Crocetta si difende di fronte all’Ars: il discorso integrale

Sicilia
Il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, riferisce all'Assemblea regionale sul caso Tutino e la situazione politica, Palemo, 23 luglio 2015. ANSA/ FRANCO LANNINO

Il presidente si rivolge ai deputati regionali: “Potete staccare la spina, ma sareste complici degli sciacalli”

Onorevole presidente, onorevoli deputati

Vi ringrazio per avermi dato oggi la possibilità di comunicare al Parlamento in merito alle vicende dolorose e gravi di questi giorni, consentendomi cosi di contribuire a quell’opera di ricerca della verità che ha sempre caratterizzato la vostra e la mia attività.

Ho vissuto in questi giorni i momenti più terribili della mia vita, e so che anche molti di voi hanno condiviso tale sofferenza. In questi giorni è come se avessi rivisto un film diverse volte proiettato, attraverso il quale l’attacco al presidente della Regione diventa attacco alle Istituzioni democraticamente elette dai cittadini, all’intero popolo siciliano.

Ho vissuto per giorni la vicenda dì un uomo che incominciava a sentirsi come un lebbroso in pieno Medioevo vergognandosi persino di affacciarsi dal balcone di casa propria con la preoccupazione di percepire uno sguardo ostile se non un insulto. Sono stati giorni di dolore e di pianto, persino incontenibile nel momento in cui potevo essere, visto da un ignaro lettore o ascoltatore di Milano, persino come complice silente di un attentato a un componente della famiglia Borsellino.

L’orrore di quella montagna di fango mi urlava dentro il cuore e la testa paralizzando la mia voce, contribuendo così ad amplificare gli attacchi unilaterali di alcuni disinformati e di altri che opportunisticamente mettevano il dito nella piaga pensando che per ragioni politiche si potesse uccidere un uomo, attentare alle istituzioni democratiche di un Paese.

Nell’immaginario collettivo il “metodo Crocetta” ha cominciato a superare il metodo Boffo. Nella calunnia non è importante dire la verità, ma fare uscire notizie false in modo eclatante, perchè tanto le rettifiche non hanno mai lo stesso spazio della deflagranza, dell’orrore delle falsità. A Milano chi conosce nel dettaglio le vicende siciliane? A Milano l’articolo de l’Espresso nei miei confronti viene percepito come l’annuncio di una strage, alla vigilia della commemorazione di via d’Amelio.

La vita di un uomo ha un senso se la si lega all’onore e alla propria libertà. Alla libertà ci ho rinunciato da tempo, da quando ero sindaco di Gela, costretto a vivere come un detenuto, dentro una casa con vetri anti Kalashnikov larghi quattro dita e da dove la luce entra attraversando polverose sbarre, ma al mio onore non posso rinunciare.

E io sono felice che le Procure siciliane abbiano smentito seccamente quelle false accuse, ripristinando la verità.

Dopo lo sconforto, ho capito che il mio silenzio e la mie eventuali dimissioni venivano interpretate come segno di ammissione di colpa, ho deciso riprendermi il diritto alla parola per contribuire alla ricerca della verità e mi sono
messo a lavoro poiché questo è il ruolo di un uomo delle istituzioni, che non si può fare abbattere neppure davanti alle infamie più terribili e agli attacchi più violenti e strumentali.

Mi sono rifiutato di offrire le mie carni in pasto a famelici e rapaci carnefici. Io sono certo che tutto questo passera alla storia come una storia infame, la vicenda di poteri occulti che minacciano la democrazia e di una parte della politica che non riesce a difendere gli uomini delle istituzioni anche laddove essi non siano responsabili di fatti per quali li si accusa.

L’opportunismo mediatico sembra oggi prevalere rispetto alla cautela istituzionale che contraddistigueva la politica di un tempo, laddove gli uomini di governo raramente esprimevano giudizi se non in presenza di fatti gravi, accertati e conclamati.I falsi scoop non possono decidere le sorti dei governi e non è assolutamente in discussione la possibilità di criticare, anche in modo feroce, la politica.

Rivendicare l’autonomia della politica significa dare certezza ai cittadini che i governi non vengono decisi da pochi individui, ma dall’esercizio libero del gioco democratico.

E tutti quanti noi abbiamo il dovere, politico, giuridico e morale di affermare tale diritto a volte persino in presenza di un massacro evidente, di una manipolazione sapiente della realtà. In questo Paese si deve decidere, se la bufala cattiva di un giornale debba essere la verità o se la verità è quella che viene dall’attenta valutazione della Magistratura.

A tutti è evidente che quella intercettazione non c’è.

