Il discorso del premier a Rimini. “Così rimettiamo in moto l’Italia”

Pd
L'intervento del Presidente del Consiglio Matteo Renzi al Meeting di Rimini, 25 agosto 2015. ANSA/ PALAZZO CHIGI - TIBERIO BARCHIELLI   +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Il testo integrale dell’intervento di Matteo Renzi al Meeting

Metterò insieme i vostri spunti con alcune considerazioni legate all’attualità, e tenterò di rispondere con alcune considerazioni, con alcune suggestioni, con alcune valutazioni dando un giudizio su quella che per me è oggi la grande possibilità che si apre di fronte all’ Italia: essere la terra delle opportunità e non dei rimpianti.
Parto però da un giudizio molto duro e molto crudo sulla realtà. Non vuol dire non essere positivi su ciò che vediamo, ma essere sinceri innanzitutto con noi stessi. E allora, quando noi ci domandiamo che tipo di strategia abbiamo in testa sull’Europa, dobbiamo avere il coraggio di dire che su questo tema, e non soltanto su questo, abbiamo perso vent’anni nel dibattito che ha appena finito di caratterizzare il nostro Paese. Dobbiamo avere il coraggio di dire che quando parliamo del Mediterraneo, e un grande sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, lo chiamava il prolungamento del lago di Tiberiade, parliamo non di una frontiera dell’Europa ma del cuore dell’Europa!
Eppure, in questi anni, non c’è stata la sufficiente attenzione da parte della politica, di tutta la politica, nel considerare il Mediterraneo come il cuore del dibattito europeo. E cosa è accaduto? Che l’Europa si è allargata come numero di Paesi, si è allargata come poteri e responsabilità, ma guardando in direzione strabica verso quello che doveva essere il centro motore della propria azione. E’ quel che è accaduto anche per un’altra grande questione che abbiamo riaperto. Dobbiamo avere anche il coraggio di dire che in questi anni del Sud, o meglio dei Sud, si è fatto un racconto macchiettistico, parziale, totalmente incentrato sul negativo come se il Sud potesse essere semplicemente il set per una fiction andata male, o perché si immaginava il Sud soltanto come un luogo di disperazione.Quello da cui vorrei partire, però, è la mia esperienza personale. Viviamo un tempo in cui accade qualcosa di cruciale, si ha come la sensazione che la storia faccia gli straordinari, e per me è stata plastica l’esperienza di Presidente del Consiglio durante la settimana in cui sono andato in visita alla Casa Bianca, rappresentando il Governo italiano. Era la settimana in cui avevo visto il film “Selma, la strada per la libertà”.
Scusate se parto da una cosa che può sembrare banale, ma se ci pensate nel giro di cinquant’anni la più grande democrazia del mondo è passato dal vietare in Alabama ad una donna di colore, a più donne di colore, la possibilità di registrarsi al voto a consentire a Barack Obama di divenire il Primo Presidente di colore della storia di quel Paese.
E’ evidente che ciascuno di noi ha tante piccole grandi storie da raccontare e in cui si dimostra con chiarezza che il mondo corre a una velocità impressionante. Pensate al vostro primo Meeting, il 1980 era un mondo diverso. Era il Meeting per l’amicizia, oggi l’amicizia è qualcosa da chiedere su Facebook, non è certo una cosa sulla quale si fa un Meeting. Voglio dire che oggi l’Italia ha una gigantesca questione educativa e culturale davanti a sé, e gigantesche opportunità che ci vedono di fronte a un bivio: se l’Italia torna a fare l’Italia c’è spazio per l’Italia nel mondo e c’è spazio per l’Italia in Europa, c’è spazio per l’Italia nel Mediterraneo e c’è spazio per l’Italia per uscire dalla crisi nella quale siamo. Se viceversa l’Italia non investe su sé stessa, e continua in un racconto di negatività, non è che l’Italia diventa meno ricca, ma è il mondo che perde l’occasione dell’Italia. Questa è la tesi sulla quale vorrei annoiarvi per una ventina di minuti, partendo però da un presupposto.
Io non volevo venire al Meeting di Rimini, non volevo venire ed è bene che ve lo dica con grande franchezza. Non certo per un fatto ideologico. I miei predecessori a Palazzo Chigi hanno sempre scelto di venire al Meeting magari perché appassionati dall’idea di utilizzare questo luogo parzialmente anche per quello che è, una gigantesca bellissima occasione politica in cui si riflette, si discute, si ragiona. Qualche predecessore a Palazzo Chigi ha considerato questa come una importante piazza politica da non perdere mai, ma anche qualche mio predecessore alla guida del mio partito. Non volevo venire non perché avevo chissà quale paura, ma perché non mi andava di trovare domani titoli, che comunque troveremo, sull’accoglienza più o meno calda o più o meno forte, politicamente intesa, perché riconosco questo luogo come un luogo nel quale tanti amici hanno arricchito la propria esistenza e l’esistenza di loro compagni di strada in modo diverso rispetto a quello che la ricostruzione giornalistica farà. Tuttavia ho scelto di essere qui, vi ho conosciuto in una scuola fiorentina, io ero studente boy scout e quindi avevo qualche giudizio, o se volete pregiudizio, nei confronti della “pericolosa” presenza ciellina nella mia scuola. Voglio partire di qui perché esiste una dimensione nella vita di ciascuno di noi che prescinde dagli aspetti più legati alla politica, e nella vita politica abbiamo avuto idee diametralmente opposte. Vengo al Meeting lieto e grato. Utilizzo questi due termini perché sono i due termini che in un sms circolare ci mandò un nostro amico che purtroppo si è lasciato troppo presto. Era il mio oppositore in Provincia, il capogruppo di Forza Italia. Lui era ancora democristiano più che di Forza Italia, diciamo era la componente democristiana di Forza Italia. Era Graziano Grazzini, un amico di molti di voi oltre che di molti di noi, un rigoroso avversario e di discussioni politiche accese. Per il cinquantesimo compleanno ci mandò un sms dicendosi “lieto e grato”. E’ un’espressione molto bella di un modo di vivere. Ci insultavamo nei dibattiti politici con affetto, come si deve tra due mondi che sono mondi anche diversi quando c’è questo riconoscimento di qualcosa di più grande della semplice distanza politica.
Parto da qui, dall’esperienza dell’amicizia con uno come Graziano per dire che l’Italia, in questi vent’anni, a mio giudizio, ha trasformato quella che chiamiano Seconda Repubblica in una rissa permanente ideologica che ha smarrito dalla vista il bene comune. Mentre il mondo correva, è rimasta ferma e impantanata in discussioni sterili. Lo dico qui con franchezza a voi che avete spesso applaudito gli uni e talvolta anche gli altri, e quindi lo dico con rispetto e non voglio sembrare provocatorio o polemico. Ma ritengo che il berlusconismo, e per alcuni aspetti anche l’antiberlusconismo, abbia fatto mettere il tasto pausa al dibattito italiano, e per vent’ anni noi abbiamo perso occasioni clamorose e noi oggi noi abbiamo il compito di rimetterci in linea con i cambiamenti necessari e urgenti. Nonostante la Seconda Repubblica, è come se le riforme che stiamo proponendo, e che non sono il fine dell’azione politica ma uno strumento, fossero un corso accelerato per riportare l’Italia in pari con le altre grandi democrazie avanzate.

