È in gioco il futuro delle nostre città, ma non è un voto sul governo

Amministrative
elezioni-comunali

Hanno un valore nazionale, queste elezioni? Certo che lo l’hanno, ma non nel significato che intende darle il vasto fronte populistico antigovernativo: non è un voto sul governo

Poco importa del destino di questo o quell’esponente politico. Quel che è in ballo, nel voto di oggi, è destino di alcune importanti città. I cittadini sono chiamati a scegliere tra chi potrà assicurare a queste una fase di buongoverno e chi invece le spingerà verso l’anonimato o, peggio, l’ingovernabilità.

Se, per ben governare, si dovesse richiamare qualche regola, in questa fase di profonda trasformazione urbana, occorrerebbe mettere al primo posto la concordia. Non la divisione faziosa e di parte. Dicendo questo non si scopiazzano gli insegnamenti che ci vengono dalla pittura civile medievale che pure ci consegna opere come ‘Il Buongoverno’, a Siena e ’La città ideale’, a Urbino dalle quali si può ancora trarre qualche utile considerazione. Gli effetti delle contrapposizioni di parte, dell’esasperazione dei conflitti sociali ed etnici li abbiano visti, in queste ore, nelle preoccupanti immagini che ci sono arrivate da Londra: la mala pianta della contrapposizione esasperata e irragionevole va infestando l’arena pubblica nell’Europa, penetrando nel cuore stesso della più classiche delle democrazie.

In una città la concordia è un bene che permette di vivere in armonia: è un caso che, nell’antica Roma, la Concordia fosse elevata alla carica di dea con un tempio a lei dedicato? La ricerca della concordia non sta nell’annacquare le visioni politiche delle diverse parti ma nel far si che queste si esprimano nel riconoscimento di valori comuni in quelle idee e in quella storia comune che andrebbero serenamente condivisi. Quale bene può venire alla città se alcuni la vogliono sempre spaccata, lacerata su ciò che incide direttamente sulla vita dei cittadini? Nel buongoverno del Lorenzetti, non a caso, l’immagine negativa che fa da contrappeso alla concordia e che produce gli effetti nefasti dell’incuria della città, della violenza sulle donne, della disoccupazione e della guerra è proprio “la Divisio”, che non a caso ha una sega in mano. Monito: l’esasperazione dei conflitti può portare alla catastrofe della città.

Perché la città non è, come sappiamo, un semplice aggregato di case ma un sistema complesso che va governato come si governa uno stato. Le sue articolazioni sono i luoghi destinati alla vita individuale e alle attività comuni dalle scuole alle chiese, dalle piazze ai parchi, dai mercati gli ospedali, dalle metropolitane ai musei, dagli uffici alle fabbriche. Tutto è strettamente intrecciato connesso da reti e infrastrutture che sono come arterie di un corpo che per rimanere vitale ha bisogno che tutto sia armonizzato e governato. Perché la città è la grande casa di una comunità. È il più alto dei beni comuni, in quanto è lo spazio che appartiene a tanti cittadini che stanno insieme in base a dei vincoli di utilità ma anche di identità e di solidarietà. Si è molto discusso, nel passato, tra il concetto di urbs e di civitas. Una cosa è la città nella sua consistenza fisica, altra cosa è la collettività dei cittadini che la abita, quella che Sant’Agostino già aveva chiamato le mentes civitatis, quello che Brunetto Latini, il grande maestro di Dante, avrebbe chiamato “un raunamento di gente fatto per vivere a ragione”.

Eppure un’intima connessione lega le sue strutture urbanistiche all’identità collettiva dei suoi abitanti. Tra la città materiale, nella sua configurazione urbanistica, nei suoi aspetti topografici, e la ragione della città degli uomini, la scelta della nostra attenzione non può che ricadere su quest’ultima. In un bel libro di qualche anno fa, La città bene comune’ Edoardo Salsano ci ricorda come appartenere a una comunità renda ogni singolo cittadino responsabile di quello che in quella comunità avviene. “Lotterò con tutte le mie forze – scrive- perché in nessuna delle comunità cui appartengo prevalgano la sopraffazione, la disuguaglianza, l’ingiustizia, il razzismo, e perché in tutte prevalga il benessere materiale e morale, la solidarietà, la gioia di tutti. Appartenere a una comunità (essere romano, milanese, torinese, italiano, europeo) mi rende consapevole della mia identità, dell’essere la mia identità diversa da quella degli altri, e mi fa sentire la mia identità come una ricchezza di tutti. Quindi mi fa sentire come una mia ricchezza l’identità degli altri paesi, delle altre città, delle altre nazioni. Sento le nostre diversità come una ricchezza di tutti”.

La città che è ripensata in quest’ottica – in questo tempo contemporaneo vissuto come una condizione favorevole e non come una sorta di maledizione – dove i servizi sono funzionali e utili per la comunità, adatti ai ritmi di una città viva, cioè smart come si dice oggi. Una città in cui le periferie non sono più luoghi, brutti, dell’emarginazione ma le nuove frontiere dell’integrazione. Penso a quanto è stato fatto in questi anni dalla sapiente amministrazione di molte città che oggi vanno al voto: basterebbe verificare gli indicatori sulla qualità dei servizi, sulla vivibilità urbana, sulla modernizzazione delle strutture burocratiche e dell’innovazione tecnologica, a partire dalla banda larga. Tutto questo non è stato esser messo agli atti del dibattito pubblico che è stato dirottato verso polemiche perenni, prove di forza, letture forzate sul significato del voto. Si doveva parlare di asili nido e scuole, di ambulatori e le biblioteche d’impianti sportivi e di verde pubblico e del fatto che questi servizi siano aperti a tutti i cittadini indipendentemente dal loro reddito, dalla loro etnia e religione, dalla loro cultura.

Di città nelle quali, per le nuove condizioni di uguaglianza, ci si prenda cura in egual misura di donne e uomini, di adulti e bambini, di vecchi e giovani. Si è tentato di trasformare questo confronto sulle cose fatte e su quelle ancora da fare, in un tribunale populista in cui era messo nel mirino questo o quel politico, questo o quell’amministratore in una sorta di rito giustizialista contro l’intera classe politica. I cittadini votano oggi per le loro città. Hanno un valore nazionale, queste elezioni? Certo che lo l’hanno, ma non nel significato che intende darle il vasto fronte populistico antigovernativo: non è un voto sul governo, cioè. E’ un voto nazionale nel senso che il nostro è un Paese fatto di città, governate da sindaci. E i sindaci contano molto: bastava guardare, per capirlo, la sfilata di questo 2 Giugno. Avere, perciò, delle città ben governate, amministrate da sindaci che sanno tutelare i diritti dei loro cittadini e proiettare le loro città nella sfida, ancora in atto, per scacciare definitivamente i miasmi della crisi, è un interesse nazionale. In questo ha un valore nazionale.

Vedi anche

Altri articoli