Non posso dimettermi. Io non sono interessato nè a poltrone nè a carriere politiche future, due anni e mezzo di martiri e attacchi sono sufficienti a togliermene la voglia. In questi giorni ho ricevuto attacchi e solidarietà insospettabili, solidarietà di amici ed avversari.

Ringrazio coloro che mi hanno manifestato tanta solidarietà perchè questo mi fa pensare che non tutto è perduto che nel nostro Paese, che ci siano ancora galantuomini le cui parole non vengono dettate dal bieco gioco politico, ma
dall’esigenza di tutelare le regole e i valori democratici che sono alla base di una serena convivenza civile.

Voglio battermi per un Paese dove la democrazia non sia slogan e dove i cittadini siano considerati responsabili in presenza di fatti e certezze e non di accuse gratuite. La deriva populista e demagogica che c’è dietro alcune prese di distanza e la rapida richiesta di alcuni di andare al voto, per me è irricevibile, perché strumentale e interessata.

Lo sciacallaggio non posso che respingerlo per tutelare non solo me stesso, ma tutti voi.

Voglio citare una bellissima poesia di Bertolt Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

La democrazia ha forma dì rosa, coi suoi tanti petali tutti diversi, ma se si strappa un petalo, o persino una spina, la bellezza dì quella rosa non è uguale perchè le manca qualcosa, manca un singolo particolare di una bellezza che è tale perchè frutto di tanti petali. Nessuno di noi può pensare di essere un uomo libero se oggi consentissimo questo gioco machiavellico che vuole sacrificare un innocente per meri calcoli elettoralistici.

Sarebbe la fine.

Andiamo adesso ai fatti amministrativi, intanto, della sanità.

I manager della sanità sono stati selezionati da una commissione composta da un magistrato, da un rappresentante dell’Agenas e da un professore della Normale di Pisa che ha selezionato una lista ristrettissima di poche decine di
persone. La legge ci dava una possibilità ampia di scelta ed era parere persino del Parlamento di potere nominare scegliendo dentro una lista di centinaia di persone.

Non l’abbiamo fatto. Le nomine definitive sono state il frutto di criteri molto rigidi e di un’istruttoria della segreteria tecnica dell’assessorato, che aggiungevano ulteriori limitazioni alla nostra possibilità discrezionale consentita dalla legge. Nè io né la Borsellino abbiamo effettuato nomine sulla base di alcuna sollecitazione. Tant’è che insieme abbiamo convocato tutti i manager dicendo che probabilmente in tanti si sarebbero potuti accreditare come ispiratori della loro designazione, ma che dovevano soltanto ai loro titoli le loro nomine e che nelle nomine dei direttori amministrativi e sanitari dovevano procedere immediatamente e in assoluta autonomia. In qualche caso abbiamo dissentito, ma ossequiosi della legge, accettato. In qualche caso abbiamo trovato inopportuna la nomina a direttore di qualche ex manager, perché ritenevamo tale scelta difforme dal criterio di discontinuità fissato dal
governo. Che il manager Ficarra non potesse rispondere assolutamente a una segnalazione di Sampieri, nè che lo stesso manager si fosse rivolto a quest’ultimo, lo certifica ampiamente il fatto che Ficarra aveva già avuto contro Sampieri due cause vinte difronte al Tribunale dì Gela. Testimonianza netta del fatto che i rapporti non fossero cosi amicali.

Lo stesso giorno del primo avviso di garanzia, Sampieri su mia richiesta si dimise da commissario di Villa Sofia, e non fu mai proposto nella rosa dei nomi dei possibili manager.

E cosi è stato, per lui come per tutti gli altri. Ritengo anzi il fatto che fosse in amicizia con me, una ragione in più per escluderlo. Riguardo a Tutino, Io frequentavo esclusivamente quasi ogni 15 giorni, per accertamenti sanitari  di routine. Nello studio con me salivano sempre gli uomini della mia scorta. A casa mia esiste un sistema di video vigilanza collegato con la questura e i dati delle persone che vengono nella mia abitazione sono registrati dai militari. Nulla, dunque, del morboso gossip e del volgare e provinciale chiacchiericcio che circola può essere vero per il semplice fatto che la mia vita privata non esiste.

La mia vita privata è controllabile secondo per secondo, giorno e notte.

Scopro da indignati giornali e persino da parte di alcuni politici che il cerchio magico della sanità sarebbe costituito dal mio medico personale e da un suo amico. Ai tempi di Cuffaro il cerchio magico della sanità era costituito dalla mafia, che dettava persino le tariffe per le case di cura, dai gruppi di affari palermitani e nazionali. Dov’erano allora alcuni indignati di oggi.

