È evidente che Berlino vuole la Grexit. Ora vediamo se l’Europa esiste

Grexit
bandiera ue_flickr giampaolo squarcina

O arriva una forte presa di posizione da parte di tutti i leader per rilanciare il progetto comunitario, o l’Europa dovrà fronteggiare presto il rischio concreto di una ‘’Euxit’’. Qualcosa di molto peggio di una semplice uscita di un paese dalle gabbie dell’Eurozona e che potrebbe assomigliare al disfacimento della ex Jugoslavia.

Qualcuno vuole Atene fuori dall’euro e quel qualcuno non è solo a Berlino (che sembrerebbe preferire una Grexit di cinque anni) ma in tutti i paesi che i sacrifici li hanno fatti davvero o comunque non li vogliono fare per gli altri.
In fondo basta ragionare per capire che la toppa non coprirà mai il buco senza una svolta nelle politiche europee. E questo lo sanno bene Merkel e Schauble, che proprio per questo si rifiutano di cancellare parte del debito della penisola: sarebbe un precedente pericoloso e un’ammissione implicita di essere diventati la grande Germania grazie al favore del ’53 in cui fu cancellato il 60% degli oneri di guerra al paese dei lander.

Meglio provare a buttare tutto a mare. Le altre soluzioni senza tagliadebito a poco servono. A nulla servirà chiedere altri 13 miliardi di euro in sacrifici ai greci per permettergli di coltivare l’illusione (o meglio la finzione) di poter ripagare il debito giunto a quasi il doppio della ricchezza nazionale.

A nulla sembra servito il referendum con la vittoria del No se poi nei fatti anche nell’esecutivo di Tsipras e nel parlamento ellenico governa il movimento del Si.

A nulla servirà concedere altri prestiti da oltre 70 miliardi di euro (tra fondo salva-Stati e FMI) se poi non si taglierà parte degli oltre 300 miliardi di debiti che soverchiano l’economia della penisola. Si preferisce, salvo smentite che sarebbero benefiche per tutti, garantire ai tedeschi la possibilità di continuare a tenere nel proprio bilancio federale un credito verso la Grecia di 60 miliardi di euro, sapendo che esso è di fatto una sofferenza inesigibile. Ammesso che ormai basti alla cancelliera e ai suoi elettori, viste le notizie negative che arrivano dall’Eurogruppo.

Si va avanti così, passando dalla tragedia delle persone che da due settimane non sanno se nelle loro banche serrate ci siano ancora i soldi risparmiati, alla farsa dei tutori dei conti europei che fingono di non sapere che Atene senza un condono debitorio dentro questo euro non si risolleverà mai.

O forse lo sanno troppo bene in Germania e per questo vogliono bocciare il piano Tsipras sul debito e l’intera sua manovra. In questo contesto è meglio pensare a cosa andrà fatto da lunedì, a prescindere dall’esito della trattativa finale tra creditori e debitori, che a quanto pare è ancora tutta da scrivere a poco più di 24 ore dalla riapertura dei mercati. L’Europa dovrà infatti fronteggiare presto il rischio concreto di una ‘’Euxit’’. Qualcosa di molto peggio di una semplice uscita di un paese dalle gabbie dell’Eurozona e che potrebbe assomigliare al disfacimento della ex Jugoslavia.

Il lunghissimo braccio di ferro tra il governo Tsipras e l’establishment di Berlino e Bruxelles rappresenta infatti il primo passo verso una rivisitazione di tutti i rapporti di forza nel Vecchio Continente.

Per questo, approfittando del momento, occorre rilanciare il progetto comunitario partendo da tre mosse obbligate. Innanzitutto a dover preoccupare i vari Jean Claude Juncker, Merkel e Hollande è il livello politico che sembra traballare di nuovo come nel 2012. A prescindere dalla qualità del quesito e dalla scelta di indire il referendum greco (il No è passato per poco più di tre milioni di voti a favore), è inevitabile attendersi scelte analoghe in altri paesi, visto che si sta stabilendo il principio dell’autodeterminazione economica e fiscale dei popoli dell’Ue.