Guardate la discussione sull’Europa in questi vent’anni. L’Europa si è allargata a ventotto. Io dico che l’Europa a ventotto o è troppo o è poca. L’Europa a ventotto è stata una rincorsa all’allargamento senza una visione politica da parte dell’Italia, che ha spostato la centralità verso la frontiera orientale ed ha cancellato il Mediterraneo dalla discussione, ha cancellato anche i Balcani dall’attenzione. C’è un’emergenza balcanica pazzesca, e in questi vent’anni abbiamo visto cosa è accaduto a Srebrenica, abbiamo visto un premier serbo andare a chiedere scusa a Srebrenica anche se poi lo hanno costretto alla fuga, e abbiamo visto quel che è accaduto in Albania dove il Presidente Edi Rama ci racconta che quando l’Unione europea ha ammesso lo stop per sei mesi all’ingresso dell’ Albania come Paese candidato all’ Unione europea, i fondamentalisti del suo Paese hanno rilanciato un messaggio devastante dicendo: “vedete che l’Europa non vuole un Paese come l’Albania”. Proprio là dove la convivenza è più difficile. Abbiamo allargato l’Europa a ventotto nel silenzio dell’Italia che continuava a discutere al proprio interno e nel proprio cantuccio, a litigare. L’Europa è andata avanti senza l’Italia nella percezione pubblica. I giovani, per alcuni aspetti, danno per scontata l’Europa perché sono abituati a pensare europeo, a viaggiare europeo, a tifare europeo, a studiare europeo ma contemporaneamente non vedo una dimensione politica, non vedo quello che era stato il sogno di De Gasperi, Adenauer, Schumann, ma prima ancora Spinelli. Un grande pensiero politico è diventato soltanto un tran tran burocratico, e l’ Italia su questo ha delle responsabilità perché ha cancellato la parola “politica”, e la parola politica è una parola bella, piena di significato, e io non accetto che diventi una parola da prendere a calci. L’Europa ha smesso di essere creatura italiana per diventare matrigna italiana. I n questi vent’ anni l’abbiamo trasformata nel luogo dove ci danno i voti, ci dicono se abbiamo fatto bene o male i compiti. Ma l’ Europa è qualcosa di diverso. Ecco perché, nel nostro piccolo, il semestre italiano è nato con alcuni gesti simbolici: andare a prendere Miriam, la ragazza che in Sudan era stata costretta a partorire in carcere perché cristiana, per liberarla e consentirle di avere una vita negli Stati Uniti. E’ stato il modo con il quale noi abbiamo iniziato il semestre. La sua storia l’avevamo raccontata al Parlamento di Strasburgo dieci giorni dopo l’inizio degli attacchi nel campo profughi, per dire che l’ Europa dopo aver dormito il sogno ingiusto doveva stare di fronte al dolore di quel popolo. Era un modo banale, se volete piccolo, di dire che l’ Europa non è soltanto spread, rigore e deficit ma è innanzitutto un ideale! Ecco

