Deutschland über Alles: cosa pensa Merkel dell’Europa dopo Brexit

Scenari
epa05387585 German Chancellor Angela Merkel reacts while delivering a statement on the results of Britain's EU referendum, at the Federal Chancellery in Berlin, Germany, 24 June 2016. Britons in a referendum on 23 June have voted by a narrow margin to leave the European Union (EU). Media reports on early 24 June indicate that 51.9 per cent voted in favour of leaving the EU while only 48.1 per cent voted for remaining in.  EPA/KAY NIETFELD

La Cancelliera ha mantenuto in questi giorni un atteggiamento apparentemente ambiguo, ma segue una linea ben precisa nell’interesse della Germania. Ce la spiegano Riccardo Perissich e Piero Graglia

Flessibile nel dare tempo a Londra, ma categorica nell’escludere passi indietro, ripensamenti e concessioni favorevoli. Il Regno Unito ha fatto la sua scelta, staccarsi dall’Europa. E quindi quello che dovrà venire verrà. Angela Merkel ha accolto così la questione Brexit, con una linea morbida e una dura al tempo stesso. Perché? Come vuole gestire la partita? Cosa ha da vincere, cosa da perdere? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Perissich e Piero Graglia: l’uno ex direttore generale del dipartimento generale Mercato interno della Commissione europea, l’altro docente di Storia dell’integrazione europea all’Università degli studi di Milano.

Partiamo dal dare tempo. Quando Cameron ha detto che non avrebbe attivato subito le procedure per l’uscita del Regno Unito dall’Ue, a Bruxelles e in molti paesi membri c’è stata una reazione piccata. In molti hanno chiesto a Londra di fare presto. Angela Merkel no. “La cancelliera tedesca ha dimostrato grande lungimiranza. Ha capito che il Regno Unito sta implodendo. E non c’entra solo la questione scozzese, con i suoi molti aspetti ancora da chiarire. Il fatto è che c’è un terremoto politico in corso. Il partito Tory e il Labour sono spaccati. Può succedere di tutto, anche che si scompongano. Con queste condizioni – dice Perissich – è impossibile negoziare. Non c’è un interlocutore. Per cui Merkel ha ragione quando dice che occorre temporeggiare. Il Regno Unito ha bisogno di uscire da questo momento e di assorbire il contraccolpo di ciò che è appena accaduto. La prudenza, anzi la pazienza, è una scelta logica. Renzi e Hollande, infatti, l’hanno condivisa“.

Accanto alla pazienza, si diceva, c’è la fermezza. “Negozieremo nell’interesse dell’Europa. Con queste parole, pesanti, la cancelliera manda un chiaro messaggio a Londra”, sostiene Perissich. In altri termini: se si decide di uscire, si perdono gioco forza dei benefici.

Ma cosa significa, per Angela Merkel, negoziare nell’interesse dell’Europa? Secondo Piero Graglia con Merkel la Germania ha avuto una mutazione nella visione dell’Europa. “Prima era una cosa ideale, oggi prevale invece un approccio strumentale. Per la Merkel, l’Europa è anche uno strumento per l’affermazione della Germania. È il primo cancelliere a non aver vissuto la fase eroica dell’europeismo tedesco, una faccenda a suo modo esistenziale. La Germania, da Adenauer a Brandt, da Schmidt a Kohl, fino a Schroeder, ha sempre visto nell’Europa la giustificazione al suo essere Paese, e Stato. L’Europa è stata la chiave del nation-building tedesco. Con Angela Merkel questo è venuto in parte meno”.

Molti storici spiegano inoltre che il cambiamento tedesco, vale a dire lo spostamento dell’accento dall’interesse europeo a quello nazionale, sia figlio della grande svolta del 1989, che pose fine alla tutela esterna scontata dalla Germania occidentale nel dopoguerra e aprì alla riunificazione. Per Graglia potrebbe pesare anche un aspetto biografico. “Angela Merkel è nata nella Germania Est, dove l’Europa era deprecata, in quanto espressione del capitalismo. Ora, sappiamo che la cancelliera non fosse una sostenitrice del regime, ma vivere dall’altra parte del Muro potrebbe averla condizionata indirettamente, rendendola scettica verso il processo di costruzione di un’Europa federale”. E quindi, paradossalmente, l’uscita del Regno Unito non solo potrebbe non indurre a percorrere questa strada, ma per la Germania potrebbe tramutarsi in un’occasione per affermarsi maggiormente e accentuare il predominio attuale in Europa. In questo, per Braglia, alcuni Paesi chiave, ed è il caso dell’Italia, dovrebbero essere bravi a interpretare e dare valore ai sentimenti non ostili al Regno Unito, per compensare.

Secondo Perissich, Berlino non si farà guidare dall’interesse nazionale. «Pensiamo alla questioni del commercio. La Germania è più esposta di altri, quindi ha più che altro da perdere dall’uscita di Londra dall’Ue e dal Mercato interno. Ma già con la vicenda ucraina, quando ha spinto per le sanzioni alla Russia, ha dimostrato che è disposta a tollerare perdite del genere».

Quanto al dopo-Brexit a livello di rielaborazione del fare Europa, pure Perissich è dell’idea che non si debba attendere chissà quali scosse, ma non per affari di bottega. “Forse ora sono più assertivi, rispetto a prima dell’89, ma i tedeschi sull’Europa sono stati sempre coerenti. Per loro l’Ue è qualcosa che discende dal loro modello di federalismo e dal loro modo di concepire la politica. Hanno scelto nel dopoguerra un sistema con esecutivo debole, dove dominano le regole costituzionali e le leggi del parlamento, cui ci si deve attenere. E questo è il motivo per cui Berlino non ama la Commissione, quando concede flessibilità a Francia e Italia: considera questo un atto troppo politico. E la conferma – dal loro punto di vista – che il patto europeo e il relativo sistema di regole, con la crisi si è rotto. I tedeschi non si fidano dei partner. Per cui da Angela Merkel non attendiamoci un’accelerazione federalista. Fintanto che le cose non varieranno, finché non si ricostruirà la fiducia con gli altri paesi europei di prima fascia, per i tedeschi l’Europa sarà necessariamente intergovernativa, con un ruolo forte del Consiglio». E questo, viene da dire, a prescindere da Londra, Cameron, Johnson e Brexit.

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