Donald Trump is the new Sarah Palin?

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epa04116270 Former Governor of Alaska Sarah Palin waves after speaking at the 41st Annual Conservative Political Action Conference (CPAC), at the Gaylord National Resort and Convention Center in National Harbor, Maryland, USA, 08 March 2014.  EPA/MICHAEL REYNOLDS

L’ex numero due di John McCain sosterrà il miliardario repubblicano in corsa per la Casa Bianca

A due settimane dalle primarie in Iowa i sondaggi si fanno sempre più incerti e l’esito del primo confronto sempre più indecifrabile. Sebbene a livello nazionale non sembra esserci partita, sia in campo repubblicano che democratico, nel primo campo di battaglia le previsioni si fanno invece più difficili.

Chissà se in questo quadro Trump riuscirà a beneficiare dell’endorsement di Sarah Palin, l’ex governatrice dell’Alaska divenuta famosa per il ticket con John McCain nel 2008. Sicuramente i due sono molto simili. Entrambi hanno inanellato una sequela di gaffe imbarazzanti. Quelle della Palin avevano messo più volte in difficoltà McCain, tanto da divenire un ostacolo più che un’opportunità. Specialmente quando bisognava fare i conti con le vistose lacune in politica estera. Per lei “vedere la Russia dal giardino di casa” era un fatto sufficiente a conferirgli una qualche credibilità in politica internazionale. Fu invece una gaffe clamorosa e un regalo prezioso per decine di comici ghiotti di strafalcioni.

Tuttavia, c’è chi pensa che dopotutto il sostegno della Palin non può nuocere a Trump e anzi, potrebbe persino aiutarlo a consolidare il suo personaggio. Entrambi sono repubblicani, ma le loro posizioni li hanno sempre posti al di fuori dall’ortodossia del GOP. Harry Enten, su fivethirtyeight.com, prova ad elencare i punti in comune fra i due. E sono diversi. Compreso quello che li etichetta entrambe come ‘mavericks’. Enten ricorda infatti come la scelta di Cain nel 2008 ricadde proprio sulla Palin per la sua biografia da outsider. All’epoca i repubblicani dovevano far fronte ad un partito democratico in ascesa che proponeva in corsa un duello vero e non di facciata tra un afroamericano – Obama – e una donna – Clinton. Qualsiasi fosse stato l’esito delle primarie, i democratici avrebbero portato alla Casa Bianca una novità simbolo di apertura e di rottura rispetto al passato. La prima donna presidente o il primo afroamericano a occupare lo studio ovale. I repubblicani invece venivano fuori dagli anni terribili di Bush e da una serie di candidati troppo deboli. Compreso McCain, che sebbene si sia contraddistinto per un fair play a volte impeccabile, ha dovuto fare i conti con chi addirittura lo accusava di essere troppo vecchio e poco in salute. Per fugare ogni speculazione, dovette addirittura pubblicare i risultati di alcune analisi cliniche.

Insomma la Palin aveva tutto quello che serviva per dimostrare che il partito repubblicano sapeva cambiare. Che aveva giovani leve che potevano occupare posizioni di rilievo. Peccato però che, al contrario della Clinton, la Palin non aveva la stessa preparazione e la stessa esperienza. Questo la penalizzò a tal punto che ad ogni incontro con i giornalisti c’è chi tra i suoi colleghi di partito incrociava le dita, sperando di non dover sentire una nuova gaffe.

Tutto questo non fa paura però a Donald Trump. Le sue gaffe sono un marchio di fabbrica di cui va fiero. Più volte ha affermato che non ha tempo “per essere politicamente corretto“. Le critiche non lo toccano. Anzi, gli fanno conquistare popolarità in quell’america che vede di buon occhio le sue posizioni su immigrazione e terrorismo. Non a caso, la Palin ha presentato il suo candidato favorito dicendo che sarà il presidente che «lascerà che i nostri combattenti facciano il loro lavoro e diano un calcio nel sedere» allo Stato Islamico. Chissà se basterà questo a far breccia nell’elettorato dell’america profonda.

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