Dopo il muro, ecco l’identikit del profugo. Così muore l’Europa

Immigrazione
epa04889389 Migrants holding temporary documents, line up before boarding a ship to Piraeus, on the island of Kos, Greece, 19 August 2015. The Greek island is struggling with a major influx of refugees and migrants amidst the financial crisis and the height of the tourist season.  EPA/YANNIS KOLESIDIS

Non solo limitazioni al numero di profughi ma anche la descrizione di quella che deve essere la nazionalità e la religione

200 profughi, siriani e che siano cristiani. E’ quanto è disposta a concedere all’emergenza migranti la Slovacchia, paese di 5 milioni di abitanti situato nel cuore dell’Europa. “Non abbiamo moschee, vogliamo solo cristiani”, questa è la versione del governo slovacco. Giusto per farsi un’idea, si stima che la sola Austria, che con la Slovacchia condivide il confine orientale, arriverà ad accogliere nell’anno in corso, ben 80mila profughi.

Quella della Slovacchia è solo l’ultima di una serie di prese di posizione dei paesi di quello che una volta era il blocco di Varsavia contro la logica delle quote di distribuzione dei profughi. Una linea che i grandi paesi continentali (chi prima chi dopo, chi più chi meno a denti stretti) stanno ormai arrivando a considerare l’unica via percorribile davanti ad un’emergenza che ha prodotto già oltre 4 milioni di profughi in fuga dalla sola Siria.

Le pressioni di Bruxelles sui paesi membri sono sempre più forti, e sempre più forti sono le reazioni del blocco dei paesi orientali. Clamoroso è il caso dell’Ungheria che ha di fatto costruito un muro divisorio che percorre i 180 chilometri di confine che la dividono dalla vicina Serbia. Finito al centro di pesanti critiche, il primo ministro Viktor Orbán, divenuto ormai punto di riferimento internazionale della destra più oltranzista, ha rilanciato: “Il flusso di migranti illegale sta minacciando di far iniziare un conflitto sociale, economico e culturale senza precedente nei paesi europei”.

Sulla stessa linea le dichiarazioni del premier slovacco Robert Fico, non un estremista di destra ma un abile interprete delle pulsioni più profonde del suo popolo: “La Slovacchia è un paese cristiano, non possiamo tollerare un flusso di 300mila-400mila migranti musulmani che comincerebbero a costruire le moschee dappertutto sulla nostra terra e che tenterebbero di cambiare la natura, la cultura e i valori del nostro stato”. Identiche posizioni sono maggioritarie in paesi come la Repubblica Ceca, la Polonia e gli stati baltici.

Il muro che il blocco dei paesi orientali sta alzando contro la redistribuzione dei profughi mette in mostra, ancora una volta, tutti i limiti di un’Unione europea incompleta e impossibilitata a funzionare. “Chi ha bombardato la Libia? Chi ha creato problemi in Nord Africa? Non certo la Slovacchia”. In queste parole del primo ministro slovacco c’è tutto ciò che non va dell’attuale Unione europea. Prima ancora dei problemi economici, sarà la mancanza di condivisione e di integrazione politica che finirà per uccidere il progetto Europa.

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