Dagli streaming ai talk show, al nulla. La triste parabola della (falsa) trasparenza

M5S
Anti-establishment 5-Star Movement (M5S) chief Beppe Grillo (R) and Luigi Di Maio at restaurant in Rome, 7 September 2016. Beppe Grillo, Luigi Di Maio and Roberto Fico together at restaurant after the rally in the Lazio coast town of Nettuno later on Wednesday.Nettuno is the final stop on a so-called Constitution Coast to Coast tour to promote a 'No' vote in an upcoming referendum on a new constitutional reform law. House MP Alessandro Di Battista, House Deputy Speaker Luigi Di Maio, and M5S lawmakers Roberto Fico, Carla Ruocco and Carlo Sibilia will attend.
ANSA/PAOLO GARGINI

Il M5S delle origini non esiste più. E’ stato sostituito da un cerchio ristrettissimo che decide per tutti. Le parole d’ordine del passato sono dischi rotti, smentiti dalla realtà

“Non andremo mai in televisione, noi siamo diversi”. Cominciò così, nello stupore generale, l’epopea della trasparenza a 5 stelle. “Noi non ci mischiamo ai vecchi politici, ai partiti che hanno distrutto l’Italia, ai pollai televisivi che non parlano dei problemi delle persone”. Il diktat di Grillo e Casaleggio era chiaro e incontestabile: nessuno dei ‘cittadini portavoce’ poteva accettare gli inviti della stampa a parlare in tv. Con la “feccia” non ci mischiamo. Chi non ha obbedito a questo comandamento ha addirittura incontrato l’onta dell’espulsione.

I ‘cittadini portavoce’ non hanno bisogno di confrontarsi con gli altri politici, loro dialogano direttamente con il popolo. E allora le aule parlamentari diventano delle ‘case di vetro’ (in vero fin dal principio un po’ a fasi alterne) e la nuova parola d’ordine della politica diventa un termine inglese che ormai è entrato a pieno titolo nel nostro vocabolario comune: streaming. Le dirette delle riunioni dei parlamentari pentastellati vengono trasmesse sul blog di Beppe Grillo (già ampiamente utilizzato come strumento remunerativo dalla Casaleggio Associati).

E’ il tempo dei totem dell’uno vale uno, dei referendum per decidere i candidati alla presidenza delle Repubblica, delle primarie on-line. Slogan dietro i quali si nasconde già un quadro ben diverso. Le riunioni che contano si svolgono in stanze segrete, gli streaming diventano ben presto una sceneggiata propagandistica senza alcun contenuto. Le votazioni on-line sono spesso indirizzate e limitate, tramite la scelta di un numero ristretto di candidati oppure con l’eccessiva complicazione delle modalità d’iscrizione.

Col passare dei mesi, questa maschera diventa sempre più scolorita. Insieme alla fine della democrazia interna scompaiono le dirette streaming e le votazioni in rete. Nasce il direttorio nazionale, composto dalle facce più in vista del Movimento. E, cosa che fino a pochi mesi prima sarebbe stata inimmaginabile, parte l’occupazione coatta dei talk show. I ‘pezzi grossi’ diventano protagonisti di lunghe interviste in solitaria nelle principali trasmissione d’informazione, i ‘pesci piccoli’ vanno al confronto-scontro con gli esponenti degli altri partiti.

A dare le direttive è, come sempre, la Casaleggio Associati che, tramite il braccio armato degli uffici comunicazione, decide chi deve andare dove e soprattutto cosa deve dire. La retorica è sempre la stessa: onestà e trasparenza contro i “ladri e corrotti” della vecchia politica. I vari Di Maio, Di Battista, Fico diventano i protagonisti di questa narrazione che, però, comincia a scricchiolare in Parlamento, quando, nel silenzio delle stanze delle commissioni, il M5S si oppone a tutti gli articoli previsti, in materia di trasparenza, nella nuova legge sui partiti in discussione alla Camera.

Ma tant’è. Il bombardamento mediatico continua senza sosta, in televisione e, soprattutto sui social network, dove, parafrasando Gianroberto Casaleggio, “tutto ciò che è virale è vero”. Tramite account satelliti della galassia grillina cominciano così a girare le più pietose bufale dell storia della politica che, in un batter d’occhio, raggiungono migliaia di militanti digitali che rendono i contenuti (il più delle volte falsi) immediatamente disponibili e condivisibili per milioni di persone.

Un lavoro certosino e titanico che porta i suoi frutti, in maniera clamorosa, alle ultime elezioni amministrative. Le due ‘ragazze’ scelte da Casaleggio per opporsi alla narrazione stanca dei vecchi partiti sbaragliano la concorrenza e conquistano piazze grandi e prestigiose. Virginia Raggi trionfa a Roma, Chiara Appendino ribalta i pronostici e vince a Torino contro un ‘mostro sacro’ della sinistra italiana come Piero Fassino.

Il resto è cronaca dei nostri giorni. E mentre a Torino Appendino, nel silenzio generale, si gode i benefici della buona amministrazione degli scorsi anni (alghe del Po permettendo), a Roma per Raggi e per tutto il Movimento comincia un calvario di cui ancora dobbiamo vedere la fine. Un’agonia fatta di faide interne, guerre tra studi legali ammanicati con la parte peggiore della città, mail segrete, sms al vetriolo, dimissioni di massa e problemi con la giustizia.

Una vera e propria bufera politica maturata in tempi da guinness dei primati davanti alla quale i potentati grillini rispondono rispolverando vecchi cavalli di battaglia o inventandone di nuovi. Ed ecco che la crisi tutta interna al M5S e alla giunta diventa un complotto dei vecchi partiti e dei media, ordito dalle lobby che vogliono mettere i bastoni tra le ruote al cambiamento e alla pulizia. Dischi rotti, mai come in questo caso smentiti dai fatti che sono davanti agli occhi di tutti.

Nel segreto delle stanze del Campidoglio (altro che una “casa di vetro” come evocato dalla Raggi in campagna elettorale), o in sale di alberghi sconosciuti, si decide il futuro di Roma e dello stesso Movimento. I big scappano dalle televisioni, si sottraggono al confronto, si riuniscono in piccoli vertici di partito (eh sì) in cui stabiliscono la linea da dettare ai tanti militanti in attesa di un segnale: avanti, con la stessa retorica di sempre.

Peccato però che non abbiano fatto i calcoli con la realtà: dopo Roma, dopo tutta questa storia, per loro nulla sarà più come prima.

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