“Dov’è Mario?” Guzzanti alle prese con il doppio. Cinque pellicole storiche a tema

Cinema
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Partendo da “Dov’è Mario?”, la serie tv di Corrado Guzzanti che ha esordito ieri su Sky Atlantic, abbiamo passato in rassegna 5 tra i più famosi e rappresentativi casi di sdoppiamento di personalità nei personaggi dei film

In Dov’è Mario?, l’attesissima serie in quattro puntate cominciata ieri sera su Sky Atlantic, Corrado Guzzanti è contemporaneamente Mario Bambea e Bizio Capoccetti. Esangue intellettuale borghese il primo, comico volgare e irriverente il secondo. Un perfetto gioco di antitesi, che vede le due identità contrapporsi e allo stesso tempo coappartenersi, in una dinamica che ha radici in un concetto antichissimo: quello del doppio.

Senza volerci addentrare in un territorio che estende i suoi confini dalla religione alla scienza, ci basti pensare allo sviluppo di questo tema nell’ultimo secolo e mezzo; sulla scorta della nascita della psicologia la doppiezza dell’individuo acquisisce connotati oggettivi, fino a diventare, nei suoi casi più estremi, il cosiddetto “DDI”, ovvero Disturbo Dissociativo dell’Identità.

Sono molte le trasposizioni artistiche di questa “patologia”, che diventa il soggetto di alcune delle opere più famose del cinema e della letteratura. A partire dal celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, che nel 1886 dà alle stampe Lo stano caso del dottro Jekyll e del signor Hyde: vero e proprio paradigma delle storie che hanno a che fare con lo sdoppiamento.

Riadattato innumerevoli volte per il cinema e la televisione, questa che vi proponiamo è la suggestiva trasformazione del protagonista nel film del 1931 Il dottor Jakyll, diretto da Rouben Mamoullan e presentato durante la primissima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Con un balzo temporale di quasi 30 anni, ci imbattiamo in un’altra celebre pellicola: Psycho, di Alfred Hitchcock. Anche qui il doppio viene indagato nei suoi risvolti più terribili e la figura di Norman Bates, l’assassino che acquisisce la personalità di sua madre, diventa una sorta di archetipo. Personaggio letterario creato dallo scrittore Robert Bloch nella sua serie di romanzi Psycho, Bates rappresenta a tutti gli effetti un caso psichiatrico “esemplare”: vittima di abusi da parte della madre durante l’infanzia, e pronto a restituire al mondo gli effetti devastanti del suo vissuto traumatico.

È non è solo il genere horror, o quello thriller, ad appropriarsi del topos del doppio. Molto spesso è anche la commedia a utilizzare questo tema come serbatoio di gag irresistibili. In Italia il gioco dello sdoppiamento a sfondo ridanciano, ma pur sempre patologico, trova una sua rappresentazione iconica nel personaggio dell’avvocato interpretato da Alberto Sordi in Troppo Forte. Carlo Verdone, nei panni nell’ingenuo aspirante attore Oscar Pettinari, si mette nelle mani di un legale, il conte Giacomo Pigna Corelli Inselci, che alla fine del film, dopo averlo costretto a inscenare un finto incidente stradale per truffare l’assicurazione, rivela la sua tragicomica doppiezza.

E’ un film che parla dell’uomo alla vigilia del nuovo millennio, quello che rilegge il doppio come reazione psicotica alla realtà esistente. In Fight Club, lungometraggio di David Fincher tratto dal romanzo omonimo di Chuck Palahniuk, il protagonista interpretato da Edward Norton è letteralmente costretto a spararsi per allontanare il suo alter ego Tyler (Brad Pitt). Ma quando questo accade gli eventi sono ormai precipitati fino a un punto di non ritorno: Norton non potrà fare altro che osservare il crollo degli imponenti gratteceli, sedi di altrettanti istituti di credito, devastati delle bombe piazzate dal suo “intraprendente” alter ego.

E alla fine torniamo a Dov’è Mario di Corrado Guzzanti; ultimissima attualizzazione del tema del doppio e forse quella che ci tocca più da vicino. Perché all’interno del percorso che separa i due opposti, apparentemente inconciliabili, di Mario Bambea e Bizio Capoccetti, il comico romano sembra indicare una specie di “zona franca”. Una dimensione nella quale, mantenendo una minima distanza di sicurezza dagli estremi, forse è possibile vivere in maniera più equilibrata la nostra italianità. Senza bisogno di cadere per forza nella psicosi.

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