Desaparecidos, processo Plan Condor: giustizia è stata fatta

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In questo processo, nel quale gli italiani coinvolti sono stati tanti, sia tra le vittime che tra i carnefici, il nostro Governo e il Partito Democratico si sono costituiti parte civile al fianco delle vittime

Raul Sendic non è solo il vicepresidente dell’Uruguay, è anche figlio di quel Raul Sendic Antonaccio conosciuto come el Bebe, leader dei tupamaros, per 14 anni prigioniero politico. L’attuale vicepresidente del Paese sudamericano, da bambino poteva vedere suo padre solo in carcere a una distanza di tre metri dalle sbarre, senza poterlo mai abbracciare o toccare. Dal 1971 al 1985. E lui era uno di quelli “fortunati” perché il padre, almeno, non glielo avevano ammazzato.

Ieri, quel bambino diventato vicepresidente della Repubblica democratica dell’Uruguay, era nell’Aula bunker di Rebibbia per ascoltare la lettura della sentenza del processo sul Plan Condor, il piano frutto di un accordo internazionale tra le dittature sudamericane per reprimere, uccidere e far sparire gli oppositori politici, i sindacalisti e gli studenti e intellettuali di Sinistra, con la complicità degli USA di quegli anni.

In questo processo, nel quale gli italiani coinvolti sono stati tanti, sia tra le vittime che tra i carnefici, il nostro Governo e il Partito Democratico si sono costituiti parte civile al fianco delle vittime. Ed è giusto che sia così, perché i diritti umani sono universali e il loro valore non può essere soggetto al tempo, né allo spazio. Il PD deve stare laddove ci sono diritti umani da difendere.

Anche per questo, l’avvocato del PD e del Frente amplio Antonello Madeo ha deciso di rappresentare le parti senza alcuna parcella.

Anche per questo, ieri ero in Aula a Rebibbia a rappresentare il PD nel mondo, così come c’era il Sottosegretario Boschi in rappresentanza del Governo, come c’erano Fabio Porta e Luciano Vecchi in rappresentanza degli italiani in Sud America e del Dipartimento esteri del PD, per testimoniare l’impegno a ogni livello del nostro Partito, la vicinanza alle famiglie delle vittime, la domanda di giustizia della nostra comunità democratica.

E giustizia ieri è stata fatta. Almeno in parte e almeno nei confronti di molte vittime e di alcuni colpevoli.

Dico almeno perché sono stati condannati all’ergastolo otto imputati: coloro che avevano cariche di rilievo nei rispettivi paesi e nell’organizzazione del Plan Condor. Una condanna importante, con la quale si ribadisce il principio internazionale secondo il quale nessuno può pensare di commettere crimini gravi contro la persona e di farla franca, semplicemente lasciando passare il tempo, i governi, le frontiere.

Una condanna che sancisce ancora una volta l’importanza della legislazione internazionale (con tutte le sue pecche, le sue maglie larghe) e di quella cosa che Berlinguer chiamava, proprio negli anni delle dittature sudamericane, “il valore universale della democrazia”, nel quale noi continuiamo più che mai a credere e che sempre più va attualizzato, saldato alla sfera ampia dei diritti in un contesto di inclusione nazionale e globale. A maggior ragione nel nostro tempo, quello delle grandi migrazioni di massa, che siano esse scatenate dai mutamenti climatici, dalle guerre o dalla fame.

In diciannove, ieri, sono stati assolti dalla Corte, con la motivazione che le prove a carico erano contraddittorie, insufficienti o assenti. Cosa diversa dall’assoluzione con formula piena perché il fatto non sussiste. Questo non ci consola, ci lascia l’amaro in bocca e negli occhi la delusione delle vittime e dei loro familiari. Ma come sempre e come è giusto, le sentenze si rispettano, in ogni loro parte.

In attesa, speriamo, dei successivi gradi di giudizio sarebbe comunque ingeneroso, oggi, parlare solo di luci e ombre. Quella di ieri resta una giornata storica, una tappa importante nella ricerca della verità su quanto è successo nella lunga notte del Sud America e per arrivare alla condanna dei responsabili di ogni crimine commesso in quegli anni.

Per quanto è nelle nostre possibilità continueremo sulla strada intrapresa.

È un impegno che dobbiamo al vicepresidente Sendic, al suo sguardo inclemente a lungo puntato sulle sbarre dell’Aula bunker, a tutti i familiari delle vittime, a un’intera generazione perduta per sempre e a un Continente vicino, fratello per tanti versi, che ha dovuto cercare con fatica la strada del suo riscatto.

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