Da oggi è più facile scommettere sull’Europa

Scenari
epa05325438 Austrian President-elect Alexander Van der Bellen (C), who is supported by the Green Party, delivers a statement following the Austrian presidential elections run-off, outside the Palais Schoenburg, in Vienna, Austria, 23 May 2016. Austria's Interior Minister Wolfgang Sobotka earlier announced the official result in which Van der Bellen had won the presidential elections run-off over the right-wing Austrian Freedom Party (FPOe) candidate Norbert Hofer by just a few thousands of votes.  EPA/CHRISTIAN BRUNA

L’esempio che viene dall’Austria mostra come puntare sull’integrazione dell’Ue rimanga rischioso, ma può premiare i partiti più coraggiosi

Agitare lo spauracchio dell’avanzata dell’estrema destra e prospettare l’isolamento in Europa. Era l’unica carta che Alexander Van der Bellen e le forze di centro e di sinistra potessero giocare. Ha funzionato. Il professore di economia, candidato dei Verdi, ha superato per un pugno di voti Norberf Hofer, l’uomo del Partito della libertà (Fpo) che fu di Jorg Haider e che oggi è guidato da Heinz-Christian Strache.

Da Van der Bellen alla candidata indipendente Irmgard Griss, terza al primo turno, fino ai Popolari e ai Socialdemocratici, che due settimane fa erano colati a picco, raccogliendo percentuali imbarazzanti: tutti hanno interpretato il voto di ieri come una scelta tra un’Austria integrata in Europa e il rischio di uno scollamento con quest’ultima.

A Bruxelles e nelle capitali continentali si tira un forte sospiro di sollievo. Il fallito assalto di Hofer alla presidenza tranquillizza un po’ quei governi e quei partiti – Italia e Pd compresi – che sentono sul proprio collo il fiato dei nazionalismo o dei populismo o di entrambe le cose. Ma non può affatto rassicurare. Dopotutto Hofer ha sfiorato l’impresa e l’Fpö è il primo partito nei sondaggi. Nel 2018 si vota (se non ci sarà un anticipo) e il sogno di potere di Strache è concreto.

Non scherzano nemmeno il Movimento Cinquestelle, Nigel Farage, Marine Le Pen e Gert Wilders, i tedeschi di Alternativa per la Germania e tutti coloro che nella “vecchia” Europa minacciano di occupare le stanze dei bottoni e dare una spallata possente all’edificio comunitario. È poco saggio riportare tutte queste forze e queste pulsioni sotto un’unica categoria. I partiti e i Paesi sono diversi. Ma c’è un denominatore comune, che sta nello scaricare la colpa di tutto – della crisi, dei politici che rubano, delle imprese che falliscono – sull’Europa. Bersaglio facile, in tempi di grande livore come questi, che pretendono l’annullamento della complessità delle cose.

Al discorso contro l’Europa se ne può opporre solo uno: quello a favore dell’Europa. Al contrario del primo non è facile. Anzi, rischia di non essere elettoralmente premiante. Ma quanto successo in Austria dimostrerebbe che vale la pena rischiare. L’arco conservatore-centrista-progressista l’ha messa proprio in questi termini, chiedendo non un voto per Van der Bellen o Hofer, per l’idea di Austria dell’uno o dell’altro; ma un voto per l’Europa, evocando scenari foschi e imprevedibili.

L’ultima considerazione riguarda ciò che sta avvenendo appena un po’ più a est di Vienna, in Ungheria e Polonia. I due Paesi, vale a dire, dove sono già al governo forze ritenute euro-scettiche e nazionaliste. In questi giorni s’è parlato molto di “virus” anti-democratico dell’Est e di contagio. Come se fosse stato l’operato dei governi magiaro e polacco a mettere il turbo a Hofer. Ma, posto che né Orban né Kaczynski vogliono uscire dall’Europa, e non solo per la solita storia di soldi e fondi strutturali, il rigurgito nazionalista e populista dell’Austria e di diversi paesi dell’Europa pre-allargamento è ben diverso da quello che alberga a Budapest e Varsavia. Influisce di più la stanchezza per i partiti classici e il malcontento per una crisi che ha spiazzato. Mentre Orban e Kaczynski, che guidano partiti sulla breccia da anni e da questo punto di vista non rappresentano una novità, hanno costruito un bel pezzo delle loro vittorie sul maggior bisogno di equità sociale ed economica avvertito da quei segmenti della popolazione tagliati fuori dai benefici che la transizione ha assicurato.

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