Il Senato approva l’articolo 21, l’opposizione si spacca

Riforme
Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi in Senato durante le votazioni emendamenti alla Riforma Costituzionale, Roma 3 Ottobre 2015, ANSA/GIUSEPPE LAMI

Dopo l’accordo raggiunto sugli ultimi nodi del ddl Boschi, il Senato dà il via libera all’articolo 21, la norma che prevede l’elezione del capo dello Stato. Superato anche lo scoglio di un altro voto segreto

Un’altra intensa seduta del Senato si è conclusa tra le solite proteste dell’opposizione, timidi spauracchi per la tenuta della maggioranza su alcuni voti segreti, e una nuova intesa raggiunta con la minoranza del Pd.

Ma la riforma di palazzo Madama va avanti e, alla fine della seduta, la data prevista per il voto finale resta sempre la stessa: martedì 13 ottobre.

L’ultimo episodio in ordine cronologico della concitata seduta di oggi è stato un altro voto segreto: ancora una volta è un emendamento presentato dal leghista Roberto Calderoli all’articolo 27 che introduce il principio di trasparenza nella organizzazione della pubblica amministrazione. Ma l’Aula lo boccia, con 155 voti contrari solo 75 favorevoli. Un altro scoglio superato, con uno scarto di voti che sale quindi a 80.

Poco prima c’è stato un altro passo in avanti: l’approvazione dell’articolo 21 con 161 sì, 3 no e 5 astenuti.

La maggioranza c’è, l’opposizione si spacca” commenta su twitter il senatore del Pd Andrea Marcucci, al termine del voto proprio sull’articolo 21, la norma che riguarda l’elezione del capo dello Stato

 

Un voto che è arrivato a seguito dell’accordo siglato nel pomeriggio tra la minoranza del Pd, la maggioranza del partito e il governo sui due nodi ancora rimasti nel ddl Boschi: l’articolo 21, sull’elezione del presidente della Repubblica, e l’articolo 39, relativo alla norma transitoria per l’elezione del Senato.

Il governo ha accettato che il quorum per eleggere il capo dello Stato dal settimo scrutinio sarà pari ai tre quinti dei votanti, ovvero come già era stato deciso nella versione uscita dalla Camera. La senatrice della minoranza dem Doris Lo Moro si sarebbe quindi impegnata a ritirare il suo emendamento all’articolo 21 a seguito dell’intesa raggiunta sulla “versione della Camera”.

“Considero decisivo che la maggioranza abbia valutato di non modificare il quorum – commenta il deputato Roberto Speranza, esponente della minoranza Pd – solo così si scongiura il rischio che un solo partito, vincitore del premio previsto dall’italicum, possa da solo eleggere il Presidente della Repubblica”

Per quanto riguarda invece l’articolo 39 (modalità di elezione del nuovo Senato), la minoranza Pd chiedeva che nella norma transitoria fosse specificato che il Parlamento varasse entro un tempo definito la legge quadro per l’elezione dei futuri senatori, e che i Consigli regionali varassero la normativa regionale entro tempi determinati. Il governo ha accettato la richiesta e ha deciso di presentare un emendamento che accorcerà i tempi di entrata in vigore della nuova legge elettorale per la scelta del Senato.

In sostanza con la nuova legge per le Regioni ci sarebbero termini più cogenti: qualora si votasse prima del termine della legislatura, le regioni che ancora non avessero provveduto a dotarsi di una normativa per scegliere i nuovi senatori, dovrebbero farlo subito.

La soluzione dell’accordo dà rilevanza quindi alla scelta da parte dei cittadini e rimedia alle eventuali complicazioni relative alle diverse tempistiche per la formazione dei consigli regionali (non tutte le regioni, infatti, votano nello stesso periodo).

Intanto si spacca il fronte dell’opposizione dopo i 30 voti di Forza Italia a sostegno della maggioranza contro gli emendamenti De Petris-Dirindin all’articolo 17 sulla dichiarazione di stato di guerra. Sel, Lega e M5S si sono infatti sfilati dall’asse che li vedeva affiancati a Fi contro il governo per la stesura comune di una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

M5S ha deciso di chiedere al Capo dello Stato un incontro e, in una nota, ha attaccato duramente gli azzurri: “Oggi Forza Italia ha resuscitato in un colpo solo il patto del Nazareno versione ter andandosi ad aggiungere alla stampella dei verdiniani”.

Forza Italia allora decide di andare da sola. Il capogruppo Romani, infatti, ha inviato a Mattarella, una missiva, di cui non si rendono noti i contenuti per “garbo istituzionale”, nella quale vi è una relazione sull’andamento dei lavori sul ddl di Riforma costituzionale.

Nel frattempo Sel ha accennato una pausa di riflessione riservandosi di decidere, mentre il senatore leghista Roberto Calderoli non smette invece di polemizzare parlando di un “risorto patto del Nazareno”.

In mattinata c’è stato qualche brivido a palazzo Madama per la maggioranza, che sui voti segreti ha visto scendere i propri numeri rispetto ai giorni scorsi. Il primo emendamento è stato infatti bocciato con 143 no, contro i 130 sì delle opposizioni e 4 astenuti; il secondo, invece, ha fatto segnare 144 no dalla maggioranza, contro i 131 sì delle opposizioni e 4 astenuti.

Scattato l’allarme, il voto finale sull’articolo 12, che riguarda il processo di formazione delle leggi nel nuovo sistema, ha visto poi risalire le presenze dei senatori di Pd e alleati. L’approvazione è arrivata con 168 sì, 103 no e 4 astenuti. Dopo il ritiro degli emendamenti da parte delle minoranze, sono stati approvati rapidamente anche gli articoli 13 (170 a favore), 14 (maggioranza a 169) e 16 (166).

 

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