Due vertici in dieci giorni: così l’Europa si prepara ad affrontare l’emergenza migranti

Scenari
epa05197336 Refugees waiting to enter Macedonia sit between tents in the refugee camp near the Greek-Macedonian border near Idomeni, northern Greece, 06 March 2016. Media and humanitarian organizations estimate that the number of migrants stuck at the Greek-Macedonian border crossing had swelled to 14,000. Macedonia has closed its borders to the wave of refugees wanting to pass through its territory to reach richer nations in western and northern Europe, straining bilateral ties with Greece. The Greek Foreign Ministry has threatened Macedonia with unspecified serious consequences if it does not let the refugees pass through  EPA/GEORGI LICOVSKI

Domani l’incontro con la Turchia, poi il Consiglio Ue. La Germania ha una proposta e l’Italia la sostiene, ma la soluzione non sarà semplice

Il destino di Schengen, dei rifugiati e volendo azzardare anche dell’Europa si decide in un arco di tempo stretto, durante il quale verranno imbastite manovre pesanti. Sarà una gara di acrobazie.

Tutto si gioca intorno a due momenti cruciali. Entrambi si tengono a Bruxelles. Domani c’è il vertice tra l’Ue e la Turchia. Si farà il punto sugli accordi presi a novembre: maggiori controlli sui confini da parte di Ankara in cambio di incentivi economici. Il 17 e 18 marzo, invece, si tiene il Consiglio europeo. I 28 paesi membri dovranno cercare di porre fine all’ordine sparso che ormai sta dominando nell’approccio alla questione. Ci sono poi i denti avvelenati – dell’Europa di mezzo nei confronti della Grecia – che rendono il tutto più ostico e fastidioso.

turchiaPartiamo dal vertice di domani. Gli accordi prevedono che l’Europa versi tre miliardi di euro nelle casse dello Stato turco, rilanciando i negoziati di adesione (di fatto congelati) e offrendo incentivi quali l’eliminazione dei visti per i cittadini turchi che si recano nell’area Schengen. La prima tranche di questi tre miliardi è appena stata versata, ma la Turchia sta alzando la posta, facendo notare che ha già stanziato otto miliardi di euro per i profughi siriani presenti nel paese. Il loro numero si avvicina ai due milioni, secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati.

Ankara, oltre a battere cassa, manifesta riserve anche in merito all’ipotesi che i cosiddetti migranti economici, in altre parole coloro che non hanno tecnicamente diritto all’asilo, possano essere espulsi dalla Grecia e rimandati sul suo territorio. Ma questo aspetto, registra la Bbc, è problematico anche per l’Unione europea, sia perché valutare la legittimità delle richieste d’asilo, caso per caso, è un’operazione difficile, sia perché nessuno dei paesi membri dell’Ue, con la sola eccezione della Bulgaria, considera la Turchia un paese sicuro e rispettoso dei diritti umani. Emerge così una questione etica non trascurabile. A tutto questo si aggiunge l’attuale clima da guerra civile che scuote il paese, dovuto all’offensiva del governo nelle aree curde. Il conflitto siriano “esporta” rifugiati, ma anche guerre.

Insomma, dare effettività agli accordi con la Turchia è una faccenda scivolosa, critica, difficile. Il piano potrebbe funzionare, ma anche fallire. In questo caso, come ha affermato il ministro degli Interni tedesco, Thomas de Maiziere, bisognerà formulare altre soluzioni, concordate tra i paesi Ue. Opzione non lineare, proprio in ragione del principio dell’ordine sparso andato affermandosi. L’Europa centrale, l’Austria, la Slovenia e la Croazia vogliono arrestare il transito di rifugiati in risalita dalla Grecia e convocano mini-vertici ad hoc. Qualcuno ha ripristinato i controlli alle frontiere, altri ne hanno una gran voglia. E tutto questo mette Angela Merkel, promotrice delle porte aperte e di un approccio comune tra i 28, in chiara minoranza in Europa. Fatto insolito.

La Cancelliera ha i suoi grattacapi anche in casa. La società tedesca, un pezzo della Cdu e gli alleati cristiano-sociali della Baviera (il loro leader Horst Seehofer ha incontrato questo venerdì Viktor Orban) manifestano crescente disapprovazione per la gestione dell’emergenza profughi. E il 13, in Germania, ci sono tre importanti appuntamenti elettorali locali. Restituiranno la fotografia degli umori. Alternativa per la Germania, partito passato dalle istanze anti-euro a quelle anti-rifugiati, potrebbe sparigliare.

In che modo la Cancelliera intende schiodarsi dall’angolo? In sostanza, perorando una linea condivisa europea. Si compone di due pilastri. Il primo coincide con l’obiettivo di salvaguardare a tutti i costi l’area Schengen, evitandone il collasso: creerebbe danni economici e politici incalcolabili. La tutela di Schengen e il ripristino della libera circolazione passa dal rafforzamento della protezione del limes esterno di questo stesso spazio, fattore tra l’altro previsto dal trattato che lo ha istituito. In questo senso, come riporta The Politico, c’è già un piano, con tanto di date e dettagli. E va esattamente in questo senso l’appello fatto ai migranti economici – “Non venite in Europa” – dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, durante la recente visita in Grecia.

 

Tusk ha anche rassicurato Atene, sotto attacco da parte dell’Austria e dell’Europa centrale per non contenere l’afflusso di rifugiati. Nessuno la spingerà fuori dall’area Schengen. Ma la Grecia, se da una parte è chiamata a rispettare gli impegni sugli hot spot, dall’altra non può diventare un “magazzino di anime” o un “Libano europeo”, saturo di rifugiati, simili a un paese-carcere. E questo dovrebbe essere evitato dalla riforma del sistema di Dublino sulle richieste di asilo, che la Commissione europea presenterà il 16 marzo nell’intento di spostare l’onere dai paesi europei di frontiera (le regole prevedono che siano loro a farsi carico delle richieste) e redistribuirlo, se così si può dire, tra tutti gli Stati membri. Ed è proprio questo il secondo pilastro della strategia tedesca.

L’Italia sostiene questa rimodulazione. Il ministro degli Interni Angelino Alfano e l’omologo tedesco, Thomas de Maiziere, hanno scritto una lettera congiunta, recapitata alla Commissione, in cui si chiede proprio questo. Ne dà conto La Stampa, che ha avuto modo di leggere il documento. Che conferma che, pur litigando su molti altri fronti, dalla flessibilità al gasdotto Nord Stream 2, Italia e Germania convergono su Schengen. Si può persino dire che Matteo Renzi, su questo fronte, sia il principale alleato di Angela Merkel.

Eppure non sarà facile far passare la riforma di Dublino, se è vero che il precedente tentativo di redistribuzione degli oneri, quello relativo alle quote per l’accoglienza dei rifugiati, non solo è stato bocciato da quattro paesi (Romania, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca), ma risulta in larghissima parte inattuato. Nei prossimi giorni l’Europa sarà un ring.

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