Così Renzi prova a costruire un’Europa meno tedesca

Europa
epa05073629 Italian Prime Minister Matteo Renzi arrives on the second day of the EU Summit in Brussels, Belgium, 18 December 2015. EU leaders met in Brussels for the year-end summit with highly controversial British demands for reforms expected to be discussed. Sanctions against Russia, Europe's migration crisis, the fight against terrorism and the crisis in Syria were also expected to round out the agenda of the two-days summit on 17 and 18 December.  EPA/STEPHANIE LECOCQ  EPA/STEPHANIE LECOCQ

Il premier italiano vuole approfittare del progressivo isolamento di Angela Merkel per recuperare la bandiera europeista. Obiettivo: cambiare linea nel 2017

Matteo Renzi ha capito che è il momento giusto per esportare la sua scommessa di cambiamento dall’Italia all’Europa. Un progetto ambizioso e per certi aspetti anche rischioso: se non dovesse riuscire, infatti, ad andarci di mezzo potrebbe essere anche il suo governo e i margini d’azione di cui comunque ancora gode a Bruxelles.

Perché ha deciso di alzare così in alto l’asticella? Prima di tutto, perché quei margini si stanno facendo sempre più ristretti. Lo dimostra lo scontro di questi giorni al Consiglio europeo. Le questioni aperte sono più d’una (l’immigrazione, sicuramente, ma anche la questione energetica, le sanzioni alla Russia, il rischio di Brexit, ecc.), ma il campanello d’allarme nella delegazione italiana è scattato soprattutto a proposito del completamento dell’Unione bancaria, con la creazione del sistema unico di garanzia dei depositi. Su questo aspetto (la possibilità, cioè, di mettere in comune le risorse di tutti i Paesi europei per intervenire a salvaguardare i risparmiatori dal fallimento delle banche) a mettersi di traverso è la Germania, che intima prima agli stessi istituti di credito di ‘alleggerirsi’ di quelle quote di debito sovrano acquisito dai Paesi con debito pubblico più alto, proprio come l’Italia.

Un muro contro muro al quale si è arrivati progressivamente. Il 2015 si era aperto infatti con il risultato – non ambiziosissimo, ma giudicato comunque positivamente – del Piano Juncker, incassato al termine del semestre di presidenza italiana. Un dippiù sugli investimenti per la crescita, al quale si è accompagnato anche un margine maggiore sulla flessibilità, del quale il governo italiano ha approfittato, ma non nella direzione che avrebbe preferito Bruxelles (e anche Berlino).

Il primo segnale di un clima diverso è arrivato proprio al rientro dalla pausa estiva, con le critiche – dapprima informali, poi più esplicite – rivolte alla decisione dell’esecutivo di eliminare le tasse sulla prima casa, piuttosto che abbassare il carico fiscale su lavoro e imprese, come ‘consigliato’ invece dalla Commissione europea. Da allora i fronti si sono moltiplicati e non tutti aperti da Bruxelles, anzi.

Forte del fatto di essere a capo del partito più votato d’Europa e delle riforme compiute dal suo governo, che hanno ridato all’Italia una credibilità internazionale ormai smarrita da tempo, Renzi – com’è nel suo stile – non si è preoccupato di tenere la voce bassa, ma ha iniziato ad attaccare esplicitamente un’Europa troppo timida sui temi della crescita, degli investimenti, della solidarietà (agli immigrati e alle fasce più disagiate dei cittadini dei singoli Stati), dell’identità culturale vista anche come risposta al terrorismo. Accuse rivolte a Bruxelles, che avevano però spesso come obiettivo reale Berlino.

Il premier italiano è convinto che non è solo l’Europa ad attraversare una fase di estrema debolezza, ma la stessa Angela Merkel si trova sempre più isolata sul piano internazionale e con difficoltà crescenti, anche se ancora non in grado di impensierirla troppo, sul piano interno. Renzi vede quindi uno spiraglio nel quale inserirsi per ‘cambiare verso’ all’Europa. Per intestarsi una nuova fase in cui l’Ue non sia dominata dall’austerità mitteleuropea e recuperi un ruolo centrale in un mondo sempre più multipolare. Sarebbe – aspetto da non sottovalutare – anche una risposta forte al populismo che fa della linea anti-Ue uno dei suoi punti forti di battaglia.

In questo quadro vanno interpretate alcune delle scelte italiane emerse anche negli ultimi giorni, dall’avvicendamento dell’ambasciatore italiano presso le istituzioni europee, con il trasloco del più dialogante Stefano Sannino e l’arrivo di un Cesare Ragaglini più coerente con la linea dura renziana, allo stop al rinnovo automatico delle sanzioni alla Russia, dalla denuncia della ‘doppia morale’ tedesca su energia e migranti, allo strappo non autorizzato (perlomeno non ancora) dello 0,2% di deficit nella legge di stabilità destinato alle misure anti-terrorismo.

In questa battaglia, Renzi sta provando a tessere una rete di alleanze con le altre capitali europee. Il Pse appare ancora troppo diviso e con una linea politica incerta per poter essere considerato un alleato forte. Il premier italiano preferisce allora puntare su rapporti bilaterali, da stringere anche su singoli temi. Con Parigi, ad esempio, il feeling è forte riguardo all’Unione bancaria, ma le posizioni sono più lontane se si guarda alla risposta da contrapporre agli attacchi dell’Isis. Con Londra, invece, il nostro governo ha condiviso recentemente – attraverso una lettera sottoscritta dal ministro Gentiloni e dal suo omologo britannico Hammond – la necessità di una profonda riforma della governance europea, per scongiurare il rischio di una Brexit e non impedire una cooperazione rafforzata di un nucleo di Stati membri più convintamente europeisti.

Ma Renzi può contare anche su altri due alleati. Il primo è Mario Draghi, che non ha mancato di far sentire la propria voce in questi giorni a sostegno dell’Unione bancaria e di politiche per la crescita più incisive. Il secondo è Barack Obama, che ha compreso e condiviso la prudenza del governo di Roma riguardo a un intervento militare in Siria, così come l’attenzione rivolta alla sponda sud del Mediterraneo, a partire dalla Libia.

Questi delicati equilibri sembrano destinati probabilmente a mantenersi con alti e bassi ancora fino al 2017, quando bisognerà rinnovare il presidente del parlamento europeo (oggi il socialdemocratico tedesco Martin Schulz) e quello del Consiglio Ue (il polacco Donald Tusk, molto vicino a Merkel). Ma soprattutto, in quell’anno si svolgeranno le elezioni tedesche e quelle presidenziali francesi. In vista di quella data, che segna anche il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma che istituirono la Cee e la Comunità europea dell’energia atomica, Renzi ha già affermato che “sarà fondamentale irrobustire la presenza italiana nel dibattito” continentale. La partita è aperta.

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