Da dove viene il femminicidio? Epistemologia di un mostro collettivo

Donne
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In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, proviamo a indagare più a fondo il femminicidio: un fenomeno radicato nelle strutture profonde della nostra civiltà ed estrema conseguenza di quella che l’antropologo Gregory Bateson chiamava “l’epistemologia di ognuno di noi”

Quello di Elizabeth, peruviana di 29anni strangolata in casa alla periferia di Monza dal convivente 56enne, è solo l’ultimo dei centosedici casi di femminicidio avvenuti dall’inizio del 2016 in Italia: numero destinato ad aumentare se si prende come riferimento il trend (per fortuna in discesa) degli scorsi anni: 128 casi del 2015, 136 del 2014, 179 del 2013 e 157 del 2012 (Dati ISTAT).

Ma di cosa parliamo esattamente quando ci imbattiamo in omicidi ai danni delle donne? Quello che per i media è un fenomeno relativamente nuovo, strettamente legato alla circolazione del termine “femminicidio” come chiave per determinare una particolare branca della cronaca nera, in realtà affonda le sue radici molto lontano. Al di là della facile individuazione dei singoli casi, che assurgono all’onore della cronaca in una successione di episodi apparentemente irrelati, questo tipo di crimine rappresenta l’estremizzazione di una mentalità comune: quella che informa gran parte dell’Occidente, ancora tarato su una cultura tipicamente patriarcale. Anche attraverso una sommaria messa in prospettiva del problema è possibile rendersi conto del suo carattere sistemico, e dell’inadeguatezza di un’interpretazione che fa leva sull’esplosione della violenza irrazionale o di raptus individuali. In questo senso l’uccisione della donna per mano dell’uomo è un gesto che trova la sua razionalità all’interno di un determinato sistema di valori: circostanza che fa vacillare l’affermazione rassicurante “Io non sono un assassino”, apparente riparo per la maggioranza degli uomini occidentali dalla possibilità di essere, o diventare, autori di femminicidio. Ma procediamo con ordine, cercando di mettere a fuoco il contesto in cui emerge questa vischiosa problematica.

I numeri della violenza

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Murale contro il femminicidio in via dei Sardi, nel quartiere San Lorenzo a Roma

“Femminicidio” è un vocabolo che esiste nella lingua italiana dal 2001 (fonte Treccani). In inglese la parola “femicide” è in uso sin dal 1801, sostituita all’inizio degli anni ’90 da “feminicide”, neologismo coniato dalla scrittrice e attivista femminista sudafricana Diana E. H. Russell, una delle maggiori studiose mondiali di violenze e abusi sessuali contro le donne. Il termine nasce per indicare omicidi di genere: l’uccisione della donna ad opera dell’uomo, il quale punisce, sopprimendolo, l’individuo di sesso femminile perché colpevole di insubordinazione. La disobbedienza della donna viene esercitata, in prima istanza, nei confronti dell’uomo, e di riflesso, come abbiamo detto, verso un sistema di organizzazione patriarcale: andando avanti nella nostra analisi vedremo come anche nella società che si professa più aperta e paritaria sussista implicitamente una struttura patriarcale. L’antropologa messicana Marcela Lagarde ha portato definitivamente alla ribalta questo termine nel 1993, usandolo come categoria interpretativa di un fenomeno macroscopico che coinvolge l’America Centrale e l’America Latina, dove una mentalità discriminatoria nei confronti delle donne è molto diffusa.

 Secondo la pubblicazione Global Burden of Armed Violence 2011, che raccoglie dati riguardanti i casi di violenza armata nel mondo, 66 mila donne ogni anno vengono uccise: circa il 17 per cento di tutti i casi di omicidio nel mondo. Si calcola che nel nostro pianeta venga uccisa una donna ogni 8 minuti, in Italia, nel 2015, circa una ogni tre giorni. Significativa una statistica: nei paesi dove il tasso di criminalità è più alto, solo una piccola percentuale di femminicidi è commesso da un partner o da un ex partner della vittima. Invece in Europa, secondo le Nazioni Unite, la metà delle donne uccise tra il 2008 e il 2010 sono vittime di un familiare, un coniuge o un ex compagno.

