Dove la terra è intrisa di petrolio

Reportage
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L’intero Kurdistan iracheno galleggia sul gas e sull’oro nero e ne dipende pressoché completamente

Kirkuk vuol dire petrolio e gas, ma anche il resto del Kurdistan. Ecco una attendibile compilazione sulla questione. È il petrolio a fare le guerre, si dice. No, la guerra non si fa per una ma per molte ragioni, tutte ripugnanti.

Sulla Cittadella di Erbil c’è un visitabile museo geologico, con annesso botteghino di pietre lavorate: è così piccolo e povero, campionario e vetrinette, che fa tenerezza. Ma il Kurdistan è un formidabile campionario geologico. Ci sono dei punti in cui sembra che la montagna sia appena stata compressa dentro una morsa gigantesca, che l’ha fatta rigonfiare ed esporre all’aria aperta gli strati del suo sottosuolo: un millefoglie di strisce dai colori forti, accostati senza paura di stonare.

La ricchezza di minerali è ancora pochissimo sfruttata, perché tutte le risorse sono volte agli idrocarburi. «Riserve del Giurassico e Triassico soprattutto importanti nell’area di Dohuk, del Terziario del Cretaceo e del Giurassico attorno a Erbil, e del Terziario nel sud profondo». Insomma, il petrolio. Uno che non è del ramo pensa che la terra sia agli sgoccioli, dopo tanto parlare del picco e dello shale. E invece non si fa che trovare petrolio. Mosul e Kirkuk, e la Dibis dell’attacco di ieri, ne erano famose già all’inizio del Novecento.

Ma l’intero Kurdistan cosiddetto iracheno, il Krg, galleggia sul gas e sul petrolio: più abbondante il petrolio a nord, più il gas a sud. Il Krg ha molto più gas non associato, cioè non sottoprodotto col petrolio, dell’i n te ro Iraq. Le prospezioni più importanti sono avvenute negli ultimi dieci anni, con un tasso di successo molto alto: del 60 per cento nel 2012, mentre la media mondiale si aggira attorno al 30 per cento. Una buona notizia? Ottima, si direbbe, se la sovrabbondanza di petrolio non facesse a pugni con la democrazia (unico grande esempio la Norvegia, ma è molto a nord) e non tendesse a fare il vuoto di ogni altra risorsa. Anche il Krg dipende pressoché interamente dal petrolio. E poiché è un (quasi) Stato senza uno sbocco al mare, dipende interamente dai Paesi vicini per il trasporto. Oggi, i Paesi vicini sono prima di tutto la Turchia, con la quale c’è un’antica pipeline dall’Iraq, sostituita nel tratto occupato dall’Isis; l’Iran, con il quale è progettata un’altra pipeline e intanto il trasporto avviene con i camion; e l’Iraq stesso, essendo la Siria fuori gioco.

Per assurdo che paia, l’Iraq soffre di gravi penurie di energia e importa gas dall’Iran ad alti costi, e in un mondo normale potrebbe servirsi presso il Krg. (Vi faccio un esempio del mondo così com’è invece: il 2016 è stato un anno formidabile per il raccolto di grano in Kurdistan. A lungo Baghdad non ne voleva sapere e ha cercato il grano per il suo fabbisogno in Australia!). La pipeline con la Turchia sbocca dopo mille kilometri sul Mediterraneo a Ceyhan, e da lì il petrolio (e il gas, altrettanto importante) non destinato alla Turchia parte alla volta di Italia e Germania. E soprattutto di Israele, attraverso il porto di Ashkelon.

Il Krg ha rapporti eccellenti con Israele; al contrario, l’Iraq non lo riconosce, e dunque non può rivalersi della supposta illiceità del commercio autonomo curdo. In teoria lo spazio oggi siriano potrebbe entrare spettacolarmente in gioco, poiché i curdi del Rojava occupano una striscia di territorio lungo il confine turco che, se un giorno riuscisse a ricucire i tratti interrotti, arriverebbe fino al golfo mediterraneo di Alessandretta. Ma questa è oggi pura utopia per un popolo di montanari che sognano il mare ma se le danno mutuamente di santa sragione. Ho un amico a Kirkuk, non lo vedevo da una vita quando per la prima volta, nel 2014, sono andato in quella favolosa e arrischiata città. Ricordavo vagamente che Kamo era «nel petrolio»: in realtà è tutt’altro che un petroliere ma sa tante cose e me le fa vedere con i miei occhi. Là attorno, petrolio e gas sono a fior di terra. Capita di trovarsi davanti un incendio, ed è il gas di superficie che ha preso fuoco: mi è successo a Chemchemal, città famosa per i suoi malviventi.

