Dai comitati per il Sì una nuova classe dirigente Pd

Referendum
Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi alla Camera durante le votazioni sulla fiducia posta dal governo sul ddl sulle unioni civili. Roma, 26 Aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

La ministra Boschi sta mettendo a punto la squadra, sabato il referendum day in tutta Italia. La sinistra dem: anche il No è legittimo

Motori accesi, lo start sabato prossimo a Bergamo con Matteo Renzi, il Pd si prepara per la grande mobilitazione per il referendum costituzionale. Ieri il tesoriere Francesco Bonifazi è andato a fare diversi sopralluoghi per individuare la sede del Comitato nazionale, ampia metratura e visibilità, ma per il momento la scelta non è stata fatta. Top secret anche sul nome del presidente, ma in pole position sembrano esserci Luigi Berlinguer, che già presiede il Comitato dei Garanti del partito, e Sabino Cassese. Per ora l’unica certezza è che Berlinguer farà parte del Comitato.

Il premier-segretario ha dato indicazioni chiare su come dovrà essere il Comitato centrale: ampio, aperto alla società civile con esponenti del mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport. L’obiettivo è quello di trovare testimonial che aprano il campo e riescano a captare mondi diversi rispetto a quello del Pd. Stessa mission che dovranno avere tutti i comitati perché al Nazareno non sottovalutano nulla, compresi i sondaggi che invitano a non rilassarsi. La macchina fa capo alla ministra Maria Elena Boschi, che per mesi ha intessuto il dialogo e il confronto anche con chi oggi sta sulle barricate del No, come Fi. Ma la ministra – che sabato sarà a Reggio Emilia per un convegno sul 70esimo anniversario del voto alle donne – si avvarrà anche di alcuni renziani doc che dovranno far parte della squadra, come Bonaccini, Donati, Faraone, Calvano, Marcucci, Parrini e i sindaci di Reggio Calabria, Falcomatà e quello di Imola Manca.

E i ben informati dicono che questo sarà anche un banco di prova per il profilo del Pd che ha in mente Renzi: un partito che sappia parlare alla sua base storica ma anche oltre, che sappia attirare l’at – tenzione di quell’elettorato moderato che non si riconosce nei vari partitini satelliti. E sarà l’occasione per tracciare i contorni anche di unanuova classe dirigente. D’altro canto alla Leopolda Renzi aveva immaginato così la campagna referendaria, una sorta di mille leopolde sparse sul territorio.

Anche perché dal fronte interno parlamentare la minoranza dem resta tiepida, malgrado l’altro ieri il segretario abbia assicurato che dopo il referendum sarà varata la legge sull’elezione diretta dei senatori, condizione questa che aveva permesso al partito di arrivare unito al vo to.

E se Vannino Chiti dice «Renzi ha ribadito l’impegno per approvare la legge elettorale per il nuovo Senato in questa legislatura. È quanto avevo chiesto. Le nebbie della confusione sono state spazzate via», per un bersaniano doc come Davide Zoggia le nebbie restano. «È inutile girarci attorno – dice – c’è un pezzo di elettorato Pd che è molto scettico sulla riforma costituzionale. E che facciamo? Li cacciamo? Vedo che le Feste de l’Unità avranno lo slogan “l’Italia che dice sì”. Ei militanti che votano no, li mandiamo a casa? Procederei con qualche cautela in più se fossi Renzi». E come Pier Luigi Bersani ritiene del tutto legittimi i comitati del No «anche nel Pd». Dunque la fronda interna non molla. La moratoria chiesta da Renzi, sei mesi durante i quali mettere da parte appartenenze e casacche, non è affatto scontata.

Anche il senatore Miguel Gotor mette paletti: «Bene la moratoria in vista delle prossime elezioni – premette -, ma dopo le amministrative sarà importante fare un check up delle principali riforme attuate, a partire da quelle del lavoro e della scuola, per compiere un serio bilancio e per individuare i necessari correttivi: continuare, infatti, a parlare solo di referendum e di riforme istituzionali dentro una perenne bolla mediatica autoreferenziale, senza intervenire sugli effettivi problemi dei cittadini, potrebbe portare ad avere cattive sorprese per il Pd e per il governo». Dichiarazioni che messe insieme a quelle dell’ex segretario, «io voglio vedere lo svolgimento del tema delle riforme. Ho detto, non cambiatemi le carte in tavola, sono del Pd, non voglio vedere plebisciti. Qui parliamo di Costituzione, non stiamo mica cercando il maschio alfa in questo Paese», alimentano il clima di sospetto nella maggioranza. «Dicono ok alla moratoria ma un minuto dopo tornano alla carica e ogni giorno pongono una questione», commenta infatti uno dei deputati parecchio vicini al premier. Referendum uguale spallata: nella maggioranza sono in molti a pensare che sia a questo che stanno pensando i colleghi della minoranza. Soprattutto se le elezioni amministrative non dovessero andare bene perché sarebbero un primo colpo alla leadership dal loro punto di vista. Ma chi conosce bene Renzi dice che a partire da sabato «non ce ne sarà per nessuno».

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