Ditelo con i fiori

Politica
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Le margherite amate da Giscard d’Estaing, i garofani di Craxi e così via: la liaison tra politica e botanica svelata dall’artista Taryn Simon

È composto di asfodeli il prato degli inferi dove si ritrovavano quelli che in vita non erano stati né buoni né cattivi. A metà strada fra il Tartaro, per gli empi, e i Campi Elisi, per i giusti. I politici, a metà strada fra l’infamia degli empi e la gloria dei giusti, quando devono mostrarsi in pubblico, sembrano delle vere e proprie signorine preraffaellite: si adornano di fiori. Le margherite onnipresenti, in ogni stanza e tavolo libero, di Valéry Giscard d’Estaing; i garofani di Craxi, a mazzi lunghi, selvatici o all’occhiello; le ortensie da regalare alla Merkel, rigorosamente in bouquet corto, da sposa; le rose rosse di Mitterrand, sparse tutte introno a lui durante le campagne; Khrushchev e i suoi iris lilla chiaro, elegantissimi. E solo gerbere giganti per la Clinton, preferibilmente chiare.

Potrei continuare all’infinito. Fiori addosso, nelle loro stanze, sotto ai microfoni, dappertutto. Per non parlare degli incontri diplomatici: i capi di Stato se ne stanno lì, si guardano sognanti, sorriso smagliante, mentre tengono in braccio fasci di fiori ricevuti in dono. È solo un vezzo decorativo o c’entra – no qualcosa con la costruzione dell’immagine del potere?

L’artista americana Taryn Simon cerca di indagare proprio questo con il suo ultimo lavoro Paperwork and the Will of Capital. Trentasei composizioni floreali leggendarie, le stesse che hanno presenziato incontri politici tra leader mondiali dal 1968 al 2014, entrano in un processo di catalogazione e studio millimetrico, quasi ossessivo. La Simon le ha ricreate sotto forma di still-life, fissate con spilli e cera lacca, poi immortalate in foto: magnolie che accompagnarono la Dichiarazione di Bratislava insieme a orchiede e bamboo per l’accordo siglato a Bretton Woods nel 1944, che portò alla creazione della Banca Mondiale. Questi fiori che sedevano indisturbati insieme ai potenti, mentre firmavano accordi volti ad influenzare il destino del mondo, sono lo specchio del potere politico, della sua dialettica necessaria e, allo stesso tempo, futile.

La fascinazione della Simon è iniziata con un’immagine che ritrae Hitler, Mussolini e Chamberlain insieme, durante la conferenza di Monaco. Fra loro, sopra a un tavolino da caffè, troneggia indisturbato un vaso di fiori gigante. Elemento straniante, ornamento rituale, punto fermo in cui sembra concentrarsi il vuoto di potere. Una specie di spirale ipnotica che cattura lo sguardo, altrimenti perso nel bianco e nero sbiadito della stanza, delle facce impegnate in chissà quale discorso reso insignificante dal tempo.

Per far risplendere questo vuoto l’artista si è immersa nella letteratura sui fiori. Prima studiando l’opera di George Sinclair, capo-giardiniere per il Duca di Bedford che, nell’Abazia di Woburn, passò la vita a studiare la biodiversità. Poi ispirandosi alle nature morte dipinte nel diciassettesimo secolo dagli eredi dei fiamminghi che riproducevano bouquet “impossibili”, accostando specie che fiorivano in mesi diversi a migliaia di chilometri di distanza. Per questo, più di quattromila tipi di fiori e piante, hanno viaggiato dall’Aalsmeer Flower Auction – la più grande asta floricola mondiale – allo studio della Simon, a New York.