Tedeschi e inglesi scoprirono il petrolio di Kirkuk e Mosul alla fine dell’Ottocento, si dice, ma è un po’ come quando Colombo scoprì l’Ameri – ca benché fosse piena di americani. La gente da tempo immemorabile ci riscaldava le greggi e ci cucinava sopra. Si chiamava, l’enorme campo del primo pozzo, «Baba Gurgur», che vuol dire il Padre della Fiamma Perenne. Le pellegrine andavano a chiedergli di restare incinte di un figlio maschio.

Lo si era ritenuto la porta d’ingresso dell’inferno, o il luogo della Fornace Ardente del libro del profeta Daniele. Nella Cittadella di Kirkuk è collocata una delle parecchie tombe attribuite a Daniele, accanto a quelle di Anania, Mishael e Azaria (Shadrach, Meshach, e Abednego in babilonese), i tre giovani ebrei che Nabucodonosor fece gettare nella fornace e ci ballarono sopra. Allo sfruttamento del giacimento colossale in quel fatidico 1927 parteciparono, sotto la sigla comune di Iraq Petroleum Company, Standard Oil di New Jersey e Standard Oil di New York, Gulf Oil, Pan-American, Atlantic Richfield, Anglo-Persian, Royal Dutch Shell, Compagnie Francaise des Pétroles e Calouste Gulbenkian. Spruzzò fuori una colonna alta 43 metri, con una tale potenza che occorsero molti giorni per arginare il petrolio, e Kirkuk rischiò di essere sommersa da un’alluvione di oro nero.

Un secolo dopo petrolio e gas continuano ad abbondarci, e quando la coalizione a guida americana finalmente intervenne ad arginare l’alluvione dei tagliagole dell’Isis nell’estate del 2014, ebbe certo un pensiero di riguardo per i giacimenti di Kirkuk. A quel punto l’Isis era arrivata a minacciare da vicinissimo il Kurdistan. Non so se si sarebbe spinto fino a tentare di occuparlo. I peshmerga di Erbil si erano fatti trovare impreparati di fronte alla sua avanzata sul monte Sinjar. Ma lo smarrimento non durò molto, e tenere il Kurdistan sarebbe stato altro affare. A Mosul l’armata irachena si squagliò e la gente era così piena di rancore per la Baghdad sciita che, minoranze a parte, accolse i miliziani con rassegnazione quando non con entusiasmo: ma erano arabi e sunniti. Anche la maggioranza dei curdi è sunnita, ma non sono arabi, e quando raccontano quel mondo i curdi dicono così: i sunniti, gli sciiti, e i curdi.

Il Kurdistan, «emirato onshore»… La caduta di Saddam aveva inaugurato la corsa a nuove prospezioni, con la partecipazione di una quantità di compagnie internazionali. La tranquillità di cui godette il Kurdistan tra il 2003 dell’invasione angloamericana dell’Iraq e il 2014 dell’invasione dell’Isis, favorì questo attivismo petroliero. L’Italia restò fuori, confinata al sud di Bassora, almeno altrettanto ricco di petrolio.

Il nuovo governo iracheno aveva compilato una lista nera dei Paesi e delle società che si mettevano in affari con il Kurdistan per escluderle dai suoi giacimenti. Qualche compagnia era troppo grossa per cedere, o aveva alle spalle uno Stato troppo grosso; l’Eni e l’Italia non ci provarono. Al contrario la Exxon Mobil, che è la più grande compagnia non nazionale, nel 2011 concluse col Krg un contratto per l’esplorazione di 6 siti. Seguirono nel 2012 Taqa (Abu Dhabi) Total, Chevron, Gazprom Neft. È un fatto che l’Iraq sciita oggi non sembri forte abbastanza da permettersi ultimatum. Il piatto curdo, comunque, si rivelava davvero ricco. «È il raro caso – scrive un esperto – della scoperta di una vasta provincia di petrolio tradizionale onshore in una misura superiore a quelle di Oman, Colombia e Azerbaijan e, come loro, fuori dall’Opec».