Un ulteriore dato che dovrebbe farci riflettere sullo scarto che c’è tra la maniera in cui il problema viene affrontato mediaticamente e la sua reale natura riguarda il leggero ma costante calo dei casi di femminicidio in Europa dagli anni ’70 ad oggi (così come quello degli omicidi in generale).

 Epistemologia sessista

Schermata 08-2457605 alle 17.41.37Uno dei pensatori chiave del ‘900 per leggere i fenomeni sociali attraverso un’ottica che comprenda filosofia, antropologia e psicologia, è l’americano Gregory Bateson. In particolare due concetti da lui elaborati sembrano fornirci una lente ideale per guardare al fenomeno del femminicidio: quello di epistemologia e quello di doppio vincolo. L’epistemologia è il modo attraverso il quale ogni individuo costruisce le proprie conoscenze, le organizza e dà un senso alla propria esperienza. L’insieme di tutte le sue convinzioni, quelle manifeste e quelle inconsce, che danno forma al suo mondo e orientano il suo agire.
Ed è proprio questo il punto: com’è il mondo che l’uomo occidentale costruisce tramite la propria epistemologia?

Qui sotto abbiamo postato il video di una storica intervista a Muahmmad Ali, in cui il campione di pugilato si chiede: “Perché Gesù è bianco?”. Nel suo discorso, dalla forte carica umoristica ma brutalmente realistico, vengono messe in evidenza le “falle” di un immaginario che vede il colore bianco dominare sul colore nero, con risvolti che sfociano sovente nel farsesco: “Perché mai Tarzan, che era il re della giungla, è bianco?”. Il suo ragionamento è volto a mettere alla berlina un’epistemologia collettiva che attribuisce un valore simbolico positivo al bianco, e quindi alla razza bianca, e una connotazione negativa a quella nera. Provate a sostituire a “bianco” e “nero” i termini “maschile” e “femminile”; scoprirete come ancora più profondamente il nostro linguaggio quotidiano sia razzista nei confronti del genere femminile: per designare l’intera specie umana si usa la parola “uomo”, molti nomi sono declinati solo al maschile (o la loro declinazione al femminile risulta quantomeno inusuale) e poiché il pensiero è strutturato sul linguaggio, emerge palesemente la subalternità del “femminile” all’interno del mondo che l’individuo comincia a costruirsi sin da bambino.

Bateson afferma spesso che un’epistemologia può essere sbagliata, oppure cattiva. Ed è quello che succede quando ci si confronta con un mondo in cui la parità di genere dovrebbe essere una conquista più che assodata: da una parte siamo portatori di una serie di convinzioni implicite, maturate attraverso un processo di apprendimento inconscio, che relegano il femminile in una condizione di subordinazione; ma allo stesso tempo ci viene insegnato che l’uomo e la donna sono uguali, facendoci credere di vivere in un’epoca in cui il maschilismo sia un antico retaggio confinato in settori marginali e non ben definiti della società (il Sud, le culture arretrate etc.).

