E in effetti se io avessi previsto tutto questo

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guccini

Una giornata con Guccini che ha un libro in uscita e che, alla musica, preferisce i gatti

Tardo pomeriggio di una domenica di fine estate, a Pàvana, a parlare di tante cose; del più e del meno- si diceva un tempodove il più è il narrare sciolto e musicale di Francesco Guccini e il meno sono i dettagli di cronaca da appuntare sul taccuino. La notizia si è già sparsa: il Premio Tenco di quest’anno gli dedicherà le tre serate con un programma che è tenuto ancora un po’ segreto da Enrico de Angelis il quale, però, assicura di avere più di un coniglio da tirar fuori dal cilindro per far felice il pubblico e, magari, commuovere il premiato. Dici Premio Tenco e Guccini leva l’áncora dei ricordi: «Ci sono stato fin dalla prima edizione, nel ’74 se la memoria non mi inganna». Era proprio il ’74 e in quel primo anno furono premiati alcuni grandi interpreti del cantautorato italiano e francese: Endrigo, Gaber, Modugno e Paoli e il grande Leo Ferré. L’anno dopo toccò a Vinicius de Moraes, Amodei, Bindi, Iannacci e a Francesco Guccini. Sono passati quarant’anni da quel premio e molti lustri da quello spirito che animava le adunate all’Ariston, ricordate con affetto: «In una delle prime edizioni per un improvviso forfait di De Gregori mi toccò aprire la prima serata cantando La Locomotiva e chiudere l’ultima, ricantando La locomotiva. Si improvvisava, all’occorrenza. Quei primi anni li ricordo con immenso piacere: le serate a tirar tardi con Carlin Petrini e il Trio di Bra, con quel mattacchione e i suoi soci che sostenevano di aver fondato la prima radio indipendente. In realtà, in quegli anni, le radio libere spuntavano come funghi ma la loro era, senza dubbio, originale: aveva, come sigla, l’Internazionale. Ricordo in particolare la bizzarra serata in cui rendemmo omaggio all’ambasciatore cubano, con un canto allora famoso nel mondo, Cuba que linda es Cuba, ma nel passaggio in cui il testo recita “un Fidel che vibra sulle montagne”, ci mettemmo all’unisono a intonare “E bada ben che non si bagna”. I terzomondisti presenti si indignarono, forse più dell’ambasciatore. In quelle prime edizioni l’Ariston era sempre strapieno».

In ricordo di Pazienza Il “Tenco” era diventato il cuore della canzone d’autore. Venivano i grandi cantautori dall’estero: Ferrè, Brassens, Brel,Cohen, Joni Mitchell, Waits, Serrat e tanti altri. Venivano premiati anche gli organizzatori culturali come Nanni Ricordi, Mitchele L.Straniero , Dario Fo e tanti altri. Ancora, come in una melodia, Francesco Guccini ricorda: «Non ci si esibiva solo sul palco ma un po’ ovunque. Rivedo Carole King e Caudio Lolli sopra il tavolo mentre cantano, sento gli odori delle lunghe e continue cene con strofe di rimando. Nascevano amicizie, ci si confrontava, si polemizzava. Si mettevano in moto imprevedibili energie creative». Le potremmo definire con il linguaggio di oggi “sinergie creative”. C’era chi era legato alla scuola francese e chi, come lo stesso Guccini, ascoltava più le sirene d’oltreoceano, chi continuava nel solco della tradizione melodica nazionale. Non si incontravano solo cantautori, o personaggi legati al mondo della canzone, ma anche disegnatori, illustratori, vignettisti come Manara, Pazienza, Staino, Bonvi, Ellekappa e poi sceneggiatori e gente del cinema. «Un insieme di persone creative in un paese che ormai non separava più in maniera maniacale la cultura alta da cultura popolare. Paz e molti altri che non ci sono più li ricordo con particolare affetto: come scordare le gare con Pazienza a colpi di disegni e fumetti magari sulle tovaglie del ristorante dove si stava cenando? C’era poi l’infermeria, stanza appositamente ricavata nella zona dei camerini dove i ‘malati’ si recavano spesso e volentieri in quanto venivano curati esclusivamente col vino. Sono arrivati anche lì gli anni in cui tutto è cambiato e con naturalezza si è rallentato il mio rapporto con quella iniziativa. Qualche tempo addietro De Angelis mi ha annunciato che l’edizione di quest’anno mi avrebbe dedicato ben tre serate. Ottima occasione per rimetter piede in quel teatro».

