David Bowie e il cambiamento: cinque brani per cinque periodi del Duca Bianco

Musica
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In quasi 50anni di carriera David Bowie è passato dal cantautorato al glam, dal soul al funk, dall’elettronica alla new wave. Una breve guida

Pochi artisti nella storia sono riusciti a cambiare pelle così tante volte come David Bowie. Al mutamento radicale del look corrisponde sistematicamente un leggero slittamento nel suono: un percorso che lo porta a toccare generi musicali molto diversi l’uno dall’altro, mantenendo sempre integra una sensibilità che unifica tutte le sue opere. Dal cantautorato di matrice beat, al glam rock, dal soul al funk, dall’elettronica al metal: sembra quasi un esercizio lessicale, ma tantissimi generi della pop music sono stati attraversati da Bowie, spesso in maniera addirittura innovativa.

Partiamo dagli esordi: è un quasi irriconoscibile David Robert Jones (il vero nome di Bowie) quello che, appena ventenne, dà alle stampe nel 1967 il suo, primo, disco omonimo. Fino a quel momento aveva tentato di cavalcare l’ondata del Beat, mettendosi a capo di alcune formazioni musicali ma senza ottenere lo sperato successo. E’ il periodo di una swinging London che satura le menti creative di imput e stimolazioni coatte, spesso portando a delle reazioni di rifiuto oppure a inibire il talento di molti astri nascenti. C’è un po’ di tutto in quel momento, e se alcuni vertici musicali, tra Beatles, Beach Boys, Rolling Stones Bob Dylan, sembrano suggerire che quelle vette non possono essere eguagliate, molti artisti cercano almeno il successo commerciale. Sembra in quei tempi non esserci spazio per un ulteriore primadonna nella scena musicale, e infatti per emergere Bowie dovrà aspettare qualche anno. Il suo album d’esordio muove i suoi primi passi attraverso una formula ancora priva di una sua forte identità.

Risale a un anno dopo il primo grande successo. Il brano che ha il compito di fare da testa di ponte per aprire le porte al duca bianco è Space Oddity. Divenuto negli anni un canone pop rock, la canzone ha i suoi punti di forza in un ritornello esplosivo che si innesta su una celebre lirica: il viaggio spaziale del Major Tom, esaltato dagli arrangiamenti psichedelici di Paul Buckmaster,  viene subito associato all’allunaggio del 1969, e da quel momento entra prepotentemente nell’immaginario collettivo. Comincia a farsi strada in Bowie l’idea di una stretta compenetrazione tra uomo e personaggio, arte e vita; nelle dichiarazioni dell’epoca il nostro si dice fortemente influenzato da 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, e sostiene che non solo il brano in questione, ma anche la sua condotta sono influenzati dalla particolare tonalità emotiva comunicata dal film.

Risale al 1972 quella che è probabilemnte l’opera che più di ogni altra riesce a rappresentare un artista così poliedrico e cangiante come David Bowie. Parliamo di The Rise and Fall of Ziggy Stardust; già reduce da un ottimo disco l’anno precedente, Hunky Dory, il Duca Bianco continua a sviluppare una forma canzone glam rock, portando la sua incarnazione musicale, Ziggy Stardust, al successo planetario con un concept che riassume tutte le caratteristiche del Bowie sound. Una certa melodrammaticità hard rock, una propensione per le ballate graffianti ed i riff di chitarra: e su tutto un’attitudine melodica eccezionale, che lo porta a scrivere brani come Five years o Starman, assurti oggi all’olimpo del classic rock.

Heroes è un vero e proprio inno; brano che compare nell’omonimo album del 1977, il secondo della cosiddetta “trilogia berlinese”. Il Duca Bianco approda nella città tedesca dopo aver vissuto in America, ed in seguito ad una serie di dischi che, tra alti e bassi, ne hanno ratificato la statura titanica all’interno della musica contemporanea. Da qualche tempo è nato il Duca Bianco, una delle sue incarnazioni di maggior impatto, e la quantità di album, concerti e svolte sonore lasciano presagire un possibile inaridimento della sua vena artistica. Ma quello che succede a Berlino è di segno completamente opposto: stimolato dalle collaborazioni, dall’incontro con Brian Eno, dalle musiche che aleggiano in quel periodo nell’aria (in particolar modo suoni di matrice teutonica, dai Kraftwerk ai NEU!), il nostro riesce a produrre musica emozionante, ibrida, tra elettronica e pulsioni africaneggianti, tra il calore umano e la freddezza delle macchine.

Album che vale a Bowie molte critiche da parte di chi storceva il naso di fronte al fenomeno dance che si affermava a livello globale, Let’s Dance del 1983, oltre a vantare la produzione di Nile Rodgers degli Chic, è un riuscito esperimento di contaminazione tra alcune istanze tipiche di quella nuova musica ballabile e un impianto chitarristico blues rock; mescolanza che verrà negli anni successivi percorsa in lungo e in largo da una moltitudine di formazioni musicali.

Il terzo singolo estratto dall’album è questa Modern World, una delle melodia più avvincenti del Duca Bianco, capace di mantenere straordinariamente alta la tensione del pezzo lungo tutti i suoi quasi 5 minuti di durata.

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