perché, rispetto al tema dell’immigrazione, noi non cederemo mai ad un messaggio che vuole far diventare l’Italia una terra della paura, il provincialismo della paura non vincerà, e noi possiamo anche perdere tre voti ma prima salviamo le vite umane e poi ci preoccupiamo di come riuscire a dare un futuro a quella gente. Questo non è buonismo ma è umanità, sono secoli di civiltà ai quali non rinuncio per tre voti, e se qualcuno vuole seguire l’”imprenditore della paura” lo segua pure, faccia demagogia. Noi facciamo l’Europa che è qualcosa di diverso da una mera accozzaglia di numeri.
Da questo punto di vista, la questione reale che ci si pone di fronte è se l’Italia può giocare un ruolo nell’ Europa che cambia, a condizione che sia in grado essa stessa di cambiare. Provo a essere molto molto sintetico, ma il pacchetto di riforme che stiamo cercando di fare, dal Jobs Act alle riforme istituzionali, dalla legge elettorale alla riorganizzazione della pubblica amministrazione, pur con tutti i limiti dalla buona scuola alla responsabilità civile dei magistrati, è il tentativo di far sì che l’Italia dopo vent’ anni in cui ha pigiato il tasto pausa, recuperi adesso il tempo che ha perso. Ma noi siamo i primi a sapere che non sarà semplicemente con le riforme che l’Italia ritroverà la propria identità. Le riforme sono una premessa. Io vado all’estero e quando dico che siamo riusciti a fare la riforma della legge elettorale spiegando che finalmente chi vince le elezioni governa, mi rispondono “e ci avete messo settant’anni per capire che funziona così?”. Eppure è così. Guardate che è questo quel che è accaduto e io ne sono testimone. Io non mi sono candidato al Parlamento italiano, il sistema italiano non prevede un meccanismo nel quale ci sia la corrispondenza tra chi si candida e chi poi è chiamato a guidare il Paese. La legge elettorale che abbiamo approvato è il primo sistema, il primo strumento, il primo tassello del mosaico per riuscire finalmente a dire una cosa banale: quando uno va al Governo del Paese il suo compito non è quello di difendersi dagli assalti della sua maggioranza ma è quello di cercare di fare le cose per le quali è stato eletto. La legge elettorale è una rivoluzione e alle prossime elezioni voi voterete un candidato e uno schieramento e quel candidato, se vince, governa per cinque anni. Se perde non passa il tempo a rimuginare ma passa il tempo a governare, ad operare per il bene comune. Questa è la differenza di fondo e voi votate per chi vi pare la prossima volta, tanto non avrei dubbi sul fatto che questo accadrà comunque, ma abbiamo tutti insieme la libertà di riconoscere una cosa semplice e banale: che l’Italia ha bisogno di regole semplici.

