D’Alema: “Non so se voto Giachetti. E voglio votare al referendum”

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Massimo D'Alema durante il seminario dei deputati della Sinistra Italiana su "La guerra globale e la pace come politica" alla Sala Capranichetta in piazza Montecitorio. Roma 11 marzo 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Dalla Gruber l’ex premier durissimo con Renzi: “Lui disprezza la nostra storia”

Alle riunioni della Direzione del Pd non ci va da tempo (“Non c’e un reale dibattito perché non c’è ascolto, se bisogna fare cose muscolari, studio, preferisco altre cose”). Non è andato nemmeno a quella di lunedì, dove pure aria di dalemismo qua e là si è respirata (vedi alla voce Cuperlo). Massimo D’Alema le cose le dice qualche volta sui giornali, più spesso in tv.

Il format di Lilli Gruber probabilmente è il più amato, ed è a Otto e Mezzo che l’ex premier si è esibito alla sua maniera.Diretto che più diretto non si può. Distante non solo da Matteo Renzi ma anche da scelte fondamentali del partito, come quella che vede Roberto Giachetti in campo a Roma. Lo voterà, ha chiesto Gruber? “D’abitudine voto i candidati del mio partito, stavolta mi concedo un supplemento di riflessione, non vedo emergere una candidatura all’altezza dei problemi della città”. Giachetti ringrazia. Ma tant’è.

E questo è niente rispetto alla durezza con cui il presidente di ItalianiEuropei parla del segretariopremier: nulla di nuovo né di definitivo ma ormai per Renzi non sembra esserci spazio per un “perdono” dalemiano. Dice, D’Alema, che “ci vorrebbe un leader della sinistra che unisse. Invece Renzi divide in modo provocatorio. Marchionne, per esempio: a parte che è uno che ha preso la cittadinanza in Lussemburgo, e non è carino farsi vedere sempre con lui, ma dico, che bisogno c’era di esprimere quel giudizio contro tutto il sindacalismo italiano? C’era Lama, Trentin… Ecco, lui sembra in modo provocatorio esprimere disprezzo verso la storia della nostra gente. È un enorme danno, lo dico con preoccupazione. È un uomo che lacera, più impegnato a litigare col suo mondo che non con gli avversari. Alla fine si perde, fra l’altro”.

Lui, “il combattente” – come si autodefinisce correggendo l’”arrogante” cui allude Ezio Mauro, in studio quasi “spalla” dell’ex premier – è ben diverso da Matteo. “Noi abbiamo fatto le nostre lotte politiche ma non è mai venuto meno il rispetto per le per-so-ne. Qui siamo di fronte a uno che ha disprezzo verso una intera classe dirigente, che pensa di essere l’inizio del mondo. Così nel sentimento di milioni di persone si produce una rottura sentimentale che dicono ‘non voto più questo partito’. Io ero al suo fianco alle Europee, poi dopo lui ha pensato di poter liquidare una storia, lì è stato l’errore. Io con Prodi non ho mai usato le espressioni che Renzi ha avuto con Letta”.

Niente sconti nemmeno sul referendum: “È indecente che un grande partito dica di non andare a votare”. E pazienza se questo accadde ai suoi al referendum sull’articolo 18. “Ho un convegno a Washington ma spero di poter andare a votare”. Altro “dissenso”. Fortissime critiche sulla politica economica, sul jobs act (“Viene fuori il suo lato oscuro”), perché “si vede delusione dopo tante aspettative, ci sono 93mila occupati in meno”.

E il caso-Guidi? “Non è chiuso”. “È una vicenda che lascia il segno” . Non solo sotto l’aspetto delle indagini, anche sotto quello politico. La responsabilità del famoso emendamento è del premier (ma proprio questo ha detto il medesimo premier), non di Maria Elena Boschi, dunque è nelle mani di Renzi che la patata bollente scotta, a cominciare dalla nomina del prossimo “ministro dell’Industria” – D’Alema lo chiama così, alla vecchia maniera – e insomma fa capire che il problema politico sta ancora tutto lì. Come a dire, il segretario non si illuda di averla sfangata. Nemmeno su questo.

Tantomeno con “quelle frasi” sulla magistratura, fuori luogo “adesso che c’è un’indagine che riguarda un tuo ministro”. Anche se “il combattente” dice espressamente di “combattere ancora”, e in una complessa alternanza di distacco e passione, difficilmente resisterà alla tentazione di giocare una partita di logoramento di quel leader del Pd che “disprezza la nostra storia”. Così parlò il lider Maximo, senz’appello e sembra – almeno sembra – sempre più con un piede fuori da suo partito.

 

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