 Doppio Vincolo

 A questo punto si inserisce il concetto di doppio vincolo, che prendiamo in prestito da Bateson per farlo interagire con il discorso riguardo al femminicidio. Siamo immersi in una cultura dalla struttura linguistico-concettuale maschilista e patriarcale, ma che allo stesso tempo rivendica con forza la parità dei sessi e l’emancipazione femminile. È un caso esemplare di Double Bind, in cui ci vengono forniti due imput contraddittori appartenenti a due tipologie logiche differenti; Bateson fa il celebre esempio di una madre che da una parte dice al figlio di amarlo, dall’altra si irrigidisce nel contatto fisico con lui: questa dicotomia di approcci porta il bambino alla schizofrenia, cioè, in primis, all’incapacità di codificare che tipo di comunicazione viene veicolata dalla madre e poi, per estensione, alla perdita di un criterio di codifica verso la realtà in generale.
 Nella nostra società questo doppio vincolo si caratterizza spesso e volentieri nel fenomeno del sessismo benevolo; oltre all’esplicita discriminazione del sessismo ostile, diretto retaggio della struttura maschilista di cui abbiamo parlato, emerge infatti una forma di sessismo che rappresenta in pieno il cortocircuito provocato da un’epistemologia inadeguata. Questa tipologia di sessismo si caratterizza per uno slancio apparentemente benevolo dell’uomo nei confronti della donna, la quale spesso diventa oggetto di attenzioni e protezione: ma se da un lato queste cure mirano a innalzarla a figura “venerabile”, dall’altro legittimano, e anzi potenziano, una sorta di divario gerarchico tra il maschile e il femminile, relegando la donna implicitamente a un ruolo di subalternità. In questa direzione vanno letti i comportamenti spesso paternalistici dell’uomo nei Schermata 08-2457605 alle 17.45.47confronti della donna (a indicare la non completa maturazione di quest’ultima), la volontà di preservarla da compiti troppo onerosi (che celerebbe il tentativo di tenerla lontano da posizioni di potere) e la tendenza a voler stabilire con lei un contatto intimo (mossa atta a incanalarne e depotenziarne il potere seduttivo). Questa visione del sessismo nella sua matrice bivalente, promulgata da un articolo del 1996 di Peter Glick della Lawrence University e Susan Fiske della University of Massachusetts at Amherst, mette in luce un doppio legame che agisce sia sulla donna, che non riesce a staccarsi dal proprio carnefice anche perché ammaliata dalle sue apparenti premure, sia sull’uomo, che si muove “positivamente”, spesso perfino in buona fede, sottintendendo però la costruzione sessista (l’epistemologia maschilista) che informa il suo mondo.

Conclusioni

Il femminicidio, come estremizzazione di un’epistemologia maschilista “sbagliata”, è un fenomeno di carattere sistemico, in contraddizione con l’affermarsi di una contemporaneità che spesso non vede nemmeno il problema di genere; questione molte volte occultata dietro altisonanti rivendicazioni di facciata riguardo alla raggiunta emancipazione femminile. Seguendo questa traccia possiamo chiarire meglio quanto affermato all’inizio del nostro articolo: è necessario abbandonare l’impostazione dualistica secondo la quale il mondo è diviso tra uomini razionali e uomini che uccidono le donne; in realtà siamo tutti parte di una comunità dall’impronta patriarcale, che quindi asseconda il principio della supremazia del maschile sul femminile, assumendolo implicitamente con lo stesso apprendimento del linguaggio. Le estreme conseguenze di questa forma mentis portano alla convinzione di poter disporre della donna, in quanto subordinata e quindi passibile di essere oggettivata ad uso e consumo del più forte. In questo senso l’affermazione “Io non sono un assassino” non basta a metterci al riparo da una condizione che affonda le proprie radici agli albori della cosiddetta “civilizzazione”.
I numeri ci dicono che con il passare degli anni, e la progressiva emancipazione femminile, questa epistemologia sedimentata da millenni si sta lentamente corrodendo, ma per accelerarne il cambiamento è essenziale essere consapevoli del meccanismo alla base del femminicidio, del doppio vincolo che informa le questioni di “genere” e del fatto che ragioniamo su questi stessi concetti a partire da presupposti sbilanciati verso il “maschile”.
 
Come scriveva Pierre Bourdieu nel suo libro Il Dominio Maschile, quella del maschile sul femminile è “l’esempio per eccellenza di oppressione simbolica”. Che la consapevolezza di questa verità, aggiungiamo noi, entri a far parte della nostra epistemologia, è uno dei passi più importanti per il superamento dell’oppressione di un genere sull’altro.

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