Da Campo Dall’Orto prime buone idee ma il nodo è l’azienda

Rai
La presidente della Rai Monica Maggioni (s), durante la riunione del consiglio di amministrazione Rai presso la sede di viale Mazzini, Roma, 2 settembre 2015. 
STEFANO CAROFEI/POOL/ANSA

Questo vertice dovrebbe essere il suggeritore delle riforme della presenza pubblica in tv

Letta con la inevitabile attenzione la prima intervista di Antonio Campo Dall’Orto nella qualità di DG Rai, gli elementi che saltano all’evidenza sono questi.

1) Il (molto positivo) rinvio delle nomine al momento in cui saranno chiariti gli obiettivi.

2) La prospettazione (ormai largamente acquisita in saggi e gazzette) di una Rai impresa mediale (e non solo tradizionale broadcaster).

3) La constatazione (meno scontata, ma che fortemente condividiamo) di un gap culturale fra Rai e Paese e la necessità di colmarlo in direzione “pop” (che supponiamo sia da intendere, assai positivamente, come il contrario dell’approccio culturalista e pedagogico) anche aprendosi alla sperimentazione e liberandosi a questo fine dal vincolo degli ascolti sempre e a tutti i costi.

“Sperimentazione” e “vincolo degli ascolti” sono chiaramente i punti più problematici. Intanto perché un broadcaster, sia pure allargato alla multimedialità, non perde i vecchi indici di performance (gli ascolti) ma ne aggiunge di nuovi (click, like, rinvii etc). E dunque la dittatura della quantità non scompare, ma si moltiplica. Del resto è nella quantità, come alle elezioni, che si misura l’effettivo rapporto col Paese.

Dopodiché si discute di cosa è fatta quella “quantità”. E qui si apre ovviamente (è sempre aperto) lo spazio logico per la critica e la sperimentazione. Ma c’è tuttavia un “ma”.

Nella concretezza di un corpo aziendale e dei suoi vari vincoli, la progettazione di una migliore quantità, inclusiva di idee e pubblici nuovi, non è materia libera offerta alla fantasia più o meno brillante di questo e di quello. È invece una variabile dipendente dei vincoli esistenti e dunque ne postula il superamento, in particolare circa le modalità di finanziamento e la organizzazione dell’azienda. Per questo una sperimentazione senza riorganizzazione e senza una diversa collocazione della sovvenzione pubblica rispetto ai proventi commerciali sarebbe un gioco autoreferente, oltre che – altro che rinnovamento – tranquillamente compatibile col tran tran del duopolio (con tutto che questo sta tirando da tempo l’anima coi denti).

E poi c’è il punto 4) Ovvero il (giustissimo) rilievo che il DG attribuisce alla vicinissima formulazione (aprile 2016) della nuova Concessione nella quale lo Stato dirà alla Rai cosa se ne aspetta per i successivi dieci anni: natura e allocazione dei finanziamenti, rapporto con la produzione indipendente, dimensione estera. Che saranno i nodi concreti in discussione, al di là della nuvola retorica che usa avvolgere tali documenti.

Proprio la natura dei problemi e l’incombere delle scadenze fanno pensare che questi vertici Rai e in particolare il DG non potranno non cercare di mettere nero su bianco quel che sperano che il Governo gli imporrà di fare. Potrebbero/dovrebbero, in altri termini, essere i suggeritori delle riforme della presenza pubblica in tv e annessi, e ottenerne a garanzia norme che non le ostacolino e anzi le favoriscano (che vuol dire riforma delle norme di sistema lasciate da Gasparri e declinazione molto innovativa della sovvenzione pubblica).

Forse la vera e immediata sperimentazione sarà proprio questa, anche se non attiene alla autoralità e riguarda piuttosto la autorevolezza del management rispetto alla Istituzione.

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