Cosmo, il cantautore del futuro: “il pubblico aspetta e lo colpisci solo se sei sincero”

Musica
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A tre anni dal primo album esce il nuovo video, “Le voci”, che anticipa un disco imminente, all’insegna dell’incontro tra la musica italiana e la “club culture”

Esiste una via al pop italico che non rinunci all’idioma nazionale ma allo stesso tempo sia ricettivo verso le musiche del 2016? Cosmo, al secolo Marco Jacopo Bianchi, spicca tra gli esponenti del nuovo cantautorato indipendente per il tentativo di proiettare la canzone in italiano verso derive sonore molto attuali. Il dialogo con una certa elettronica da club, che finisce per contaminare la struttura stessa dei brani, trova una sua espressione originale in questo singolo, “Le voci”, che anticipa il secondo disco del musicista di Ivrea, in uscita ad Aprile per la 42Records (I Cani, Colapesce).

A quasi tre anni dal suo primo album, Disordine, abbiamo parlato con Marco Bianchi della sua identità musicale; di quanto si senta o meno debitore della tradizione italiana e di quali siano le sue influenze musicali: della possibilità di contaminare le radici tradizionali per approdare in un territorio di pop ibrido e contemporaneo.
“Il mio percorso non è proprio canonico, ma in qualche modo sono legato alla tradizione italiana”, ci dice Cosmo, “prima sono stato esposto passivamente, come tutti, alla nostra musica, soprattutto Lucio Battisti, Pino Daniele e Luca Carboni. Questo fino all’adolescenza, quando nella mia vita è entrata prepotentemente la dance, soprattutto quella spinta a suo tempo dal Deejay Time, e la trance-progressive italiana, in particolar modo quella di Gigi D’Agostino e tutto quel giro. Ma da quando ho iniziato a suonare (intorno ai 16 anni) ho snobbato tutto questo trovando molto più stimolante la realtà anglosassone e americana, oltre che tedesca. Soprattutto le realtà più underground e sperimentali. Con gli anni ho ripreso contatto con le mie radici e ho preso gusto nello scrivere in italiano. Ho recuperato un rapporto amichevole sia con il cantautorato che la dance, ma ovviamente filtrati dall’esperienza di un lungo viaggio attraverso altri mondi musicali.”

Come ti vedi all’interno della storia della canzone italiana, e soprattutto nel panorama attuale?

“Non mi ci vedo chiaramente. Posso dirti come mi piacerebbe collocarmi, ossia come un artista pop ed elettronico con un immaginario e uno stile non banale, a metà strada fra techno, dance in generale e il cantautore. Ma sempre meno cantautore e sempre più artista pop.”

In che stato versa, a tuo parere, la canzone italiana contemporanea?

“Secondo me grazie all’ondata “romana” sta vivendo un momento particolarmente vivace. Ma ne ascolto davvero ancora troppo poca per rispondere come si deve. Ultimamente mi sto soprattutto occupando di elettronica. E su quel versante posso dire con certezza che siamo in un ottimo momento, tanti produttori validi, che scopro ogni giorno.”

Esiste un “cantautorato indie”? Senti di farne parte?

“Credo esista ma come residuo di qualcosa che può e deve trasformarsi in altro, almeno lo spero. Intendo dire che la nicchia rischia di soffocare e morire. Pubblico e artisti insieme. La nicchia indie può essere un buon punto di partenza, perchè spesso in questo ambito il pubblico è più ricettivo, si muove, va ai concerti, si appassiona per primo, compra i dischi. Il pubblico là fuori, al di fuori di quel recinto, è diverso, sicuramente più duro da smuovere, ma deve essere il secondo obbiettivo. E lo colpisci solo se sei sincero, se hai idee audaci e forti, se non hai paura. Ha bisogno di essere stimolato senza snobismo, senza velleità da artista/poeta superiore a loro. Chi se ne frega di indie o cantautorato quando diventa un limite all’espressione, quando significa che devi pesare le parole e cercare di essere più “interessante” a tutti i costi. Esiste anche il pop di qualità in fondo, no?”

Quali sono le tue principali influenze extra musicali?

“Da quando sono sprofondato così intensamente nell’elettronica ho capito quando mi abbiano influenzato i videogiochi. Passavo ore a giocare con Sega Master System e Mega Drive, e poi col Nintendo 64. Non solo: registravo le cassette con la musica e riascoltavo a ripetizione. Solo ora mi rendo conto di quanto fosse importante quel gesto. Allora lo intendevo come puro gioco, ora mi rendo conto che ha lasciato tracce forti in me e nelle generazioni che prima e dopo di me hanno vissuto questo immaginario sonoro. Altre esperienze sicuramente sono le droghe, l’amore, i figli… Vivere queste cose intense fa sì che anche nella mia musica cerchi sempre di riflettere quell’energia che oscilla tra eccitazione e dimensione onirica. Le mie giornate sono fatte soprattutto di questo, oltre che da una serie di bellissime banalità.”

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