Mici e canzoni Francesco Guccini ricorda e cita ma la nostra attenzione non è più sul suo affascinante dire. A dominare la scena è ora la gatta Paurina, con il suo impertinente andirivieni sul tavolo. E’ una star, questa gatta nera dal carattere marcato; soprattutto da quando, durante la diretta di Che tempo che fa, costrinse conduttore e cantautore ad un fuori programma con la sua magnetica presenza. «Si chiama Paurina – disse e ripete ora agli ospiti Guccini, di fatto presentandola- e il nome viene da paura, perché sta sempre in casa. E’una trovatella e deve aver subíto un trauma perché continua chieder coccole e il mangiare». Non è la sola gatta di casa: con lei c’è Menica: «Lei è più riservata, meno invadente. Menica è il nome del gatto che avevano i miei nonni». La sua passione per i gatti è arcinota. Esiste addirittura un sito che segnala tutte le canzoni in cui fanno comparsa i gatti. Qualche esempio? Nella Canzone delle situazioni differenti canta: «Se a volte urlo rabbia, poi dimentico e mi perdo nei mondi dentro agli occhi dei miei gatti» oppure in Giorno d’estate : «Un gatto pigro che si stira sul muro, sola cosa che vive, brilla al sole d’estate». E ancora i gatti compaiono ne Il pensionato, in Lettera, ne l’Ubriaco, in Ballando con una sconosciuta, in Acque e, naturalmente, nella programmatica Via Paolo Fabbri 43, dove sta l’ormai famoso passaggio: “Se fossi più gatto, se fossi un po’ più vagabondo…”. Un tempo il “ Tenco” era uno dei luoghi nel quale i giovani affilavano le armi, tentavano la fortuna, essendo il luogo nel quale si cercava la buona musica e si intuivano le capacità di giovani autori e cantanti. La constatazione che tutto è radicalmente cambiato porta Guccini a ragionamenti che oscillano tra la nostalgia e la pragmatica presa d’atto: «Non si suona più nelle balere, non si battono i locali della provincia, non ci sono quasi più negozi di dischi, pensa: ne avevamo uno anche, qui vicino, a Porretta. Oggi ci sono i talent e le carriere si costruiscono così con rapidità e con ritmi completamente diversi. Spesso il successo è solo momentaneo e i riscontri discografici il più delle volte inconsistenti. Per avere un disco d’oro, un tempo, bisognava vendere camionate di dischi; oggi te lo danno con 50.000».

Il pellegrinaggio dei fans Quelle canzoni d’autore, o come dicono alcuni, quelle canzoni d’un tempo, a cantarle oggi non sono i nostri coetanei, “quelli che..”, ma anche i figli e i figli dei figli: ben tre generazioni continuano ad ascoltarle. Non c’è che da seguire qualche incontro nelle università, non c’è che guardare quali dischi vengano continuamente trasformati in raccolte. A questo punto, divertito, Guccini racconta di quei pazzi che hanno affittato la locomotiva a Bologna e in quattrocento son saliti fin quassù, a Pàvena, da Bologna. E si lascia andare a riflessioni, anche autoironiche, sullo strano meccanismo che lega i cantanti, e gli autori in genere, al loro pubblico:«Mi viene in mente ciò che si vede nel cimitero della Chacarita a Buenos Aires dove la grande statua funeraria di Carlos Gardel è invasa da ex voto e dove si compie quello che ormai è un rito nazionale: tenere perennemente accesa la sigaretta che tiene nella mani. O i fiori che non mancano mai sulla tomba di Morrison, a Parigi. In queste occasioni, quando mi portano bambini da toccare nella fronte o quando mi sottopongono all’eterno rito dello scatto-ricordo mi viene voglia di gridare: vivo, io sono ancora vivo!». C’è chi a Pàvena ci va in treno a vapore e chi a piedi; alcuni, per non disturbare, nemmeno suonano e lasciano qualche bottiglia di vino davanti alla porta. Perché quassù, in montagna, lo sanno tutti dove abita il Guccini. D’altra parte il suo attaccamento a questi luoghi e alla sua montagna è profondo. Potrebbe parlarne per giornate intere. Questi segni li trovi nei suoi versi e nei suoi libri fatti di ritratti di persone e ambienti, di affetti e sentimenti: «Queste emozioni salgono improvvise e hanno bisogno di trovare subito riscontro nei suoni giusti, nelle parole giuste. Mi viene da sorridere quando sento alcuni colleghi che mi dicono: sai, ora mi chiudo in casa per un mese e faccio il nuovo album».

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