Dobbiamo abituarci a vivere nella paura?

Terrorismo
Polizia controlla Montmartre
 (ANSA/AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)

Ne parliamo con Paolo Crepet, psichiatra, Raffaele Felaco, psicologo delle emergenze e Marco Lombardi, docente di “Gestione della crisi e comunicazione del rischio”

Falsi allarmi, servizio delle metropolitane interrotte, città militarizzate e semideserte: l’Europa risponde così agli attacchi terroristici di Parigi. Sui social e nei media tradizionali il proliferare di notizie, o presunte tali, alimentano una tensione già di per sé molto alta. Anche il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è dovuto intervenire con un audio messaggio, indirizzato ai più giovani, per sfatare alcune leggende metropolitane che stanno creando una vera e propria psicosi collettiva.

Per lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet non c’è da meravigliarsi: “Dalla fine della seconda guerra mondiale l’Europa ha sempre vissuto senza conoscere la paura della guerra” ma auspica di continuare a “vivere con serenità, senza farsi prendere dal panico”.

Sarà possibile oppure siamo destinati a vivere nella paura?

Secondo lo scrittore francese Michel Houellebecq “non si può fare altrimenti” e pronostica che anche a questo ci abitueremo perché “nessuna emozione umana, nemmeno la paura, è forte come l’abitudine”.

Però avverte Raffaele Felaco, psicologo delle emergenze e docente all’Università del Molise: “Allo stress cronico non ci si abitua, semmai ci si adatta”.

Se si interpretano i fatti di Parigi come un’emergenza, un evento drammatico ma eccezionale, secondo l’esperienza di Felaco, il trauma potrà essere assorbito da gran parte della popolazione nel giro di pochi giorni e la vita continuerà in maniera normale.

Ma se si dovesse andare incontro ad un clima di terrore permanente, come l’Isis minaccia, la questione diventa molto differente.

Un esempio per tutti è quanto si verifica da anni in Israele dove l’adattamento della popolazione a vivere nella paura ha portato a delle conseguenze serie a livello di somatizzazione, con l’insorgere di vere e proprie malattie e stati di ansia e panico.

Marco Lombardi, docente di ‘Gestione della crisi e comunicazione del rischio’ all’Università Cattolica di Milano, ci spiega che in Europa questo rischio non sembra potersi verificare, perché “il momento critico a cui stiamo assistendo è dovuto alla novità di ciò che è accaduto, ma è solo questione di tempo, la normalità tornerà presto”. “In traumi come questi”, ci spiega Felaco, “l’essere umano è predisposto a mettere in atto un meccanismo di difesa, che ci permette di adeguarci, di organizzarci e di superare”. E’ il processo che Crepet definisce della “rimozione” che ci dà “la forza di superare un evento drammatico, come un lutto”. L’uomo infatti, chiarisce Lombardi, “è un conservatore, per questo avrà la tendenza naturale a implementare atteggiamenti di routine che avranno un effetto tranquillizzante”.

Quello che oggi ci fa paura, domani sarà quindi metabolizzato e superato.

Questo atteggiamento, ci spiega Lombardi, da una parte può essere considerato come un fenomeno positivo “perché ci permette di sopravvivere nello stress” ma allo stesso tempo “questa strategia spontanea non risolve il problema che ha generato la paura”. Per Lombardi è fondamentale essere consapevoli di questo aspetto, soprattutto per chi ricopre incarichi politici e responsabilità di governo.

L’adattamento a vivere sereni quindi è difficile ma inevitabile e sarà più forte delle nostre paure.

Ciò che dobbiamo evitare però è ripetere ossessivamente che “dobbiamo tornare velocemente alla normalità”. Questo, secondo Lombardi, non è possibile semplicemente perché “siamo noi stessi ad essere cambiati, sono i nostri occhi ad essere diversi, quindi, torneremo alla normalità ma sarà diversa” . La psicosi di questi giorni ne è la testimonianza ma “impareremo velocemente a prestare attenzione a certi pacchetti di spazzatura senza pensare che tutti i pacchetti di spazzatura siano bombe. Anche se probabilmente non potremo più guardarli con disinteresse come facevamo prima”.

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