Entro il 2012 praticamente l’intero territorio del Kurdistan era stato coperto da contratti di esplorazione o sfruttamento, con la piccola eccezione di spazi troppo impervii. In un tempo in cui si lamenta la dipendenza europea da una inaffidabile Russia, il petrolio curdo promette una consistente alternativa. Due forni, almeno. Il nuovo orizzonte da «emirato onshore» fece del Kurdistan una mecca dello sviluppo urbano ed edilizio. Fra i capitali arrivati, c’erano, chissà per quale entità, quelli in nero dei dittatori indaffarati a esportarli per speculare e farsi un salvadanaio. Molti di loro sono stati travolti, e chissà chi e per quali vie ha ereditato: Gheddafi, Ben Ali…

Le costruzioni, in mano ai turchi, ingegneri e manodopera, venivano su come i funghi. Bisogna sedersi a guardare un grattacielo in costruzione a Erbil: la notte magari, quando fa meno caldo e la luce dei fari aiuta. C’è un muratore in piedi sull’orlo del pavimento di cemento di un quattordicesimo piano in costruzione, senza parapetto, senza sicurezza. Lui non ha nemmeno un casco né guanti. È a torso nudo. Tira su un mattone alla volta di cemento forato da un mucchio, si sporge sull’orlo, e con il braccio largo – come quando si tira a canestro a uncino, per scansare la difesa – lo lancia al piano di sopra, dove un suo compagno si sporge a sua volta per afferrarlo e posarlo sul suo mucchio.

Viene da piangere a pensare al bungee jumping o ai camminatori sul filo. Erbil in particolare prese un’aria da metropoli kazaka, o da emirato, poi Isis e crollo del petrolio fermarono molti di quei grattacieli a mezz’aria, una Pienza moderna, bruttezza a parte. È incredibile come questi scheletri di cemento armato diventino rovine antiche per così dire dal giorno alla notte: quando la crisi sarà passata non serviranno più a niente, e per ricominciare bisognerà buttarli giù.

Nella fase impetuosa di esplorazioni del sottosuolo, in particolare dopo il 2006, le grandi compagnie internazionali restarono prudenti, diffidando di una regione così politicamente sismica e contando sui pozzi dell’Iraq sciita. Si fece così spazio all’intraprendenza di compagnie minori e anche a una partecipazione locale. Alcune di queste scoprirono vasti giacimenti, di gas a Miran (Heritage) e di petrolio a Shaikan (Gulf Keystone), ambedue nel 2009; quello di Shaikan, in produzione dal 2010, 150 km quadrati, è il più grande dell’intera regione e uno dei più grandi scoperti nell’ultimo mezzo secolo.

In qualche caso ci fu una specie di «sub-nazionalizzazione», come nel giacimento di Khurmala, a Kirkuk, passato nel 2009 dalla irachena Compagnia Petrolifera del Nord alla curda Kar. Alla fine del 2016, l’esportazione di petrolio dal Kurdistan non si avvicina ancora all’obiettivo di 1 milione di barili al giorno, cui si aggiungono i 150-200 mila barili di Kirkuk, e altri 250 dei giacimenti adiacenti di Bai Hassan, Jambur e Khabbaz. Questo ne fa il settimo paese petrolifero del medio oriente, con la prospettiva di scalare ancora la classifica. 2014: il petrolio venduto in proprio Nel 2014 il Kurdistan cominciò anche pubblicamente a vendere il petrolio in proprio.

Baghdad protestò rumorosamente, ma aveva mancato di versare la proporzione di finanziamenti dovuta al Krg: il 17 per cento, la quota della popolazione della regione. Del resto le cose erano già drasticamente cambiate da quando Kirkuk, disertata dall’esercito iracheno di fronte all’ava n z a t a dell’Isis, era stata salvata e saldamente presidiata dai peshmerga, con il fermo proposito di non abbandonarla più. I curdi, che a Kirkuk avevano occupato anche i giacimenti di Bai Hassan, Jambur e Ain Zalah, e poi di Butmah e Sufaiya a nord-ovest di Mosul, cominciarono a collegare i campi per riversarli dentro la loro rete di pipeline. Dall’altra parte, l’Isis aveva occupato la cittadina di Baiji, che era la più grande raffineria dell’Iraq, e uno snodo strategico dell’itinerario da Kirkuk a Mosul.