Solo il Parlamento può decidere di sciogliere anticipatamente la legislatura, non però cedendo alle pressioni mediatiche di coloro che hanno ordito questa congiura.

Io non mi dimetto, è inaccettabile che io possa dimettermi sulla base di motivazioni inesistenti. Non credo che questo sia il momento di discutere sulla politica del governo, che rientra nel normale giuoco democratico, poiché agli occhi di coloro che ci osservano potrebbe sembrare un atto di killeraggio politico sulla base di una campagna denigratoria basata sul nulla.

Voglio ricordare qui, che in fatto di questione morale il nostro governo non ha fatto sceneggiate ma atti concreti. Voglio ricordare le denunce sul sistema Giacchetto, le decine di milioni di euro utilizzati nel sistema Ciapi, la denuncia degli scandali della formazione, la revoca dell’appalto di 155 milioni di euro di un’assicurazione sanitaria che invece doveva costare 30 milioni, i tagli per centinaia di milioni di euro del costo dei farmaci, frutto di politiche del passato di questa Regione, i tagli di centinaia di milioni di euro in tutti i settori dei dipartimenti della Regione sul costo dei beni e servizi, la lotta agli sprechi, la denuncia qualche volta e il licenziamento di funzionari e dirigenti responsabili di fatti gravi, la rotazione massiccia di funzionari e dirigenti per impedire la cristallizzazione di posizioni.

La proposta di legge, che poi questo Parlamento ha approvato, di norme sulla incompatibilità per deputati, assessori e dirigenti, la cui severità non ha riscontro in nessuna parte del Paese, la fissazione del tetto massimo del compenso a 160 mila euro l’anno dei dirigenti regionali, la più bassa d’Italia.

La riduzione, un mese dopo la mia elezione, del 20% del salario accessorio di tutti i dirigenti, la revoca di 38 appalti sospetti di infiltrazioni mafiose nei primi tre mesi del mio governo, la denuncia degli appalti irregolari e mafiosi al Cas, l’avvio del procedimento dentro quell’ente di revoca di una società che da trent’anni gestisce in proroga la progettazione delle autostrade siciliane, l’accertamento da parte di Riscossione Sicilia di 800 soggetti debitori per un miliardo di euro e la conseguente azione di recupero del denaro sottratto al popolo siciliano. Il taglio netto delle spese di rappresentanza e l’assoluto non utilizzo delle spese riservate.

Il taglio netto dell’ufficio stampa della regione, dove 21 giornalisti erano tutti inquadrati come caporedattori, il taglio quasi totale delle spese per la comunicazione che prima erano di 80 milioni di euro, attraverso l’utilizzo dei fondi europei e adesso non più di tre milioni in tre anni, che probabilmente nuoce persino al necessario sostegno che dovremmo dare all’editoria siciliana, il taglio netto dei consulenti che non possono essere più di uno per struttura con un compenso massimo di duemila euro al mese, difronte ai lauti compensi del passato.

La denuncia dei terreni della riforma agraria, rubati al popolo siciliano.

La denuncia della mafia del pascolo, che ha portato oltre che a diverse minacce nei miei confronti al riconoscimento della scorta per il Presidente del parco dei Nebrodi Antoci e del sindaco di Troina, Venezia.

Il contributo di solidarietà richiesto alle alte pensioni già con la finanziaria dell’anno scorso e l’allineamento delle pensioni dei regionali con gli statali già nella Finanziaria 2015.

Il taglio di tre miliardi di sprechi effettuato in tre finanziarie dalla Regione sociale, senza mai attaccare lo stato sociale.

Il licenziamento di ex Pip col 416 bis, che usufruivano del contributo della Regione, appartenenti a quasi tutte le cosche mafiose di Palermo.

Lo scioglimento della Social Trinacria, dove avvenivano, secondo numerosi articoli di stampa i summit della mafia palermitana.

Il licenziamento di ulteriori 500 ex Pip, in assenza dei requisiti previsti dalla legge per accedere al lavoro presso le pubbliche amministrazioni. Le numerose ispezioni in tutti i settori della vita regionale e le conseguenti denunce. Il rifiuto di cedere a pressioni, anche rinunciando a facili sostegni elettorali.

Le numerose denunce, tra le quali cito per economia di tempo soltanto, quella di una presunta truffa ai danni dell’Irfis per circa 600 milioni, quella relativa alla svendita del patrimonio immobiliare della Regione con un presunto danno di 500 milioni e tante altre che e’ meglio non citare per il rispetto doveroso che si deve alle indagini.

Quante altre cose ancora non vanno? Credo tante.

