Dionysus, il dio nato due volte in scena a Roma

Teatro
Daniele-Salvo-D

Tratto da Le Baccanti di Euripide per la regia di Daniele Salvo. In scena anche Manuela Kustermann

Una montagna di sale, un velatino arretrato che funziona anche da schermo, suoni e musiche subliminali, che ti lavorano dentro (Marco Podda), e soprattutto la voce, ipercinetica, che deroga all’eufonia con sfiatati, stimbrati, sgranati, false corde, mostrando uno spettro di possibilità che davvero è raro riscontrare nei nostri palcoscenici.

Parliamo di Dionysus, il Dio nato due volte da Le Baccanti di Euripide, in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 13 marzo. Diretto da Daniele Salvo, anche in scena nel ruolo di Dioniso (era ora!), lo spettacolo affronta l’ultima tragedia euripidea partendo da una domanda chiave che è anche l’ossessione di questo regista, allievo e aiuto di lungo corso di Luca Ronconi.

Una domanda variamente declinata nei suoi recenti lavori, dalle eschilee Coefore e Eumenidi al Pilade di Pasolini, che ha debuttato lo scorso anno e che verrà riproposto sempre al Vascello dal 21 aprile al 1 maggio prossimi: possiamo noi uomini moderni, borghesi, automi inerti di una realtà fittizia, che ci sovrasta e manipola in modo occulto, recuperare un’autenticità, una sincerità, una verità emotiva che sia ad un tempo liberatoria e onesta?

Provare a rispondere a questa domanda significa provare a capire il senso e la vitalità della tragedia greca, la sua contemporaneità, laddove la contemporaneità è inscritta nel testo e non nasce da soluzioni posticce, artificiose, arbitrarie. Significa, in altri termini, capire se la catarsi è ancora possibile e se il teatro è il suo ambito eletto.

Dov’è oggi Dioniso e dov’è il suo mistero? In questa tragedia il Dio della hybris si presenta nella sua subdola e potente doppiezza, ora seducente come un Apollo ora feroce e vendicativo. Ma il suo fine è lo stesso: infrangere un ordine vecchio e fondare un ordine nuovo, come Oreste di Eschilo e Pilade di Pasolini, Dioniso porta ai privi di Dio il suo messaggio di palingenesi.

Ma lo fa con scherno, giocando con i destini degli uomini che non gli hanno creduto, stando a guardare gli effetti diabolici della sua evangelizzazione che è contagio delle Baccanti. Contagio violento, efferato, pericoloso, ma anche dolce, delicato, seduttivo: le Baccanti di questo Dionysus rendono giustizia alla poliformità di un Dio che una tradizione forse troppo semplicistica ascrive alla perdita di controllo tout court, con derive di rappresentazione che evocano l’epilessia e il morso della tarantola.

Ma Dioniso può uccidere con una carezza, o con un riso beffardo, come quello di Salvo disteso sulla montagna, che se la gode di fronte alle ire di Penteo e alla sua stolta tracotanza. Nel ruolo Ivan Alovisio, giustissimo nel far passare l’ira attraverso una timbrica accentuata, che chiarisce perfettamente il contrasto con gli stimbrati delle Baccanti. Ottimi anche il Cadmo di Paolo Bessegato e il Tiresia di Paolo Lorimer, e i due messaggeri di Simone Ciampi e Melania Giglio, portatori tutti di una tragicità presente, visionaria, che si consuma mentre si racconta. Agave è Manuela Kustermann, che passa da una possessione straniata al riconoscimento: euforica, dannata, uccide il figlio scambiandolo per un leone e poi ne partorisce la testa mozzata, prima nascosta in mezzo alle cosce e poi tra le mani, disumana verità di cui prendere atto.

Una scena questa che, iconograficamente, rappresenta il contrappasso di Dioniso, il nato due volte e misconosciuto, ma con un destino diverso. Perché è la menzogna che deve essere uccisa, come indicava quello scheletro nero sotto il lenzuolo, un memento mori che ci è stato di fronte fin dall’inizio, sul proscenio, a cui Dioniso si ricongiunge in un abbraccio finale, che è la sua vittoria e la resa dei conti.

In scena anche Elena Aimone, Giulia Galiani, Annamaria Ghirardelli, Elena Polic Greco, Francesca Maria, Silvia Pietta, Alessandra Salamida.

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