La perdita di Baiji comportò una grave penuria di benzina, diesel e altri prodotti raffinati anche nel Kurdistan. La raffineria era e resta un punto debole dell’indipendenza curda. L’Isis fece tesoro del possesso di Baiji per i suoi traffici di petrolio e derivati. Ne l l ’ottobre del 2015 Baiji è stata tolta al Califfato dalle milizie sciite; si dice – fondatamente – che i «liberatori» abbiano smantellato e svenduto a pezzi ai loro compari iraniani i macchinari più preziosi della raffineria!

Il Kurdistan ha due raffinerie medio-piccole e progetta la costruzione di altre tre. Progetti che, come la costruzione di altri tratti di collegamento delle pipeline e la manutenzione dei pozzi, comportano investimenti oggi difficili per un governo su cui pesa un debito enorme, con un numero sproporzionato di dipendenti pubblici e un numero a sua volta enorme di profughi e sfollati, e infine con una corruzione universalmente riconosciuta.

Sono altrettanti argomenti che uniti alla guerra e alle divisioni tra partiti curdi rendono assai cauti gli investitori stranieri e abbassano enormemente il prezzo del petrolio curdo. Un rialzo consistente del prezzo internazionale del petrolio alleggerirebbe la situazione debitoria del Kurdistan, ma non ne cambierebbe la dipendenza. All’inizio di ottobre il governo del Krgf ha concluso un accordo con la società internazionale Deloitte che dovrebbe verificare l’intero ambito petrolifero e procurargli una migliore trasparenza.

Il controllo del traffico del petrolio e della sua rendita è largamente in mano al Kdp, il partito del presidente Barzani. I giacimenti rinvenuti nei suoi territori, Erbil e Dohuk, l’hanno reso più indipendente da quelli del sud, e gli stretti rapporti con la Turchia, principale mercato di sbocco e transito, l’hanno ulteriormente favorito. Ma il vincolo con la Turchia è esso stesso arrischiato, perché il regime di Erdogan aspira al sultanato e all’onnipotenza, tanto più dopo il colpo di mano fallito del 15 luglio 2016; ma quel colpo è stato anche un avvertimento destinato a risuonare a distanza. E il Kdp non potrà non risentire prima o poi dell’imbarazzo in cui è messo da una Turchia che spedisce ininterrottamente la propria aviazione a bombardare i «terroristi» del Pkk dentro i confini del Krg.

Più ancora, la prevalenza relativa del Kdp è messa in causa dal controllo curdo – del Puk e di Gorran – di Kirkuk. Kirkuk non è solo l’abbondanza petrolifera, è anche una città così grande da spostare i rapporti di forza elettorale dal Pdk ai partiti rivali di Suleimanyah. D’altra parte questi sono, per un’inevitabile condizione geopolitica, sotto l’influenza iraniana, che comporta a sua volta imbarazzanti contrasti.

A parte la guerra con l’Isis, l’area egemonizzata dal Puk è adiacente a quella arabo-sciita, le cui milizie sono già e saranno sempre più sue nemiche, tanto più quando si deciderà la sorte finale di Kirkuk. Per giunta a metà del 2016 si è rotta anche nel confinante Iran la lunghissima tregua osservata dai curdi iraniani, i cui partiti maggiori hanno dichiarato la ripresa della lotta armata. Così il Puk, già vicino a differenza del Kdp ai combattenti curdo-turchi del Pkk in esilio, si trova, su una scala per ora molto ridotta, a maneggiare una situazione simile a quella del Kdp, con l’Iran pronto a stanare e colpire i combattenti curdo-iraniani dentro i confini dell’area Puk del Krg. Un rebus paradossale, che corrisponde peraltro a una quantità di grovigli analoghi nella dissoluzione del vicino oriente.

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