Vorrei dire come affermava Pasolini, che di tante cose “io so, ma non ho le prove”.

Io perdono sempre, anche quando mi si fa del male gratuito. Potrei citare anche i successi raggiunti nella programmazione europea, dove dal 12,5% in 5 anni siamo passati al 85% dell’erogato attuale, per arrivare al 100% entro l’anno senza restituire alcun centesimo a Bruxelles.

Ma io non voglio parlare di politica in questa seduta, lo potremo fare in un’altra, come ho già detto prima, poiché su questo si possono avere valutazioni diverse e sono disposto ad affrontare un dibattito parlamentare specifico che riguardi il consuntivo della mia azione di governo, i risultati raggiunti e quelli che si possono raggiungere a breve termine.

E i risultati di un Parlamento che ha adottato importanti leggi e si appresta ad approvarne altre importanti, che è stato capace di ridursi i compensi, mentre una campagna nazionale e leghista continua a rappresentare questo Parlamento e la Sicilia, come il regno di ogni spreco. Siamo stati la Regione italiana che in questi anni ha tagliato di più. Solo che il risultato positivo di tali tagli, dice la Corte dei Conti, sono stati vanificati dai tagli incostituzionali che diversi governi nazionali hanno continuato a imporre alla Sicilia.

L’azione denigratoria di questi giorni, viene nel momento in cui siamo impegnati con il governo nazionale a risolvere i problemi finanziari della Regione, in una situazione che per effetto del taglio di trasferimenti degli ultimi anni, e anche di sprechi del passato e la mancata attuazione dello Statuto in materia di risorse finanziarie legate alle funzioni onerose della Regione siciliana, situazione che se non stessimo affrontando, avrebbe potuto produrre certamente un default greco che avrebbe potuto trascinare l’intero Paese. Non mi dimetto, poiché non sono un irresponsabile e non voglio lasciare decine di migliaia di lavoratori senza lavoro o senza salario.

Nessuno si illuda che l’eventuale fallimento della Sicilia, non tiri dentro il bilancio dello Stato.

Non posso dimettermi perchè sono garante dello Statuto, per citare il nisseno Alessi, padre insieme al gelese Aldisio, dell’autonomia siciliana. Alessi che l’8 febbraio, che è persino il giorno del mio compleanno, del 1997 afferma queste parole “adesso il nostro Statuto viene indicato non come “il verme roditore” dell’Unità d’Italia; ora viene indicato come testo di un certo sapore federalistico che sì offre per rimediare, con alto potenziamento unitario alle singole regioni. Io ne gioisco, poiché Io Statuto vilipeso, oltraggiato risorge. Con una insospettabilità operativa. Oggi tutti chiedono quello che prima dicevano, bestemmiando, nefando”.

In questi mesi siamo in una fase diversa, diversa da quella citata da Alessi, qualcuno da Roma o da Milano, e persino in Sicilia continua a dire che lo Statuto è il “verme roditore”, rievocando i pregiudizi di sempre nei confronti di una Sicilia massacrata per secoli, subordinata ai gruppi imprenditoriali del nord che vogliono ancora una volta riprendere gli affari di sempre. Quella Sicilia che avrebbe bisogno dì circa 40 miliardi di euro,per completare quella
rete infrastrutturale che le regioni del nord hanno avuto da diversi decenni e qualcuna da un secolo, a spese del popolo del sud.
Io non ci sto, come ho scritto in un mio recente libro. Non ci sto al massacro della Sicilia e del popolo siciliano, non ci sto alla campagna denigratoria architettata contro di me, non ci sto a chinare la testa difronte ai potenti di sempre, sono un uomo libero, lo sono sempre stato, forse pago qualche mia ingenuità e vi chiedo persino perdono per questo, ma non accetto che coloro che si sono battuti, che magari potevano essere interessati ai 4 termovalorizzatori da realizzare in Sicilia, possano continuare a essere tra i principali protagonisti dell’affossamento dei governi e delle istituzioni siciliane. Il mio non è un sicilianismo di maniera ma quello vero di un uomo libero della Sicilia, figlio di un operaio precario e di una madre sarta che hanno lavorato con dignità per tutta la loro vita per fare studiare 4 figli, quando non se lo potevano economicamente permettere.

