienda pubblica nata Enel e ormai di proprietà del Tesoro, nelle cui mani lo Stato ha messo lo smantellamento delle centrali nucleari e la chiusura del ciclo del combustibile atomico decisa da due referendum a furor di popolo. In gergo tecnico è il decommissioning, con l’aggiunta della missione della ricerca del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia da attività industriali, di ricerca scientifica e terapie mediche. Altro che nuovo episodio della saga 007. Ci fosse almeno una regia dell’ultima ridotta nuclearista a difesa del sogno atomico tricolore, il flop avrebbe un senso. Sta andando in onda invece l’ennesima storiaccia, un Bmovie casareccio con quelle beghe italiane da sottobosco ereditate dal ventennio, che il governo farebbe benissimo a mandare prima possibile in decommissioning.

E’ la coda di una vicenda societaria che ha collezionato finta grandeur e dossieraggi, approssimazioni, inerzie operative e vicende di appalti senza mai risolvere un problema molto serio e strategico per la sicurezza nazionale, ma molto rinviato. Ci tocca quindi assistere all’ultima bagarre, a mesi di paralisi conclusi con la lettera di dimissioni dell’ad Riccardo Casale, che lancia accuse molto serie per lo sbando del Cda e manager sfiancati da polemiche interne, mancanza di visione, rottura totale con il presidente Giuseppe Zollino, rischi di «illeciti penali», lavori mai realizzati nonostante le prescrizioni, mancanza di un «piano quadriennale» senza il quale non c’è rinnovo dei contratti di lavoro, delegittimazioni incrociate. La solita Sogin, insomma.

In una interrogazione urgente ai ministri Padoan e Guidi, i senatori Pd Mucchetti, Tomaselli e Manassero chiedono «…se ritengano credibile la conferma dell’obiettivo, per quanto ridotto, di un fatturato, alimentato dalla bolletta, di 80 milioni nel 2015 quando al 30 settembre la Sogin aveva concluso lavori per soli 36 milioni». Il bello è che mentre da oltre un quarto di secolo siamo in attesa dell’inizio dello smantellamento degli impianti nucleari, proprio la Sogin, negli anni di Berlusconi presidente, aprì una faraonica sede a Mosca a seguito di una molto vaga promessa di Vladimir Putin di impegnare l’Italia, che non riesce a mettere in sicurezza i rifiuti ospedalieri, addirittura nello smantellamento dei sommergibili atomici sovietici. Bum.

Con oltre 800 dipendenti, pagati da noi utenti dal prelievo sulle bollette elettriche (dal 2001 ben 4 miliardi 236 milioni di euro spalmati in 20 anni), la società ci ha sempre fatto sapere di «intensificare l’attività di smantellamento». In quale direzione però nessuno lo ha capito, né verificato. Ed è paradossale e non più tollerabile lo stallo dell’ultimo progetto, annunciato in gran pompa e molto pubblicizzato con una campagna di comunicazione in corso, per la costruzione di quel deposito nazionale di stoccaggio delle scorie a bassa radioattività, atteso anch’esso dal preistorico referendum antinucleare dell’8 e 9 novembre 1987.

Fu l’allora presidente del consiglio, il Dc Giovani Goria, ad annunciare la chiusura delle 4 centrali (Trino Vercellese, Latina, Caorso e Garigliano) e il loro smantellamento. Mai iniziato. Sono invece aumentati i problemi di gestione e sicurezza, anche per possibili attentati o furti di materiale radioattivo (30 mila metri cubi a radioattività medio-bassa e 5 mila ad alta radioattività), così come nei tre impianti Enea di Saluggia, Casaccia e Trisaia (18 mila metri cubi di materiali a radioattività medio-bassa e poco meno di 3 mila ad alta). Bisogna che qualcuno si preoccupi delle scorie di ritorno dall’impianto di riprocessamento inglese di Sellafield, ma soprattutto abbiamo sul groppone le scorie prodotte quotidianamente nel nostro Paese tra ospedali e centri di ricerca e industriali, e al momento accumulate qua e là in decine di depositi approssimativi, tra sottoscala e il sito di Saluggia in piena area alluvionale.

La loro collocazione sicura e definitiva attende un sito che dia garanzie di massima sicurezza in un’area off limits poco abitata, non sismica, non a rischio frane o idrogeologico, non vincolata, lontana dal mare e dai corsi d’acqua, da impianti industriali e da città, a quota topografica bassa. Ogni proposta nata dall’improvvisazione e dal piglio militaresco, e nell’assenza di partecipazione e comunicazione, ha incontrato solo proteste popolari e istituzionali (Scanzano Jonico, Alta Murgia, Maremma, Sardegna). Continuare però a traccheggiare con lo stoccaggio all’italiana e in condizioni precarie, sarebbe una follia. Sogin aveva annunciato «percorsi condivisi», «trasparenza», «velocità», un grande momento di dibattito pubblico che doveva chiudersi con una assunzioni collettive di responsabilità, in presenza di risorse per 1,5 miliardi a disposizione del territorio selezionato.

Invece siamo all’impasse che vede nei cassetti dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo da oltre sei mesi la mappa dei possibili siti realizzata da Ispra dopo un lungo meticoloso lavoro. Più tempo passa, più quei progetti rinviano un pezzo di futuro pulito e più vince l’Italia del No, un brutto Nimby istituzionale

 

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