De Gregori versione Bob

Musica
Italian singer Francesco De Gregori poses as he launchs his new album "De Gregori canta Bob Dylan - amore e furto" (De Gregori sings Bobn Dylan - love and theft) in Milan, 29 October  2015.  De Gregori offers Dylan music rexamines in his new album composed as tribute to american singer.
ANSA / MATTEO BAZZI

Il massimo esperto italiano di Bob Dylan commenta la versione del cantautore romano nel suo “Amore e furto”

Sono un fedele di De Gregori e non ho mai pensato, al contrario di molti, che “non ha mai fatto più niente di buono dopo…” (inserire qui l’album a scelta). C’è molto di buono anche nei suoi ultimi dischi. Ascoltate “Gambadilegno a Parigi“, ascoltate “Guarda che non sono io“. Ecco, appunto questa canzone è già, se non una cover, una splendida riscrittura di “It Ain’t Me, Babe” di Dylan, forse migliore di qualunque possibile traduzione. Non è un segreto che negli ultimi anni, già parecchi a dire il vero, De Gregori si fa scrupolo di produrre almeno un’imitazione di Dylan per ogni disco che incide. Prende la base di accordi di, che ne so, “Memphis Blues Again“, adotta una melodia abbastanza simile, riscrive il testo a modo suo e se ne esce con “Il suono delle campane“. Nel suo penultimo album “Viva Voce” addirittura vi è una doppia imitazione: “Buonanotte fiorellino“, che era già una riscrittura di “Winterlude“, viene adattata alla musica di “Rainy Day Women No. 12 & 35“.

Ma un conto è adattare, riscrivere, fare del bricolage dylaniano, un altro è tradurre Dylan in rima e metrica. Perché i testi di Dylan sono zeppi di doppi, tripli, quadrupli sensi, giochi di parole, espressioni idiomatiche rese letterali ed espressioni letterali trasformate in idiomatiche. Come trasporre tutto questo in un’altra lingua? Chi scrive ne sa qualcosa, avendo tradotto l’intero corpus dylaniano 1962-2001 per un volume di 1200 pagine uscito da Feltrinelli nel 2006. All’inizio non volevo riempire il libro di note lessicali, e dove lo ritenevo possibile avrei volentieri tradotto in rima e metrica. Ma dopotutto le mie traduzioni le dovevo scrivere, non cantare. E non volevo ridurre la complessità dei significati, così che le canzoni che ho tradotto in rima e metrica sono molto poche (“My Back Pages” ad esempio), mentre le note esplicative hanno aggiunto più di cento pagine a un volume già difficilmente maneggiabile.

Cosa poteva fare De Gregori se non ridurre la complessità dell’originale e sostituirla con la grazia della sua lingua e della sua voce? Ma c’è di più: De Gregori si è confrontato con Dylan da poeta a poeta, da testo a testo, ignorando volutamente la massa di dylanologia cresciuta esponenzialmente dagli anni Settanta ad oggi, facendosi suggerire dalle nude parole di Dylan quali parole poteva inserire lui. Il risultato, come lo posso ascoltare in “Un angioletto come te”, è incantevole, ma certamente non è più Dylan, è De Gregori, come del resto è giusto che sia. Condizionato da troppa conoscenza del testo, ho notato subito che le forti allusioni religiose del testo sono (inevitabilmente) sparite.

Su youtube ho visto poi dodici minuti della presentazione del disco alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano, nella quale De Gregori ha ammesso la sua perplessità all’immagine della “casa con le molte stanze e i pavimenti ignifughi” dove vive il padre della donna di cui parla la canzone. Non avendo voluto, per sua scelta, leggere niente se non il testo, ha ignorato che la casa dalle molte stanze è una citazione dal Vangelo di Giovanni 14, 2, prefigurazione del paradiso che viene pochi versi dopo, e che nella sua traduzione arriva un po’ di sorpresa. Il “padre” nella canzone non è un uomo ricco che possiede un aereo privato, è Dio, il Dio al quale la donna deve tornare ora che il diavolo (il padrone del locale) se n’è andato. E i pavimenti a prova di fuoco non si riferiscono tanto ai parquet delle case americane, ma al fatto che le stanze del paradiso non possono essere toccate dalle fiamme dell’inferno.

Ma si poteva trasporre tutto questo in una canzone italiana, dove oltretutto i riferimenti legati alla religiosità evangelica americana resterebbero comunque incomprensibili, e cantati in italiano suonerebbero fuori posto? No, non si poteva, e quindi ha fatto bene De Gregori a ignorarli. Mi dispiace piuttosto che la citazione da Samuel Johnson inclusa nella canzone, “il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni”, sia stata mancata, sostituita com’è da “l’amore di patria è l’ultimo rifugio che c’è”. Magari questo verso si poteva rendere in modo più fedele. Ma forse il De Gregori che ha scritto “Viva l’Italia” negli anni del terrorismo, in cui per dirlo ci voleva del coraggio, non voleva suonare antipatriottico.
E la voce, ovviamente, non si tocca.

(Tratto da ytali.com)

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