De-partitizzare il referendum. La (nuova) linea del Sì

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L’appuntamento (il 20 novembre?) non deve essere percepito come un match Pd-altri partiti

Non deve essere vissuto come un referendum del Pd contro tutti gli altri partiti. Sta virando, l’impostazione politica e propagandistica dei sostenitori del Sì al referendum costituzionale, la cui data – che correttamente Mattarella ha derubricato come questione “surreale” (in attesa, cioè, delle determinazioni formali) – dovrebbe cadere il 20 novembre. Un mese che si preannuncia davvero fondamentale, sul piano internazionale (le elezioni Usa, il referendum ungherese, il ballottaggio presidenziale in Austria) oltre che, appunto, su quello italiano.

Cosa vuol dire, in pratica, de-partitizzare lo scontro fra Sì e No? Significa qualcosa in più della pur evidente (almeno da qualche settimana) “spersonalizzazione” dell’appuntamento referendario. Da quando Renzi ha corretto la rigidità iniziale (“Se perdo lascio la politica”) e persino rinviato al Parlamento, senza pregiudiziali, la possibilità di rivedere l’Italicum, non solo l’aria all’interno del Pd è migliorata, spianando la strada a nuove proposte come quella della sinistra dem, ma il clima politico complessivo ha mutato di segno.

Renzi sa d’altra parte di avere tutto l’interesse a far prevalere una discussione sul merito della riforma, e su questo chiamare “mondi” diversi e anche distanti dalla politica al pronunciamento per il Sì. Meno scontro fra partiti, dunque. Meno esposizione del gruppo dirigente del Pd – impegnato tuttavia nell’azione di dibattito con i militanti, a partire dalle feste dell’Unità, che non saranno banalmente “Feste per il Sì” ma che certamente costituiranno una irripetibile occasione di orientamento – e massimo sforzo per includere nei Comitati personalità esterne.

D’altronde, è quello che gli esperti hanno consigliato al premier-segretario: nell’Italia profonda funziona molto di più far capire che la riforma serve al Paese, che non è dunque una bega politica di partito. Per questo si cerca di privilegiare i momenti di rapporto diretto con la gente, per questo si ammonticchiano sui tavoli dei referendari report e documenti sul merito del ddl Boschi. Per il momento, dunque, stop alle discussioni sulle ripercussioni politiche del voto referendario.

Naturalmente però si tengono bene d’occhio le diverse aree politiche e si cerca una sorta di “modulazione” degli argomenti per il Sì. Sbagliato, in soldoni, dire che la riforma è perfetta così com’è, più efficace sostenere che si tratta di un forte avvio per la modernizzazione del sistema istituzionale, premessa indispensabile per il rilancio del Paese: un discorso che può piacere, per esempio, a tutto un mondo produttivo.

E si guarda a sinistra, dove si tenta di arrotondare le punte polemiche degli ultimi tempi. Ecco allora il senso del “ponte” rappresentato da “Sinistra per il Sì” – lo riferisce oggi Repubblica uno strumento in grado di parlare a quel pezzo di sinistra che non si è schierato con il No. Un comitato nel quale ci sono personalità di primo piano come Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Luciano Violante, Cesare Damiano, Vannino Chiti, Beppe Vacca, Mario Tronti, Virginio Merola che tenterà di fornire elementi utili alla discussione della sinistra dem di Bersani che ancora non ha deciso come votare in attesa di segnali precisi sul superamento dell’Italicum.

Infine, i referendari scrutano quanto accade nel mondo di Forza Italia, dove non è sfuggito il pronunciamento favorevole di Marcello Pera e le scelte “soft” di Letta e Confalonieri, né l’episodio di Marco Bellaviti e Lorenzi Callegari, ex amministratori forzisti di Pavia immediatamente espulsi dietro impulso di Renato Brunetta per il loro pronunciamento per il Sì.

 

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