Due milioni e mezzo di euro dall’Europa per la sharing economy

Economia
Sharing-Economy

Come riconfiguriamo e ri-immaginiamo un sistema che sta passando sempre più dal possesso dei beni alla loro condivisione?

La sharing economy è una rivoluzione del nostro modo di pensare e vivere il rapporto tra economia e società, non è una moda passeggera, come alcuni avevano immaginato. Il fenomeno è complesso e racchiude una miriade di realtà differenti. Per questo il dibattito sul tema, almeno a livello istituzionale, dovrebbe partire da un punto fondamentale: le distinzioni. Perché le parole sono importanti, dicevano, e le definizioni ci aiutano a prendere le migliori decisioni possibili in materia. Una materia nuova, che deve essere “governata”, ma non imbrigliata in strutture che ne minino lo sviluppo creativo.

Quando si afferma che al centro ci sono aziende come Uber, non si commette di certo un errore, ma si rischia di perdere di vista il fenomeno nel suo complesso, tralasciando quelle realtà che uniscono – e mettono addirittura in rilievo – all’aspetto economico e di condivisione, quello sociale.

Così vale almeno distinguere – anche se una definizione condivisa ancora non si è trovata, per la natura recente e in continua evoluzione del fenomeno – tra forme di sharing sfruttatrici e le forme cooperative, dove le tecnologie sono al servizio di una comunità locale. Nelle prime inseriamo le grandi imprese, che non vanno necessariamente viste come “il male”, tra le seconde inseriamo gruppi locali che usano le piattaforme online per creare monete comunitarie, scambiare cibo a km zero, per esempio. Lì il vero motore sta nella collaborazione tra le persone, nella condivisione di tempo, spazi ed esperienze, nella messa in rete di talenti e conoscenze. Dalle social street agli orti urbani, siamo di fronte ad esperienze che contribuiscono al ritorno del concetto di comunità.

La novità del tema pone i legislatori di fronte a degli effettivi buchi normativi. In entrambi i casi, sia che si tratti di esempi del primo tipo – alcuni le definiscono in realtà “rental economy” perché sostanzialmente basate sull’affitto di beni e servizi su piattaforme tecnologiche – sia che si tratti delle seconde, c’è bisogno di immaginare qualcosa di nuovo.

In sostanza, come risolviamo le contraddizioni di un sistema normativo che è ancorato a scenari passati? Come regolamentiamo un servizio come Uber, accusato di concorrenza sleale, di illegalità, di sfruttamento dei lavoratori? Come ci poniamo nei confronti di Airbnb che offre soluzioni di pernottamento a prezzi più convenienti degli alberghi grazie a persone che condividono le loro abitazioni? Come riconfiguriamo e ri-immaginiamo un sistema che sta passando sempre più dal possesso dei beni alla loro condivisione?

Le risposte possibili sono tante e sono in divenire. La politica deve fotografare questo cambiamento e affrontare quello che porta con sé: opportunità e problematiche. E’ necessario uno sforzo di prospettiva, che non sia legato solo all’Italia, ma all’Europa. Perché le tecnologie, la rete, le esperienze non possono essere racchiuse in confini nazionali. Ed è proprio su questo nuovo modello che l’Unione europea dovrebbe sperimentare la propria capacità di essere inclusiva e guida per tutto il continente. In quel contesto, però, l’Italia può svolgere un ruolo importante, di portatore di innovazione creativa in Europa. L’interesse dell’Unione sul tema è alto, il lavoro da fare è molto, a partire dalla sistematizzazione delle realtà presenti nei vari Stati membri.

Da gennaio si è fatto, poi, un passo concreto. La Commissione europea ha individuato un team di alti funzionari che lavoreranno sul progetto pilota che ho presentato a giugno come parlamentare europeo, grazie alla collaborazione di tanti esperti italiani. L’Unione ha deciso di destinare al pilota sulla sharing economy ben due milioni e mezzo di euro, selezionandolo tra i pochissimi nuovi progetti pilota del 2016. Il nostro obiettivo è di concentrarci sulla sharing economy delle piccole realtà, quelle che hanno bisogno di incentivo e che, oltre all’economia, migliorano la nostra società.

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