Draghi dà un po’ d’acqua al cavallo che non beve

Bce
Il presidente della BCE Mario Draghi durante la celebrazione del centenario della nascita di Federico Caffè alla facolta' di economia di Roma Tre, Roma, 12 novembre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

L’allarme di Francoforte per una crescita che non decolla

Draghi aumenta l’acqua nel secchio del cavallo nella speranza che finalmente si rimetta a bere. Ma siamo davvero alle ultime cartucce che la Banca centrale europea ha nel suo armamentario per ridare slancio alla nostra cara vecchia Europa, amata oggi più dai disperati che scappano dalle guerre e dalla fame che dai suoi abitanti.

Nella conferenza stampa di inizio mese dopo la riunione del board dell’Eurotower, come previsto proprio su queste colonne, l’uomo che più crede nell’Unione e nell’euro, ha annunciato quello che era previsto da alcuni: il rafforzamento al limite massimo e forse oltre settembre del 2016 (se lo vorranno i tedeschi) del Quantitative Easing, il bazooka costruito in casa che permette alla Bce di comprare titoli di stato europei ogni mese per 60 miliardi di euro, ora alzato al top del 33% per ogni emissione.

Questo significa sostanzialmente due cose: anche nello spettrale nuovo grattacielo di Francofortesalgono gli allarmi preoccupati del mainstream, che raccontano di un’economia nella palude; secondo, dopo questa nuova iniezione di denaro, che finirà inizialmente nelle tasche delle banche perché la Bce acquista sul mercato secondario e non sul primario – dove i Tesori nazionali vendono i loro bond governativi – ci sarà ben poco da fare sul fronte della politica monetaria.

Stante queste regole che sono state scritte per la nostra Banca centrale, spetterà ai governi rimettere in piedi un sistema sgonfio. D’altronde le ultime stime che lo stesso Draghi ha illustrato sono impietose: l’inflazione media nell’Eurozona quest’anno si fermerà allo 0,1% per salire nel ’16 e nel ’17 all’1,1 e all’1,7%. Per ora quindi siamo in piena deflazione e non solo per il calo di petrolio e dell’economia cinese, ma proprio per la debolezza della domanda interna. Sperare che si arrivi al target del 2% (obiettivo appunto del QE) in questo momento è solo un atto di fede. La crescita non va meglio.

Quest’anno, sempre nell’area della moneta unica, dovrebbe fermarsi all’1,4% per poi salire all’1,7% e all’1,8% nei due successivi, ma senza un balzo dei consumi e delle costruzioni sarà difficile che si creino tanti posti di lavoro.

Dunque, che fare? Tifare sempre per il tutore dell’euro senza confidare che sia solo quel secchio d’acqua a trasformare in purosangue un cavallo stremato.

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