Cosa ha fatto in questi ultimi venti anni lo Stato? Fino agli anni Novanta, l’Italia ha comunque permesso a chi aveva voglia di provarci di fare le cose, pur con tutti i limiti e con tutte le difficoltà, con tutti le contraddizioni e con tutte le inquietudini, con tutte le incongruenze che ci sono state e tutto quello che è accaduto al tempo della cosiddetta Seconda Repubblica. Poi però si è creato un meccanismo infernale per cui si cercava di bloccare tutto, si sono fatte delle regole della pubblica amministrazione che non hanno impedito a chi voleva continuare a rubare di rubare, ma paradossalmente hanno impedito a chi voleva fare le cose vere di farle semplicemente.

Si sono fatte delle regole fiscali sulle quali stiamo intervenendo. E non è una scelta del premier perché ha voglia di aumentare il proprio tasso di consenso. Non è per questo che riduciamo le tasse. La riduzione delle tasse serve per aumentare il grado di libertà di un Paese e non di consenso di un Presidente del Consiglio. Per aumentare il tasso di giustizia sociale in Italia abbiamo restituito gli ottanta euro nel 2014, ci saranno la riduzione dell’ IRAP e del costo del lavoro, dell’ IRPEF e queste non sono invenzioni o conigli estratti dal cilindro a caso, ma sono l’unico modo per riuscire a dare un po’ di spazio di libertà. Ridurre le tasse è anche l’unico modo per rendere l’Italia più semplice. Abbiamo bisogno di fare la stessa opera che Michelangelo ha fatto per il suo David. Quando a Michelangelo chiesero: come sei riuscito a fare questo capolavoro? Lui rispose dicendo: ho tolto tutto ciò che c’era in più. E’ esattamente quello di cui abbiamo bisogno oggi: togliere ciò che ha in più l’Italia e non serve anzi blocca. Lo abbiamo fatto nelle regole sul mercato del lavoro. Un anno fa al Meeting non avreste creduto che nel giro di dodici mesi si sarebbero modificate delle regole del mondo del lavoro come si è fatto. Ma è soltanto l’inizio perché quello che serve all’Italia è uno sguardo capace di riconoscere che il mondo italiano è molto più forte di come ce lo raccontano, è un mondo fatto di gente che ci prova e che ci crede e che si mette in gioco, che non ha paura di rischiare di fallire perché poi riparte più forte di prima. Questo a quello che sta avvenendo in Italia, e invece spesso abbiamo fatto vincere chi la raccontava soltanto come Paese depresso e finito. Anche nei prossimi mesi con la legge sul terzo settore lanceremo l’idea forte della liberazione dell’Italia del volontariato, per creare le condizioni per ripartire perché se l’Italia riparte gioca nel mondo.