Non sono figlio di potenti famiglie che hanno governato questa Sicilia e questo mi rende ostile al solo vero cerchi magico che continua a esistere in Sicilia, quello degli affari che collude con le massonerie deviate, quello degli affari mafiosi, di una Cosa Nostra che non è più prevalentemente stragista ma intarsiata negli affari della Regione e che sa sapientemente orchestrare i giochi che contano utilizzando, in molti casi senza consapevolezza degli utilizzati, tutti gli strumenti. In una testimonianza resa nell’aprile del 2014 presso il tribunale di Firenze da parte di un collaboratore di giustizia quel collaboratore dichiara: esiste un progetto per eliminare Crocetta che è un condannato a morte. Quella sentenza di morte non può essere revocata perchè emanata fin dal 2005 quando Crocetta licenziò la moglie del boss Emmanuello. Non può essere revocata perché chi l’ha emessa è morto nel dicembre del 2008 – quando il boss morì in un conflitto a fuoco con la polizia e quando i familiari del boss scrissero che il mandante della morte di Daniele Emmanuello era il sindaco Crocetta, riconfermando nelle prime pagine dei giornali, quella condanna. Lo stesso collaboratore dice che:”nei confronti di Crocetta bisognava attuare una campagna denigratoria e quando non avrebbe più avuto incarichi istituzionali, e sarebbe stato senza scorta, lo si doveva uccidere nel corso di un finto incidente, in modo tale che non morisse da eroe antimafia.

Io non mi sento né eroe, né eroe dell’antimafia.

Mi sento solo un uomo fedele alle Istituzioni, sono un uomo fedele alle istituzioni, che fa solo il proprio dovere, forse sbagliando qualche volta, come tutti gli esseri umani. Non credo sinceramente che possano esistere uomini di destra o di sinistra, che possano rendersi complici di un tale massacro. Mi rifiuto di pensare che le logiche machiavelliche possano prevalere rispetto al dovere che tutti quanti abbiamo di tutelare la democrazia nel nostro Paese.

Il novello principe, dice Gramsci, cioè la politica, è l’architetto di una nuova società.

L’architetto, non l’esecutore di giudizi interessati o di campagne diffamatorie di alcuni media. Credo che bisognerà valutare anche una possibile azione di risarcimento miliardario per il danno creato alla Sicilia.

Il danno di immagine e l’azione destabilizzatrice possono produrre sia abbassamento del rating, sia il ritiro degli investitori e soprattutto un danno all’immagine di tutto il popolo siciliano. Io non credo che questo sia il momento di fuggire, non sia neppure il momento di resistere, ma quello della ribellione contro tutti coloro che continuano a coltivare un’idea terribile della Sicilia, abbiamo delle responsabilità tutti quanti nei confronti della Sicilia. Abbiamo da definire alcune riforme urgenti, che se non adottate potrebbero causare il disastro della Regione.

Un uomo pubblico non sfugge ai propri doveri e credo che questa idea sia al centro della scelta che voi deputati avete fatto candidandovi. Abbiamo tutti quanti delle responsabilità difronte al popolo siciliano.

Non possiamo accettare l’azione di coloro che dicono che siamo legati al nostro posto, per difendere un’indennità. E’ volgare tutto ciò ed offensivo per il Parlamento e per le Istituzioni. Non aderirò mai ai cori populisti che che fanno le loro fortune utilizzando l’azione denigratrice. Vi invito a condividere l’idea di completare l’avvio imminente della programmazione europea e poi insieme valuterete. Soltanto questo Parlamento potrà decidere la fine anticipata della legislatura, non altri.

Un uomo delle istituzioni ha il dovere di combattere fino in fondo in difesa dell’onore delle medesime. Il Parlamento può decidere in qualsiasi momento di staccare la spina, ma se lo facesse in questo momento potrebbe rendersi complice ci un’azione di un’azione di sciacallaggio che non la storia, ma la realtà, ha dimostrato che è basata sul nulla, motivata da ragioni oscure che prima o poi verranno fuori. Concludo con una poesia, si chiama “preghiera alla vita” di Lou von Salomé, musicata da Nietzsche, che ho scelto come manifesto della mia vita.
Certo, così un amico ama l’amico come io amo te, vita misteriosa, sia che in
Te io abbia esultato, pianto sia che Tu mi abbia dato felicità, o dolore.

Io t’ amo con tutte le tue afflizioni:
e se tu mi devi sopraffare,
mi strapperò dal tuo braccio
come ci si strappa dal petto di un amico.

Con tutte le mie forze ti stringo a me! Lascia che le tue fiamme mi assalgano,
lascia che nelle vampe della lotta io possa sondare il baratro del tuo mistero.

Essere, pensare per millenni! Prendimi fra le tue braccia: non hai più altra
felicità da darmì-bene- hai ancora la Tua pena.
Qualsiasi infamia potrà essere detta su di me, in quei momenti continuerò a recitare questa poesia, fino a quando ne avrò forza.

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