“Dobbiamo parlare”, la rivoluzione in una stanza

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Il nuovo film di Sergio Rubini presentato alla Festa del cinema di Roma ha un impianto teatrale

È nato prima lo spettacolo teatrale o il film? Il perché della domanda lo capirete subito vedendo il nuovo lungometraggio di Sergio Rubini, Dobbiamo parlare, scritto dallo stesso Rubini con Carla Cavalluzzi e Diego De Silva, e presentato ieri sera alla Festa del Cinema di Roma. L’intero film – a parte la scena finale, quando la telecamera lascia l’appartamento per inquadrare Roma dall’alto – è girato nel salotto di un attico in affitto nel centro della capitale e l’impianto teatrale è evidente da subito: noi siamo il pubblico invitato ad assistere ad una specie di «guerra» fra coppie, o meglio ad un atto rivoluzionario che vuole abbattere tutte le barriere tra destra/sinistra, borghese/intellettuale, giovani/anziani. La casa è quella di Vanni (Sergio Rubini), scrittore affermato, e Linda (Isabella Ragonese), una trentenne che collabora nell’ombra ai suoi romanzi. Convivono, a differenza dei loro amici, Costanza (Maria Pia Calzone) e Alfredo detto il Prof (Fabrizio Bentivoglio), sposati e benestanti.

Ma torniamo a l teatro. Alla domanda iniziale risponde Rubini:«Sono patito da uno spunto semplice: una coppia in crisi entra in casa di un’altra coppia e a sorpresa fa scoppiare quest’ultima… Abbiamo scritto una sceneggiatura che non era per il teatro, anche se abbiamo fatto delle prove aperte al pubblico (nelle Marche, ndr). Poi ci siamo chiusi in un appartamento romano e abbiamo girato tutto in sequenza. Solo durante la lavorazione del film, e non prima, mi sono chiesto ma perché non farlo anche a teatro?» E così Dobbiamo parlare sarà anche uno spettacolo (prodotto da Marco Balsamo), che debutterà al Teatro della Pergola di Firenze il 24 novembre (con repliche al Teatro Franco Parenti di Milano, all’Ambra Jovinelli di Roma, al Teatro Diana di Napoli). Al cinema, invece, il film uscirà il 19 novembre il 120 copie distribuito da Cinema.
«Quel che ho voluto fare – aggiunge Rubini – è scompaginare le cose e far fare a Bentivoglio (che è milanese, ndr) il comico romanesco, mentre io ho interpretato l’intellettuale di sinistra». Il punto è: ancora un altro film sui rapporti di coppia difficili? Qui succede una cosa semplice semplice: Costanza scopre che il marito la tradisce con la moglie di un ricco macellaio (il re dell’ossobuco) e così piomba in casa di Vanni e Linda per sfogarsi. Dopo un po’ arriva anche il marito e inizia una sorta di terapia di coppie che coinvolge tutti e quattro i personaggi, costretti ad affrontare la verità sui loro rapporti tra accuse, difese e colpi di scena (con un tradimento anche da parte di Linda, ma di tipo “letterario”). Cosa ricorda? Carnage, ovvio. Anche se in quel caso lo spunto della discussione era la lite di un ragazzino in un parco. Il film di Polański, tra l’altro, è basato sull’opera teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza (ecco il teatro che ritorna!), testo più volte rappresentato in Italia da registi diversi (è di qualche anno fa spettacolo di Roberto Andò, con Silvio Orlando, Alessio Boni, Anna Bonaiuto, Michela Cescon).

Il legame con il teatro, così come con la letteratura, in realtà ricorre spesso nel percorso cinematografico di Rubini (Shakespeare in L’anima gemella, Dostoevskij in La terra) e Dobbiamo parlare è quasi un ritorno alle origini (anche La stazione, film del 1990, era girato tutto in una stanza ed era la versione cinematografica di un lavoro teatrale). Ma qui c’è un qualcosa diverso: un atto di ribellione, uno slancio verso una via d’uscita che solo Linda è in grado di trovare. «Mi sono identificata molto in questa giovane intellettuale – ammette Isabella Ragonese – . Forse perché ci somigliamo, apparteniamo alla stessa generazione, una generazione che pensa ma ha difficoltà ad agire». Ma alla fine Linda agisce. «Un tempo queste due coppie sarebbero state nemiche – aggiunge Rubini -, ma ormai siamo alla quinta Repubblica e più che dello scontro di classe mi interessava parlare del conflitto generazionale. È comunque un film al femminile». Per Maria Pia Carbone (incredibile Imma Savastano nella serie Gomorra) questo film è stato un gran bel salto: «Una sfida che ho colto con gioia – dice – mi sentivo protetta». E Bentivoglio non nasconde che il suo timore più grande era il giudizio dei romani: «Quando il macchinista romano mi ha detto “bravo”, perché ho pronunciato “ssedia” con due s ho capito che era fatta». Il punto di forza del film sono propri i caratteri dei personaggi, ma le regole del teatro sul piccolo o grande schermo non sempre funzionano alal perfezione. E poi, quel pesce con la voce di Antonio Albanese cosa voleva dirci? Che parlare d’amore fa sempre bene? Forse sì, forse no.

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