Noi abbiamo una stella polare che sono gli Stati Uniti. Io non credo a una equidistanza dell’ Italia nel mondo internazionale, ma credo al ruolo dell’ Italia come portatrice di dialogo partendo dal nostro rapporto straordinario e forte con gli Stati Uniti d’ America, ma dimostrandoci capaci di dire ciò che va detto in tutte le sedi e in tutte le salse. Quando sono andato a Strasburgo, al Parlamento, a inaugurare il semestre europeo, ho detto a nome di tutta l’Italia che Israele non ha solo il diritto di esistere ma il dovere di esistere! Per la memoria delle prossime generazioni, per il valore che esprime, e allo stesso modo rivendico con forza il fatto che siamo il primo Paese per investimenti e per cooperazione in Palestina, allo stesso modo vi dico che riconoscendomi pienamente nel disegno strategico degli Stati Uniti e degli alleati occidentali, che pensare di costruire l’Europa contro la Russia, come fa qualche Paese dell’Unione Europea appena arrivato nella nostra comunità, è un errore tragico. Vorrei che su questo punto fossimo chiari tra di noi. Non sono le sanzioni il problema economico tra noi e la Russia, ma il petrolio a quaranta dollari, quello è il tema dell’economia russa ed è un fatto non semplicemente economico. L’Europa non può essere costruita contro il vicino più grande, e le radici culturali che ci legano sono decisamente superiori rispetto alle differenze che abbiamo, e allo stesso modo stiamo dentro un’alleanza.

Siamo stati i primi andare in Egitto, riconoscendo lo sforzo significativo del Presidente egiziano, importante per restituire centralità al Mediterraneo. La mia prima visita assoluta non è stata a Berlino, non è stata a Parigi ma a Tunisi. Il Mediterraneo è centrale per contrastare il terrorismo. Negli ultimi mesi i luoghi simboli degli attentati sono stati luoghi culturali o di fede religiosi o educativi: a Peshawar una scuola internazionale, il museo del Bardo a Tunisi, la redazione di un giornale a Parigi, la sinagoga a Bruxelles e a Copenaghen. Penso alle tante chiese che vengono bruciate la domenica nell’ Africa, la realtà di una vera e propria persecuzione contro i nostri fratelli cristiani di quel territorio. Cosa sta accadendo? Sta accadendo che i terroristi cercano di farci morire come piace a loro e, non riuscendovi, provano a farci vivere come piace a loro: nella paura, nel terrore, nel dubbio che quello accanto a me sia un potenziale nemico. Questo approccio culturale è drammatico e devastante, diventa la radice della demagogia anche nei singoli Paesi perché ci rinchiude e ci consegna alla logica dei muri. Il muro è qualcosa che tu costruisci pensando che ti possa difendere ma alla fine ti intrappola.

Ecco la risposta culturale educativa di cui c’è bisogno, e c’è bisogno dell’Italia, di questa nostra bellezza disarmante che è la bellezza italiana, che è la bellezza non soltanto delle nostre opere d’arte ma della nostra qualità della vita, dei nostri incontri, del nostro dialogo, del nostro benessere inteso come lo stare bene e non soltanto come fatto economico ma come qualità dei rapporti e qualità delle relazioni, come amicizia tra i popoli e l’incontro di storie diverse. Ecco l’antidoto e in qualche modo la barriera rispetto alla violenza fondamentalista ed estremista. Ecco il futuro per l’Italia. Ecco perché è centrale per noi avere il coraggio di ricordarsi chi siamo.

