E’ la fine del tunnel? Per gli italiani (forse) sì

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Si torna a credere nei giovani e nel fatto che il Paese possa cambiare. E si guarda al domani con meno paura anche se il lavoro resta la grande incognita

Piccoli segnali di ritorno al futuro: questo raccontano non soltanto gli indicatori economici e i dati sui consumi degli italiani (crescono sia quelli natalizi, sia quelli legati al turismo interno) ma anche quelli relativi alle aspettative e al grado di fiducia verso un Paese che è sta uscendo dalla crisi con fatica e parecchie ferite da sanare. Lo rivela l’indagine Swg di questa settimana effettuata su un campione di 1500 interviste effettuate tra il 12 e il 15 dicembre dalla quale emerge uno stato d’animo degli italiani di grande cautela, perché resta ancora molta la sofferenza economica e sociale di buona parte del Paese, ma anche di un maggiore ottimismo rispetto al passato.

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Le riforme
Dieci anni fa, ad esempio, il 62% del campione riteneva che l’Italia fosse un Paese in declino, percentuale schizzata all’83% nel 2014, dopo oscillazioni varie, ma scesa al 73% lo scorso ottobre. Un dato, quest’ultimo, che sembra legato a molti fattori, non ultimo quello che negli ultimi mesi molte riforme sono andate in porto dando l’idea che non tutto è fermo, ingessato, immutabile. Lo dimostra la flessione della percentuale di coloro che ritiene che tutte le leggi destinate a cambiare lo status quo siano destinare a fallire o a restare promesse al vento: se nel 1997 «soltanto» il 48% riteneva impossibile il processo riformatore, nel 2013 era il 75% (governo Letta), il picco più alto negli ultimi 15 anni. Da marzo 2015 a ottobre si è scesi dal 67 al 60%, ben 7 punti percentuali in meno.

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Nel 2000, governo Amato, il picco raggiunse il 55%, poi scese durante il primo governo Berlusconi per risalire progressivamente dal 2005, nell’ultimo periodo del governo dell’ex Cavaliere, durante il governo Prodi e di nuovo nel corso dei successivi esecutivi guidati da Berlusconi. Era l’epoca dei «governi del fare», come li definiva il leader azzurro, ma in realtà si tradussero nelle legislature delle leggi ad personam, dei tagli ai fondi per la scuola, dell’abrogazione della legge che vietava la dimissioni in bianco, del Lodo Alfano a tutela delle alte cariche dello Stato, della crisi che si affacciava e che l’esecutivo continuava a negare. Furono, insomma, gli anni in cui l’antipolitica iniziò a germinare, le promesse mirabolanti di Berlusconi in campagna elettorale a evaporare e il Parlamento a svilirsi nelle sue funzioni. Poi, la crisi economica ha fatto il resto. Crollate le illusioni è stato il disincanto a caratterizzare lo stato d’animo degli italiani, messi a dura prova da una classe dirigente politica incapace di dare risposte adeguate alle nuove emergenze sociali ed economiche che si stavano affacciando.

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Quest’anno, per la prima volta dopo anni, il dato sulla crescita dovrebbe attestarsi intorno allo 0,8% , l’industria cresce del 2% e gli ordini salgono oltre il 4%, segnali positivi che lasciano guardare avanti con un pizzico di speranza in più. «Riparte velocissima anche la produzione di apparecchiature elettroniche (21%) e di prodotti farmaceutici (+ 8%). Ciò significa che l’economia Italiana ha ripreso a girare», ha detto nei giorni scorsi il responsabile economia del Pd, Filippo Taddei. Ma la disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni resta la vera nota dolente: è al 39,8%, 1,2 punti in meno su base trimestrale. E anche se cresce la percentuale di coloro che credono che i giovani con la loro preparazione possano cambiare, migliorandolo, il mondo in cui vivono (la pensa così il 55% degli intervistati), per il 65% le generazioni future vivranno peggio di come si vive oggi. Anche in questo caso il trend rivela una maggiore fiducia rispetto a un anno fa, soprattutto prima che la risondaggio4forma del Jobs act iniziasse a dare i primi frutti, ma il lavoro resta la preoccupazione più grande per gli italiani. Da Bruxelles è arrivata una ricetta ad hoc: sistemi d’istruzione più flessibili, multidisciplinarietà, cultura imprenditoriale e collegamento scuola-lavoro. Così, secondo il parlamento europeo, che ha approvato una relazione presentata dal popolare polacco Marek Plura, si contribuisce a contrastare la piaga che attraversa l’Europa.

 

 

Molto possono fare anche le imprese che, a detta del 51% degli italiani, non sarebbero più in grado di essere competitive asondaggio5 livello internazionale (ma soltanto un anno fa era il 68% a pensarla in questo modo). Insomma, gli italiani non hanno abbandonato sfiducia e perplessità, eppure sono sempre di meno quelli che vedono il futuro a tinte fosche, forse confortati dai segnali che piano piano iniziano ad arrivare su più fronti. Come quelli che riguardano proprio le imprese: il 2015, infatti, conferma un dato già apparso lo scorso anno circa le chiusure delle aziende in crisi. Diminuiscono. Il Cerved ha rilevato che tra luglio e settembre hanno chiuso il 10% in meno dello stesso periodo del 2014.

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A confermare questo nuovo sentiment che inizia a soffiare sul Belpaese, è arrivata lo scorso novembre, la Global Consumer Confidence Surveym, realizzata da Nielsen in 60 Paesi, tra cui il nostro, su un campione di 30mila persone: l’indice di fiducia degli italiani è cresciuto, nel terzo trimestre, di 4 punti rispetto a quello precedente, 10 punti se raffrontato allo stesso periodo del 2014, arrivando a 57. Diminuiscono, secondo la stessa indagine, gli italiani convinti che la crisi sia ancora nel pieno, (89% rispetto al 96% nel terzo trimestre 2014).

La sfida è tutta per il 2016: sarà il prossimo anno a dire se davvero ci si può lasciare alle spalle il periodo più duro.

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