E i trumpisti de noantri vanno all’assalto di Renzi

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Bruttisimo momento per i progressisti di ogni latitudine

Si solleva l’onda trumpista su tutto il mondo (i vari Erdogan, Putin, Farage, Le Pen) e qualche spruzzo lambisce l’Italia galvanizzando i Salvini, i Brunetta, i Grillo.

In una fase già caldissima di suo – a poco più di 20 giorni dal voto referendario – l’inatteso trionfo di Donald Trump alimenta le pulsioni, come si dice adesso, anti-establishment, vellica la pancia, aizza il risentimento: e il governo Renzi, e personalmente il premier, vengono messi nel mirino con rinnovata forza polemica.

Nel voto americano non è difficile scorgere molte cose che riguardano lo stato di salute delle democrazie occidentali e della politica in quanto tale: ed è come se la politica, intesa come regolazione della passioni, venisse fulminata nelle urne, lasciando le passioni (comprese le peggiori) andare per proprio conto a briglia sciolta.

Brutto affare, per chi crede nella politica come mediazione fra i bisogni e il governo reale. Bruttissimo affare soprattutto per i riformisti di ogni latitudine.

E così, dopo la sbornia di stanotte, un Brunetta molto su di giri reclama le dimissioni del presidente del consiglio: “Rimetta il mandato nelle mani di Mattarella”. E perché? Perché – dice il capogruppo forzista – “ha schierato l’Italia con la Clinton”:il  che è chiaramente una sciocchezza, ma può suonare bene.

Ben venga un voto che in qualche modo sfascia certezze consolidate – progressisti contro conservatori affidabili: è Beppe Grillo che a momenti si intesta la vittoria di The Donald, che in fondo, ha lanciato un “vaffa” pesantissimo e vincente proprio come hanno fatto i Cinquestelle. C’è un po’ di delirio di onnipotenza in questo ma sotto sotto un po’ è vero: Grillo e Trump non sono forse due newcomers apparsi sulla scena chissà da dove e impostisi in un baleno contro tutte le previsioni?

E poi c’è Salvini, il primo “trumpista” italico, colui che andò a stringere la mano ad un Trump che probabilmente nemmeno sapeva chi era quel ragazzone italiano. Oggi, il Matteo di Milano, è entusiasta. Quando dice che «il popolo batte i poteri forti 3 a 0», Salvini cavalca un’antica contrapposizione (popolo contro potere) tipica del pensiero reazionario fra le due guerre mondiali ma soprattutto coglie e esaspera la propensione di un pezzo di società a fare a meno della politica, esalta il nichilismo proprio di questa stranissima fase storica nella quale muoiono le tradizionali forme della politica (Hillary è risultata “troppo” tradizionale anche per i democratici americani) ma non si vedono alternative serie all’orizzonte.

Per Matteo Renzi è un nuova grande nuvola sulla testa. Al di là delle strumentalizzazioni del voto americano – per cui è un gioco un po’ così proiettarlo sul referendum del 4 dicembre – non è chiaro se siamo dentro un inarrestabile ciclone reazionario e populista. Ma di certo il clima è cambiato.

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