In questi vent’ anni ci hanno raccontato che dovevamo avere paura della globalizzazione, che c’è una volta il pericolo americano e una volta il pericolo cinese e che poi ci avrebbero mangiato tutti. Io sono il primo Presidente del Consiglio che dopo 63 Governi metto l’Africa come centrale e strategica. Al massimo ci andavano due volte sotto il Mediterraneo e non in Africa. Vi rendete conto che noi l’abbiamo abbandonata? Eppure l’Africa è naturalmente il luogo logico e fisiologico del rapporto con noi. Siamo naturalmente il canale, il ponte di collegamento tra l’Europa e l’Africa, e perché ci hanno raccontato che dovevamo avere paura della globalizzazione, che la globalizzazione è il nostro nemico e la globalizzazione è il nostro incubo, il problema? La globalizzazione è il più grande assetto per l’ Italia dei prossimi anni perché il mondo che cambia a quella velocità impressionante chiede bellezza. Esiste un bisogno di qualcosa di più grande, di altro e di altrove nel mondo, indipendentemente dalle opinioni religiose e filosofiche e culturali. L’Italia è questo, è un luogo che dà delle risposte straordinarie perché è un luogo nel quale come per magia, per un incanto particolare, nel corso dei secoli si è prodotta qualità e bellezza, e si continua ancora oggi. A quelli che dicono che l’Italia di oggi è soltanto un elenco sterminato di problemi, portiamo l’esperienza reale quotidiana di quelli che stanno intorno a noi e a voi. Ci sono storie straordinariamente belle, affascinanti, di un Paese che continua ad andare avanti, a credere nella bellezza.

Con tutte le polemiche e con tutte le difficoltà che noi abbiamo, c’è un mondo che chiede Italia però questa Italia ha bisogno di mettersi in movimento. Come ogni estate, si ha sempre la voglia di fare la classifica di chi la spara più alta di tutte. Nel corso dell’agosto, il mese dove ciascuno deve dare il meglio, è partito un autorevole personaggio politico dicendo che la sua proposta economica al Paese è bloccare per tre giorni l’ Italia a novembre. Sono vent’anni che la stanno bloccando l’Italia! La Lega nord governava questo Paese! E oggi la scommessa è esattamente opposta, è quella di rimettere in moto il cambiamento possibile altro che bloccare l’Italia dopo vent’anni in cui è stata costantemente imprigionata dai veti e nei ghetti. Oggi abbiamo finalmente lo spazio, con tutte le difficoltà del caso, per creare una pubblica amministrazione degna di questo nome e che sia in grado di dire di sì o no in tempi chiari, finalmente si può avere una riforma delle istituzioni e della Costituzione che consente alle Regioni di fare quelle cose che deve fare e non altro, e contemporaneamente di avere un po’ meno politici è un po’ più di politica.

Mi fanno ridere quando dicono: beh, se non c’è l’elezione diretta dei senatori è a rischio la democrazia! Non è che se si vota tante volte al Senato si ha più democrazia, quello è il Telegatto, non è il Senato. Se tu vuoi in un sistema che funziona devi avere dei decisori politici che fanno le cose, e che la volta dopo eventualmente mandi a casa! Non è che moltiplicando le poltrone si moltiplica la democrazia. Moltiplicando le poltrone si fanno contenti i politici e non la democrazia. E’ incredibile questa discussione.

Io credo che tutti noi dobbiamo richiamarci alla positività del reale, essere oggi in condizioni di riconoscere che l’Italia la fanno ogni giorno centinaia di migliaia di persone perbene che fanno il proprio lavoro ed è il compito dello Stato lasciarle libere di poter fare quel che l’ Italia ha fatto per secoli, cioè cose straordinarie che in tutto il mondo sono apprezzate e che lasciano con la bocca aperta. Credo, con molti di voi, che quella frase di Chesterton che dice che il mondo non finirà mai per la mancanza di meraviglie ma per la mancanza di meraviglia, sia una fase particolarmente vera nelle nostre città, e adesso posso dire per il nostro Paese. Quello che salverà il Paese è prendere consapevolezza della straordinaria forza che noi abbiamo. L’Italia non finirà mai per la mancanza di meraviglia, ma potrà finire se ci passerà la meraviglia, la capacità di stupirsi, la capacità di mettersi in gioco. Ecco perché quello che per me è importante oggi non è una discussione sul singolo punto o sulla singola riforma o sul singolo intervento o sull’ ultima dichiarazione ma è riconoscere che l’Italia ha uno spazio gigantesco a condizione di smettere di piangersi addosso e a condizione di riconoscere che ciò che ci fa grandi è ancora tutto lì, e ha bisogno del nostro impegno personale per essere tirato fuori e valorizzato.

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