Dalla Sanità alle partecipate i nervi scoperti nella spesa delle Regioni

Economia
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Vari studi evidenziano forti divergenze nel territorio: a volte i servizi al cittadino costano troppo, altre volte sono scarsi

«Sono più di 152 miliardi di euro, da che parte cominciamo coi risparmi?». Di fronte ad una domanda del genere si sentirebbe smarrito non soltanto il comune cittadino, ma anche chi ha un paio di lauree economiche nel cassetto. Eppure è proprio da questa cifra, relativa all’ultimo anno censito dall’Istat, il 2013, che bisogna partire per capire l’ordine delle grandezze in campo quando si parla dei soldi che ogni anno escono dal portafoglio delle venti Regioni italiane. Nel Duemila si era poco al di sopra dei cento miliardi, e già questo indica che qualcosa non quadra in un meccanismo di spesa che vede ai primi posti per lo più i territori a statuto speciale. Quest’ultimi mettono a bilancio in uscita quasi 35 miliardi, con un’incidenza del 23% sul totale, mentre la popolazione complessiva di Val, d’Aosta, Trentino, Friuli, Sardegna e Sicilia equivale ad una percentuale ben inferiore, intorno al 15%.
Non a caso sono proprio le Regioni a statuto speciale a capeggiare le classifiche di spesa pro capite, sia personale che quella per beni e servizi, come illustrato da alcune tabelle pubblicate ieri dal Sole 24 Ore. Questo non significa affatto che il problema sia tutto lì. A parte la considerazione che ad una maggiore spesa può comunque corrispondere un’erogazione dei servizi di grande qualità, a fare la differenza c’è anche l’entità della popolazione. Ad esempio il sesto posto occupato dalla Campania, con i suoi quasi sei milioni di abitanti, nella graduatoria della spesa procapite per beni e servizi pesa in termini assoluti assai di più del primo occupato dalla Valle d’Aosta, dove risiedono soltanto 127mila persone. Piuttosto, ci si può chiedere come mai, alla stessa voce, la Lombardia (9 milioni e 750mila abitanti) risulta avere una spesa procapite inferiore del 40% rispetto alla Campania, quando da altri indicatori emerge che la qualità dei beni e servizi erogati risulta ben superiore. Più in generale, già incrociando questo tipo di dati fra le varie Regioni ci si può rendere conto di cospicue inefficienze di spesa, se non di veri e propri sprechi, salvo poi doverli andare individuare nel dettaglio per poter intervenire in modo adeguato.

Il servizio sanitario
La principale cartina al tornasole della spesa regionale è rappresentata dalla Sanità, essendo questo non soltanto il più importante dei servizi erogati, ma anche di gran lunga il più costoso. Per farci un’idea della situazione ci viene in soccorso un’indagine effettuata dall’Ufficio Studi di Confcommercio, questa volta relativa alla situazione nel 2012. A spendere di più è la Lombardia con circa 17 miliardi di euro, però in questo caso i quasi 9 miliardi di euro in uscite sanitarie della Sicilia appaiono un dato coerente, essendo 5 milioni i residenti nell’Isola. Ed in effetti, parametrando la spesa per la Sanità agli indici demografici, si ottengono dei dati abbastanza equilibrati per tutte le Regioni italiane. Tutto a posto, dunque? Niente affatto, perché l’esistenza di vistosi malfunzionamenti di alcuni apparati è messa in risalto dagli indicatori qualitativi. Se la Lombardia figura al primo posto come qualità dei servizi sanitari erogati, il gap con le altre Regioni è in taluni casi abissale, ed emerge soprattutto nel paragone con i territori del Mezzogiorno. In questo caso, quindi, con una spesa procapite simile si hanno rilevanti divergenze qualitative, altro indicatore di inefficienze e sprechi.
«La spesa per la Sanità è aumentata in Italia negli ultimi trenta anni, anche se meno di quanto non sia avvenuto in altri Paesi», ha dichiarato recentemente l’ex Commissario della spending review, Carlo Cottarelli. Che però ha subito aggiunto: «Il sistema sanitario nazionale funziona, ma ci sono risparmi da fare soprattutto perché l’efficienza è molto diversa tra le varie Regioni ed anche all’interno di ciascuna di esse». Quindi, per l’attuale Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale «una cifra possibile di risparmi senza stravolgere il sistema è tra i tre ed i cinque miliardi ulteriori rispetto a quanto è stato fatto. Esistono ancora dei margini d’azione importanti. L’importate è procedere con un intervento mirato».

Le partecipate
Un altro fronte di spesa indiscusso sul quale intervenire è quello delle aziende locali partecipate, dove fra i soggetti proprietari, accanto a Comuni e Province, figurano naturalmente anche le Regioni. Al riguardo, di rara eloquenza sono i rilievi mossi dalla Corte dei Conti nella relazione 2015 su “Gli Organismi partecipati degli Enti territoriali”. Proprio con «particolare riferimento agli organismi partecipati dalle Regioni» vengono evidenziate diverse problematiche. Si va dal «forte indebitamento di alcune società partecipate» alla «mancata allegazione dei rendiconti degli organismi partecipati», dalla «presenza di società con perdite rilevanti» a «l’incremento dell’indebitamento della Regione per il finanziamento di società partecipate», da «l’aumento delle spese per studi ed incarichi di consulenza» a «l’incremento dei compensi percepiti dagli amministratori».
«Portare da 8mila a mille il numero delle società partecipate», ha più volte ripetuto il premier Renzi, ed alla luce dei rilievi della magistratura contabile diventa persino superfluo motivare tale affermazione. Nel dettaglio, si tratta di un autentico ginepraio di aziende ed aziendine, spesso impegnate in attività del tutto estranee al governo territoriale (la Corte dei Conti cita anche presenze imprenditoriali nelle agenzie di viaggio e nella pesca). Quanto ai risparmi derivanti da un drastico sfoltimento e dalla razionalizzazione delle attività, si parla di almeno tre miliardi di euro a riforma conclusa. Basti pensare che a tutt’oggi dentro le partecipate ci sono quasi 40mila poltrone nei consigli d’amministrazione, con un costo totale intorno al mezzo miliardo.

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