È una delle poche fotografe “impegnate” rimaste, in ogni gesto che compone i suoi bouquet si possono leggere almeno una dozzina di denunce, affilate frecciatine, critiche strutturate. Dai fiori “spettatori muti”, rappresentanti dei vinti della storia (“gli innocenti sulla scena del crimine”, come afferma la Simon), al fiore come immagine di purezza, fino al dato secondo il quale alcune specie endemiche sarebbero state eliminate dal mercato a causa della loro fragilità. Se vi piacciono tanto le rose è perché vogliono che vi piacciano le rose: «La rosa è così robusta, può sopravvivere praticamente ovunque e il nostro desiderio di rose è collegato e incoraggiato da intenzioni di mercato». La domanda motore di tutta l’opera della Simon, dagli inizi fino a oggi, è: come si costruisce l’immagine del potere? La risposta sembra essere: nei particolari, che restano. Alla Casa Bianca, per esempio, è un’apposita Chief Floral Designer che studia i particolari – le forme, i colori e l’architettura- dei giardini e degli interni del numero 1700 di Pennsylvania avenue. Si chiama Hedieh Ghaffarian ed è cresciuta alla corte del guru parigino Christian Tortu, fondatore e direttore dell’Ecole des Fleurs, una specie di università per maestri fiorai. A ogni Presidente il suo fiore, questa è la legge. La Bibbia delle composizioni, però, resta ancora il testo shakespeariano (rivisitato). Salice: fine di un amore che adesso significa fine di un accordo. Ortica: dolore che adesso significa guerra. Margherita: innocenza che adesso significa pace. Papavero, morte. Olmarie, inutilità.

I GIGLI NEI SONETTI

Ma il fiore preferito dal drammaturgo inglese, con il quale definiva gli uomini di potere, è il giglio. Nei Sonetti parla dei governanti gigli che “hanno il potere di ferire ma non lo fanno”: questo non fare il male che potrebbero – anche- fare si configura come loro massima virtù. Eppure sono esposti a una segreta corruzione. Il giglio, come i potenti, è costantemente minacciato dall’azione che può infettarlo e rendere il suo profumo – il più dolce- peggiore di quello delle erbacce. Ogni azione non è di per sé una corruzione, come l’immobilità non è segno indiscutibile di purezza, ma il non esercitare il potere di cui si dispone potrebbe essere un modo per ripensarlo. Di questa inevitabile corruzione parla anche Bataille nel Linguaggio dei fiori.

Dopo un breve periodo di splendore, la decadenza colpisce i fiori che marciscono al sole. C’è una descrizione suggestiva e particolarmente dettagliata della loro puzza. Sembrano perfetti ma tornano presto alla loro sporcizia primitiva, così l’ideale è ridotto a un brandello di letamaio aereo. «Appassiscono come smorfiose invecchiate e troppo incipriate e muoiono ridicolmente sugli steli che sembravano portarli alle stelle». Bellezza e spreco. Difficoltà di mantenersi all’altezza. Vita brevissima e imponderabile fioritura. Nonostante appassiscano presto, questi fiori restano nei dipinti, nei libri, nelle tradizioni, nella successione. Per questo sono oggetto prediletto di contemplazione. Come lo spettacolo dei sakura in Giappone: oltre che ricoprirci tutto l’arcipelago nipponico, venivano piantati dall’imperatore nelle colonie durante l’espansione per trasformare il suolo straniero in giapponese. Dal significare, quando cadevano, il sacrificio dei giovani soldati per la patria, al simboleggiare la nazione durante le operazioni tokkotai (era dipinto un fiore di ciliegio rosa su fondo bianco sopra i lati degli aerei, sugli elmetti e sulle divise degli aviatori).

Fiori di carne e sangue. Contemplarli significa poter sbirciare dentro al potere, guardare l’osso, e poter cambiare quello che c’è intorno, il corpo politico. Ammirare i sakura, le composizioni della Simon o i gigli di Shakespeare, è l’apice della ritualizzazione così come dello svuotamento del potere, sempre in attesa di nuova linfa, di nuove mani pronte a modellarlo.

Questi fiori sono lo specchio del potere politico, della sua dialettica che è attraente e vuota, necessaria e, allo stesso tempo, futile. Come afferma la Simon: «Il mio obiettivo era quello di fotografare gli innocenti sulla scena del crimine».

 

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