Potrebbe toccare alla Francia, dove Marine Le Pen ha annunciato una consultazione in tal senso per il 2017, qualora dovesse vincere le presidenziali, possibilità non del tutto remota. La bionda figlia di Jean Marie, è stata chiara in una delle sue ultime interviste. ‘’Se dovessi vincere la corsa all’Eliseo la mia prima misura sarebbe di rendere il potere al popolo perché sarei stata mandata li’ per questo.

Andrei quindi dall’Unione Europea con una domanda precisa: o voi ridate al popolo francese la sua sovranità sul piano monetario, la sua libertà territoriale, la sua libertà legislativa economica o domanderei al popolo francese di uscire dall’Ue. Perché non accetto che il mio popolo sia un popolo schiavo’’, ha scandito la leader del Front National.

Parimenti, non è da escludere una vittoria dei No al referendum che la Gran Bretagna di David Cameron vuole indire per lo stesso anno, questa volta per uscire semplicemente dall’Unione. Potrebbe essere alla fine un’operazione positiva che sbloccherebbe il grande potere di veto che esercita Londra su tutte le materie che le fanno venire l’orticaria, ma rappresenterebbe comunque un esito molto pericoloso per la tenuta di tutta l’architrave comunitaria. Al punto in cui siamo, questo tipo di crepe possono far saltare tutta la diga.

Se passerà la linea in cui l’attuale Unione manterrà lo status di semplice Confederazione, con i guardiani dei conti unici registi delle vicende altrui, senza fare il passo decisivo verso una vera Federazione di Stati con una moneta, un tesoro e un esercito, sarà molto semplice trovare argomenti contro l’euro piuttosto che a favore. Negli ultimi sette anni la situazione economica, la disoccupazione e il livello di indebitamento degli Stati è peggiorato ovunque (Germania compresa, per quanto riguarda l’indebitamento statale).
Restare insieme semplicemente per viaggiare senza passaporto e con le stesse banconote in tasca non sarà uno spot di successo.

Più passa il tempo in questa terra di incertezza senza una forte presa di posizione da parte di tutti i leader e più difficile sarà convincere coloro che si fanno infatuare dai diffusi neo-nazionalismi che stare insieme è l’unica garanzia per non sprofondare di nuovo nell’orrore di un conflitto. La tentazione di tornare alla sovranità monetaria come già accade in Svezia, Polonia, Ungheria, Bulgaria, paesi che peraltro se la passano meglio, sarà
difficilmente arginabile.

Il secondo piano da affrontare subito, è una grande Conferenza dei paesi dell’Eurozona, gravati da oltre 5.000 miliardi di euro di nuovo indebitamento. Se l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa è appunto quello di giungere ad una Federazione, deve tornare sul tavolo la proposta, non più procastinabile, della condivisione del debito di tutti i paesi sopra il 60% del Pil, lanciando finalmente gli Eurobond con un unico soggetto emittente, un solo Tesoro con un ministro responsabile e dai pieni poteri. Tanti problemi nascono oggi dal fatto che le capitali emettono bond sovrani in una moneta che di fatto non controllano.

Terzo step per disincagliare la nave e tornare allo spirito dei suoi padri fondatori, è quello di rimettere mano alle leggi e ai Trattati. E non solo quelli economici, come il Fiscal Compact, che rappresenta un regolamento decisamente pro-ciclico. L’Europa necessita di una vera Carta Suprema, perché è del tutto palese che 300 milioni di cittadini vedono rappresentate nelle scelte politiche dei propri governi più le istanze delle istituzioni finanziarie che quelle delle persone.

Non basta aver fatto confluire parti del gigantesco e claudicante Trattato per una Costituzione d’Europa firmato a Roma nel 2004 e abbandonato nel 2005 per lo stop (guarda caso) di alcuni referendum  azionali, nel Trattato di Lisbona del 2007. Tutte le legislazioni nazionali sono ormai influenzate grandemente dal diritto comunitario per quanto riguarda le materie economiche come per i diritti fondamentali dell’individuo, ma manca una definitiva consacrazione che non si può trovare nei commi sparpagliati di una direttiva.

Serve coraggio, lo stesso che si è avuto pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Altrimenti la lezione ateniese non sarà servita a nulla.

(Foto Flickr – Giampaolo Squarcina)

Vedi anche

Altri articoli