Dove cresce la Lega non cresce la cultura

Destra
Il neo sindaco di Padova Massimo Bitonci festeggia in piazza delle Erbe con il governatore veneto Luca Zaia, Padova, 9 giugno 2014. ANSA/ DAVIDE BOLZONI

A Cascina e a Padova i neosindaci leghisti smantellano le eredità della sinistra: i vertici del teatro e la “Fiera delle parole”

Con il fiuto animalesco che a volte solo gli artisti hanno, il 19 giugno, giorno del ballottaggio, Sabina Guzzanti, ricordando che a Cascina opera uno degli ultimi centri di produzione teatrali lancia, dal suoi blog, un appello: «Uno spazio magnifico, pubblico, non privato, con tre sale per gli spettacoli, sale prove, sala registrazione musicale, spazi per i bambini, foresterie per gli artisti(..) Ebbene? Ebbene, se vince la sindaca leghista, ribattezzata “la leonessa”da Salvini in persona, la promessa è che il centro di produzione teatrale come ti sbagli sarà chiuso e venduto, trasformato in mini appartamenti a beneficio di qualche costruttore amico dei del leghisti».

Esagerazioni a parte, la sua profezia s’è, di fatto, avverata. Proprio com’è successo a Padova dove un altro sindaco leghista, Massimo Bitonci, ha sospeso senza motivazioni attendibili, una rassegna culturale di valore nazionale, la «Fiera delle parole». Un modo a dir poco originale di intendere i rapporti tra territorio e cultura.

Il teatro di Cascina si snatura
In realtà, nella campagna elettorale di Cascina, in provincia di Pisa, poco si era parlato di teatro, e la candidata leghista, appoggiata da tutto il centro destra, non aveva dedicato grande spazio a questo argomento. Interessava molto di più puntare sul tema della paura degli immigrati. La vittoria leghista, seppure per una manciata di voti, è stata, per il Pd, uno degli smacchi più inattesi dell’ulti – ma tornata elettorale. Assunto il potere, dopo mezzo secolo o giù di lì di amministrazioni di sinistra, la nuova coalizione s’è presentata mettendosi con lena a smantellare alcuni dei simboli che avevano caratterizzato quelle amministrazioni. A partire dal teatro con il relativo centro di produzione. Dove poteva partire per colpire, se non dalla cultura, una coalizione di centrodestra a guida leghista? È iniziata una lunga disputa che,di fatto, sta portando a snaturare se non proprio a smantellare un luogo che lega formazione e intrattenimento.

Il centro, nato all’interno di una fabbrica dismessa di legname, si era andato sviluppando e dalla metà degli anni Novanta e ha assunto le attuali dimensioni. Oggi si estende su seimila metri quadrati con tre sale di diverse dimensioni capaci di ospitare mille spettatori. Una struttura rilevante che,anche per effetto della crisi che ha investito tutto il settore teatrale, ha poi incontrato delle difficoltà proprio sul terreno finanziario. Per questo erano stati varati provvedimenti riguardanti proprio la dimensione della struttura e le questioni economiche e predisposto un piano di rientro finanziario. Tutto ciò deve avere spaventato i nuovi amministratori i quali, anziché misurarsi con gli aspetti positivi e negativi dell’esperienza, hanno deciso di tagliar corto, avviando lo smontaggio dell’intero sistema. Il bilancio annuo del teatro è di un milione e 600mila euro ed è formato, per quanto riguarda le entrate, da quattro macro-voci: il contributo comunale (260mila euro), quello della Regione (360mila), del Ministero dei beni culturali (360mila) e delle attività teatrali (600mila euro). Colpendo la capacità di produzione si finisce in realtà per danneggiare il bilancio, anziché risanarlo.

Michelangelo Betti e Fabiano Martinelli, presidente e vicepresidente della Fondazione Sipario, presentano le dimissioni al sindaco una settimana dopo il voto, il 27 giugno. Con rispetto delle regole e del bon ton. «Abbiamo dato la nostra disponibilità a collaborare per un passaggio delle consegne sereno, ma siamo stati ignorati», commenta l’ex-presidente. Ma il bon ton non rientra nei modi sbrigativi della sindaca leghista: passato un mese, in piene ferie, pubblica un avviso di selezione per la surroga dei due membri del consiglio. Sono presentate sedici domande dalle quali, all’inizio di agosto, spunta il nome di Matteo Arcenni, collaboratore della sindaca, e l’attore Andrea Buscemi, diventa il nuovo presidente. Sarà gettato alle ortiche il gran lavoro del direttore artistico, Donatella Diamanti, ancora in carica? E la stagione è quella già predisposta o ne sarà varata un’altra, in salsa leghista? Michelangelo Betti rammenta anche una parentesi dai risvolti comici: «Ci siamo dimessi il 27 giugno e solo il 14 luglio sono stato cercato da una dipendente comunale che mi ha chiesto: “Scusi, dove posso trovare le sue dimissioni?”Ho risposto “al protocollo del Comune”». Ma la sindaca sapeva già chi mettere al suo posto e come aprire la crisi in questa struttura di rilevanza nazionale.

Padova taglia i ponti con la Fiera delle parole
Ancora più sbrigativo è stato il sindaco leghista di Padova il quale, nonostante l’opposizione di una parte consistente della città che è andata a manifestare sotto le finestre del comune, ha deciso di tagliare i ponti con la “Fiera delle parole”. L’importante rassegna si teneva da cinque anni a Padova, nel Palazzo della Ragione, ha visto tutti i più grandi scrittori, artisti e intellettuali misurarsi con i giovani e le famiglie, il tema della scrittura, della lettura e della creatività. Essere sloggiata dalle città che cambiano amministrazione è una sorte alla quale questa preziosa rassegna che vive della passione di un’instancabile organizzatrice, Bruna Coscia, sembra destinata. Era già successo alla fine del precedente quinquennio, in quel di Rovigo, dove la giunta di centro-destra appena eletta aveva deciso di poter fare a meno della “Fiera delle parole”. Se una fiera si doveva fare, era meglio, magari, quella dei cenci o del bestiame. Dignitosamente Bruna Coscia ha lasciato quel bel palazzo nel centro storico per trovare una nuova sede, in un paese, vicino, Montegrotto Terme, dove ha iniziato la nuova edizione. Dignità che non vuol dire rinunciare alle proprie idee e ai propri valori, come sostiene questa incredibile donna: «L’importante era non cedere nel merito. Questa rassegna ha un suo stile, ha un suo pubblico. Quel che conta sono i contenuti. Per questo molti lettori e giovani di Padova ci seguono anche qui. Lo dimostrano le centinaia e centinaia di cittadini, tra i quali moltissimi giovani, che partecipano alle nostre iniziative».

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