Dietrofront di Fassina sul M5S: prima parlava di accordi, ora è “ambiguo”

Amministrative
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A Roma Sel corre da sola contro il Pd e punta addirittura al ballottaggio. Dopo aver ventilato addirittura un sostegno al secondo turno, ora i grillini preoccupano: “Sono la tecnica al governo”

La ferita brucia ancora. Sel non dimentica l’estate del divorzio dai dem che nel 2015 vollero aprire la fase due dell’era Marino e cambiarono la giunta. Non perdona al Pd quella che per loro è la «congiura di palazzo» che ha messo fine alla stagione del sindaco Marino. Non ne vuole sapere di partecipare alle primarie perché quelle dei centomila che nel 2013 scelsero un candidato capace di battere Alemanno, sono state «tradite». Raccontano che nei giorni neri dello scandalo degli scontrini, nelle ore convulse delle dimissioni degli assessori e dei consiglieri comunali riuniti dal notaio per chiudere i conti con il marziano, l’alleanza è definitivamente finita.

Sel, quel pezzo di sinistra che porterà acqua alla futura Sinistra Italiana, nella capitale va da sola alla prossima sfida elettorale. E il candidato è uno, l’anti Renzi, Stefano Fassina. «La nostra scelta di non partecipare alle primarie del 6 marzo non è un capriccio – spiega l’ex vice ministro dell’Economia nel governo Letta – ci sono stati fatti politici, determinati dal Pd, bisogna capire bene questo nesso di causalità. Per questo corriamo da soli e il nostro obiettivo è andare al ballottaggio. Sono il candidato di Sel ma anche della lista Tsipras, di Rifondazione e di tutta la galassia della sinistra».

Non usa giri di parole Paolo Cento, il segretario romano di Sinistra e libertà, per definire la gara elettorale che il commissario del Pd, Matteo Orfini ha voluto rifare. «Primarie pallose, perché manca la sinistra. Giachetti e Morassut sono due facce della stessa medaglia ma da soli non vanno lontano. Non un’idea, non una proposta per cambiare Roma. Li rispettiamo ma li avvertiamo: così consegnate la città ai M5S». All’obiettivo di arrivare al ballottaggio Cento ci crede. «Bisogna mettere in campo una coalizione civica popolare e di sinistra nei municipi e nella città. La candidatura di Fassina in queste settimane è cresciuta, ha il merito di tenere aperto uno spazio di discontinuità con il veccho centro sinistra».

È la sfida della sinistra che ha chiuso con il Pd, che considera finita la stagione del centro-sinistra. Che farà delle amministrative un test per capire il peso della futura Sinistra Italiana sulla scena nazionale italiana. Anche un dieci per cento, c’è chi dice, per Fassana sarebbe un successo.

Dentro Sel c’è chi vuole allargare il campo dei candidati, fare primarie vere. Dare la parola a una sinistra diffusa per scegliere il leader, per dire che i nomi non vanno più scelti nelle segreterie di partito, che le «fughe in avanti», nobili ma solitarie, alla fine non portano molto lontano. Mettere accanto a Fassina, altri volti, altri programmi; magari lo stesso Marino che ancora non ha deciso che fare o l’ex ministro Massimo Bray che potrebbe essere convinto ad accettare la corsa.

Al primo turno si andrà separati. Ma l’incubo vero è dopo, è al ballottaggio. I sondaggi, ha ricordato nei giorni scorsi Matteo Orfini dicono che il Pd è in testa, i pentastellati dietro. Che farà Sel? C’è margine per ricucire e tentare di non perdere il Campidoglio? Gianluca Peciola, l’ex capogruppo di Sel in Campidoglio dice che è presto, che bisogna vedere. «Certo l’obiettivo è quello di fermare la destra fascio-leghista e il populismo dei Cinque stelle». Li ha visti all’opera in Campidoglio i consiglieri pentastellati, quelli della crociata sugli scontrini del sindaco Marino. «Sono la tecnica al governo – dicec’è una distanza tra noi e la loro cultura autoritaria e tecnicista. Sono quelli che su Atac portano i libri in Tribunale, quelli che chiamano sempre la Corte dei conti, quelli contro i campi rom e i sindacati, un mix di xenofobia e pruriti autoritari».

Anche Fassina prende tempo. «Vedremo, come si può rispondere a questa domanda se non conosciamo nemmeno i programmi. È stato lo stesso Giachetti a dire che non ce l’ha. E poi sulle questioni nazionali siamo divisi su tutto». Virginia Raggi, la candidata grillina che si è presentata alla stampa estera dicendo che non cerca consensi ma, guarda caso, sui rom ha preferito la linea dura, non è un’avversaria da sottovalutare. «I Cinque stelle hanno un’ambiguità – ammetette Fassina – non ci sono scelte chiare, e questo mi preoccupa».

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