Dopo Cuba, l’Iran. La diplomazia dell’ultimo Obama

Mondo
epa04846265 President Barack Obama, standing with Vice President Joe Biden, delivers remarks in the East Room of the White House in Washington,  14 July 2015.   After 18 days of intense and often fractious negotiation, diplomats Tuesday declared that world powers and Iran had struck a landmark deal to curb Iran's nuclear program in exchange for billions of dollars in relief from international sanctions.  EPA/ANDREW HARNIK / AP / POOL Pool Photo

Libero da vincoli elettorali, il presidente americano ha deciso di farsi guidare dalle sue convinzioni di sempre. E la diplomazia ha ricominciato a funzionare

“Cambiare è possibile”. Quello che in qualsiasi altro Paese e contesto sarebbe stato (ed in effetti spesso lo è) uno slogan elettorale, per Barack Obama è una sorta di manifesto di fine mandato. I destinatari di questo messaggio sono l’Iran e gli iraniani, dopo lo storico accordo raggiunto sul nucleare. Ma in realtà quel “cambiare è possibile” è e rappresenta molto di più. E’ un invito, un’esortazione al mondo, in primis agli americani stessi.

A poco più di un anno dalle prossime elezioni presidenziali, quelle in cui a rappresentare il campo democratico sarà quasi certamente Hillary Clinton, Obama mette a referto un colpo diplomatico senza precedenti. Dopo tredici anni di trattative, minacce reciproche, anatemi e messaggi d’odio, l’Iran degli Ayatollah accetta di limitare al minimo il processo di arricchimento dell’uranio e di concedere l’accesso agli ispettori internazionali presso i siti sospetti.

Un colpo che l’amministrazione Usa rivendica con orgoglio, ma che al tempo stesso solleva non poche perplessità in patria. I repubblicani, sulla scia della dura presa di posizione di Israele, non gli daranno tregua. Il Presidente però ha parlato chiaro, facendo capire a tutti (tra le mura domestiche e fuori) che questo storico risultato non entrerà a far parte di dispute politiche né tantomeno elettorali: “Porrò il veto su qualsiasi legge che impedisca l’attuazione di questo accordo”. Poi un messaggio, altrettanto chiaro, all’Iran: “L’accordo non si basa sulla fiducia ma sulle verifiche, se venisse violato ci saranno serie conseguenze”.

Un Obama più risoluto che mai. La storica intesa con l’Iran arriva dopo un altro passaggio epocale: il disgelo con Cuba. E’ la dimostrazione che la diplomazia americana funziona. Sicuramente un cambio di tendenza radicale rispetto agli anni bui di Bush, ma anche rispetto ai primi anni dello stesso Obama. Libero da vincoli elettorali, il primo presidente afroamericano della storia americana ha deciso di farsi guidare dalle sue convinzioni di sempre. Ed ha ottenuto risultati importanti.

Se Chavez inveiva contro Bush e l’America imperialista riempiendo gli stadi in patria e i cuori di tutta l’America Latina, oggi il suo erede Nicolas Maduro, alle prese con una crisi economica e politica molto grave, ha le armi spuntate. Il riavvicinamento con Cuba ha simbolicamente riavvicinato gli Stati Uniti al resto del continente. E questo è avvenuto quando Washington ha smesso i considerare tutto ciò che si trova a sud del Rio Bravo solo come il proprio “giardino di casa”.

Cuba e Iran sono due situazioni assolutamente diverse tra loro, sia dal punto di vista economico sia sul piano strategico e politico, però le conseguenze di queste aperture potrebbero essere simili. Aver abbattuto un muro lungo trent’anni con l’Iran sciita potrebbe rivelarsi una mossa fondamentale dal punto di vista degli equilibri precarissimi del Medio Oriente dove la minaccia dell’Isis (ma non solo) si fa sempre più pesante.

L’Obama che vediamo (e che vedremo) all’azione in questi ultimi mesi di mandato è l’Obama del discorso all’Università del Cairo. E’ un’Obama che, a partire dalle sbagliate interpretazioni del fenomeno delle Primavere Arabe, ha capito che la via della diplomazia è quella da intraprendere. Appoggiare e finanziare movimenti di protesta, anche quando mossi da un reale spirito democratico e positivamente rivoluzionare, non è bastato e non basta più. In questo senso il lavoro del segretario di Stato John Kerry si è rivelato preziosissimo e verrà sicuramente ricordato per molto tempo.

Alla Casa Bianca, ora, rimane un altro grande e irrisolto fascicolo aperto: Russia, o per meglio dire, Putin. L’inasprimento dei rapporti con il grande nemico non ha portato a nulla di buono, lo si è visto in Ucraina e ancora prima in Siria. Al momento sembra impossibile pensare a un riavvicinamento: troppe le divergenze sul piano politico, economico, sociale e finanche umano. Ma con questo Obama di fine mandato, mai dire mai.

 

(Foto Ansa)

Vedi anche

Altri articoli