Dalle opportunità economiche alle incognite politiche: perché Renzi va in America Latina

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Una immagine della giornata conclusiva del Forum parlamentare Italia-America Latina e Caraibi, nella Sala del Mappamondo a Montecitorio, Roma, 6 ottobre 2015. ANSA/ FABIO CAMPANA

Per la prima volta, il premier italiano privilegia la sponda del Pacifico a quella atlantica del continente: è questa, infatti, l’area più dinamica con cui sarà possibile stringere intese

Visitare 4 paesi in 6 giorni: è questa la missione del presidente del Consiglio Matteo Renzi che dal 23 al 29 ottobre attraverserà l’Oceano e sorvolerà le Ande per atterrare in America latina. Cile, Perù, Colombia e Cuba le destinazioni scelte per il primo viaggio del nostro capo di governo nell’altra America. Una rotta inedita rispetto alle più consuete destinazioni atlantiche (quali Brasile, Argentina o Uruguay) dove più facilmente si ricordano missioni di alto livello da parte di esponenti politici italiani e dove più forte è la presenza di italianità nella storia, nella cultura e nelle tradizioni di quei popoli.

Renzi fa tappa, invece, in tre Paesi che si affacciano sul Pacifico e che hanno caratteristiche e peculiarità culturali, politiche, geoeconomiche e geostrategiche a se stanti: grande apertura commerciale, con la sigla di accordi di libero scambio; approccio ortodosso dal punto di vista macroeconomico, indipendentemente dal governo di turno e dal suo orientamento politico, con grande attenzione alla stabilità monetaria e al controllo dell’inflazione; certezza del diritto e tassi di crescita oltre la media del continente. Stiamo parlando dell’area più dinamica dell’America latina e, come hanno titolato i principali settimanali economici, con il miglior contesto per fare impresa (secondo il rapporto Doing Business della Banca Mondiale, proprio la Colombia e il Perù hanno recentemente superato il Cile come masters della regione).

Nonostante il rallentamento dell’Asia, in primis della Cina – bulimico consumatore di materie prime della regione – il crollo del prezzo delle commodities e la politica monetaria statunitense che agisce sui livelli di prestito e sui trasferimenti esteri, Cile, Perù e Colombia sono ancora le “tigri dell’America latina”. Con il Messico, integrano l’Alleanza del Pacifico, un accordo siglato nel 2012 per un sistema di libero scambio che include 250 milioni di consumatori e i cui soci rappresentano un terzo del prodotto interno lordo dell’America latina. Ma non basta. Esclusa per ora la Colombia, i paesi dell’Alleanza fanno ormai parte del Tran-Pacific Partnership, TPP, un mega accordo commerciale siglato da dodici Paesi della conca del Pacifico (Stati Uniti, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam) che rappresentano il 40% dell’economia mondiale e il 33% del suo commercio. Un accordo che si candida a cambiare la storia dell’economia e del commercio dell’intero pianeta.

La vocazione al rialzo, d’altra parte, non è nuova. Cile, Colombia e Perù arrivano da anni di sviluppo straordinario: il triennio 2010-2013 li ha visti superare anche le più rosee aspettative, con il Cile che in tre anni è cresciuto del 17,1%, la Colombia del 14,6% e il Perù addirittura del 21%. I dati aggiornatissimi stilati dalla Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’America latina (CEPAL), sebbene suggeriscano un generale rallentamento – dovuto per lo più a fattori esogeni – evidenziano dati ancora importanti e comunque in crescita: il Cile ha previsioni per il 2015 del 2,1% (con una proiezione per il 2016 al 2,5%) mentre il Perù dovrebbe tenere un ritmo di crescita del 2,7% con un aumento di 0,7% per il 2016 (3,4%). Ancora meglio la Colombia che parte da un 2,9% per il 2015 e che dovrebbe poter arrivare al 3,15% nell’anno prossimo.

Non è tutto oro, ovvio. Cile, Colombia e Perù presentano punti di debolezza inequivocabili, in primis alti tassi di povertà e di disuguaglianza nella distribuzione del reddito. In Colombia, la povertà riguarda ancora il 30,7% della popolazione, in Perù il 22,7%. Nonostante le performance economiche menzionate, queste criticità restano ancorate a livelli pre-boom a dimostrazione che non sempre alla crescita economica si accompagna lo sviluppo. Altra criticità ancora presente è quella di avere un export poco diversificato e concertato soprattutto sulle commodities; è presente, inoltre, un deficit infrastrutturale ancora importante e la necessità di migliorare il capitale umano (l’istruzione è al centro dell’agenda politica di tutti i tre i governi); alti poi i livelli di corruzione, male endemico dell’America latina che risulta via via meno tollerabile quanto più nei diversi paesi si fa strada una classe media mediamente più colta, responsabile ed esigente.

Nel giugno scorso, in occasione della settima conferenza Italia-America Latina, Renzi chiese ai colleghi latinoamericani presenti di “provare ad andare insieme incontro al futuro, sapendo che abbiamo tanti valori non solo da difendere ma da condividere”. Questa missione traduce in fatto politico quella dichiarazione.

E venendo proprio alla parte più politica del viaggio, la visita in Colombia e quella a Cuba del premier italiano cadono in un momento molto particolare per entrambi quei Paesi. Il governo colombiano ha appena annunciato che il 23 marzo 2016 siglerà l’accordo di pace con le Farc, i guerriglieri che da più di cinquanta anni insanguinano il Paese nell’unica guerra civile ormai rimasta nel continente. Se il ritorno della pace in tutta la Colombia è un risultato politico festeggiato all’estero, il referendum confermativo dell’accordo non ha un esito scontato proprio alla luce di quei lutti e di quelle tragedie che la guerra ha portato con sé e delle rotture politiche che il processo ha comportato anche all’interno della coalizione di governo. Parliamo di 220mila morti, di più di 7 milioni di persone colpite a vario titolo dalla guerra, e di intere regioni del Paese in mano alla guerriglia e sottratte al controllo dello Stato. Un recente sondaggio pubblicato dal settimanale Semana conferma che, se il 46% degli intervistati si dice ottimista sul processo di pace, il 67% si dice certo che i guerriglieri non manterranno gli impegni presi. Insomma, nulla è scontato ed è per tutto questo che una visita di stato del presidente del Consiglio italiano a sostegno degli accordi già conclusi e, in generale, della pace può essere un’importante iniezione di fiducia per un Paese che si trova davvero a un crocevia politico della propria storia.

E, infine, la visita a Cuba. Renzi arriva nell’isola in un momento politico ed economico cruciale. Raúl Castro con la sua actualizaciόn del socialismo sta dimostrando al mondo che cambiare si può, partendo magari dal commercio, con l’apertura al business internazionale quale volano di un progetto-paese che avrà ripercussioni sulla crescita economica e sull’assetto infrastrutturale non solo dell’isola ma dell’intera regione. Pensiamo, ad esempio, al ruolo che potrà assumere “la zona speciale di sviluppo del Mariel”, il porto dove si svilupperanno i settori delle energie rinnovabili, della biotecnologia, dell’industria farmaceutica e agroalimentare, delle telecomunicazioni e della informatica. Pensiamo a quanto l’imprenditoria italiana può lì cooperare e apportare valore aggiunto con il suo know how e le sue eccellenze. Ma quel che è più importante, pensiamo a quanto arrivare a Cuba in questo momento significhi scommettere sul futuro dell’isola e lavorare concretamente perché il processo di cambiamento portato avanti da Raúl Castro diventi davvero irreversibile.

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