Così Putin gioca d’azzardo con l’Occidente

Scenari
epa05042514 Russian President Vladimir Putin enters a hall for ceremony of receiving letters of credence from newly arrived to Russia ambassadors of 15 countries in Moscow Kremlin, Russia, 26 November 2015. Putin said that the Turkish decision to down the Russian SU-24 plane in the territory of Syria contravenes common sense and international law.  EPA/SERGEI ILNITSKY

La Russia è tornata al centro delle relazioni geopolitiche mondiali. Ecco cosa ci sta perdendo e cosa prova a guadagnarci

Quattro miliardi di dollari. È il valore delle esportazioni agroalimentari turche in Russia nel 2014. Impennata del 19% rispetto al 2013. A favorirla è stata una crisi: quella commerciale in atto tra l’Ue e Mosca. I produttori comunitari di frutta, verdura, carni, latticini non possono esportare sul mercato del paese più grande al mondo. È in vigore l’embargo sulle loro merci, come noto. La domanda russa si è riorientata e i turchi ne hanno tratto giovamento.

Ora però la festa è finita. Le sanzioni decise da Vladimir Putin dopo il recente abbattimento dell’aereo da guerra russo – “una pugnalata alla schiena”, l’ha definita l’uomo forte di Mosca – colpiranno anche questo comparto. Il turismo, a ogni modo, dovrebbe risentirne in modo persino maggiore. I provvedimenti restrittivi si estendono anche alle costruzioni e si parla di potenziali conseguenze pure sull’energia.

A parte i singoli settori colpiti, sarà tutto lo scheletro delle relazioni economiche a subire scosse. Chi più ha da perdere è Ankara. Se non altro perché la bilancia commerciale non pende a suo favore.

 

Il luogo in cui è stato abbattuto l'aereo russo (da Wall Street Journal, fonte: Forze armate turche)

Il luogo in cui è stato abbattuto l’aereo russo (da Wall Street Journal, fonte: Forze armate turche)

I fronti del Cremlino
Turchia e Russia, acerrime nemiche durante la Guerra fredda, hanno sviluppato rapporti importanti nel corso degli ultimi anni. Al punto che ci si era posti lo scopo, sul piano dell’interscambio, di tagliare entro il 2020 il traguardo – visti i recenti sviluppi appare irrealistico – dei cento miliardi di dollari. Nel 2001 era appena di 4,5 miliardi. Attualmente ammonta a poco più di trenta.

Non è dato sapere quanto durerà la crisi in corso tra i due paesi. Certo è che Putin non ha esitato a prendere misure forti, aprendo un altro fronte, rispetto a quelli che già vedono il suo paese esposto o direttamente impegnato: Ucraina, braccio di ferro con gli Stati Uniti e l’Europa, partita siriana.

 

Kyev. A che punto siamo?
Sono passati ormai due anni dalla rivoluzione ucraina, scoppiata nel novembre del 2013 con le proteste del Maidan, la principale piazza di Kiev. A quella rivolta sono seguiti un cambio di regime, la secessione della Crimea e il confronto militare tra governativi e filorussi nelle aree orientali dell’ex repubblica sovietica.

Oggi non ci si spara più addosso, ma non significa che la situazione non sia fragile. Quello ucraino è un terreno fangoso, pieno di imprevisti. L’ultimo è arrivato qualche giorno fa in Crimea, con un blackout dovuto al sabotaggio dei tralicci che portano l’energia elettrica dall’Ucraina alla penisola, che ha ancora una forte dipendenza infrastrutturale dalla prima, considerato che con la Russia non ci sono collegamenti terrestri. (Nel video, realizzato con un drone, sono mostrati i lavori di costruzione del ponte sullo stretto di Kerch, che nelle intenzioni dovrà congiungere la Crimea alla Russia, ovviando a questo problema). 

Nel frattempo è in corso alla frontiera un blocco ai commerci operato dai nazionalisti ucraini e dagli attivisti della minoranza tatara, di origine turcomanna, contraria alla secessione della Crimea, dove ha una presenza storica. Mosca non grida: non è conveniente elevare il livello di questa crisi nella crisi, tenuto conto della vertenza con la Turchia e della partita siriana. Eppure è evidente che il recupero di un rapporto accettabile tra la Russia e l’Occidente, compresa Ankara, in primo luogo e per forza di cose proprio dall’Ucraina.

 

Europa, sanzioni per altri sei mesi
La crisi ucraina è la fonte della guerra commerciale e politica tra Mosca e Bruxelles, che al Consiglio europeo del 17 e 18 dicembre è tenuta a decidere se prolungare gli effetti delle sanzioni per almeno altri sei mesi.  È scontato che lo farà, convinta com’è che Putin non faccia il massimo per la normalizzazione politica e amministrativa in Ucraina (non che Kiev si sforzi come dovrebbe), lucrando sull’instabilità del paese.

Lo scenario è da cane che si morde la coda. Causa sanzioni molti paesi europei, Italia compresa, stanno perdendo colpi negli affari con la Russia. Ma se le revocassero passerebbero per deboli. Lo stesso vale per Mosca, se mai dovesse riaprire le porte ai beni agro-alimentari europei. Tanto che anche qui è certo che non ci saranno novità, pure a fronte delle sofferenze dell’economia. Quest’anno, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, si chiuderà con una recessione abbastanza pesante (-3,8%). La crescita tornerà solo nel 2017, sempre secondo gli analisti dell’istituzione diretta da Christine Lagarde.

Fonte: Fmi, elaborazione: Rassegna Est (www.rassegnaest.com)

Fonte: Fmi; elaborazione: Rassegna Est (www.rassegnaest.com)

 

La posta in gioco in Siria
E la Siria? Un ginepraio pazzesco, dove tutti combattono contro tutti. Ci sono in ballo interessi enormi e dopo gli attentati di Parigi i tasselli del domino si sono moltiplicati.

Da qualche settimana Mosca è passata all’azione diretta, spiazzando e irritando non poco la Casa Bianca. La motivazione ufficiale è quella della lotta al terrorismo, quella pragmatica è la necessità di preservare l’affaccio sul Mediterraneo garantito dal porto di Tartus, dove ormeggiano mezzi militari russi sulla base di accordi sottoscritti al tempo dell’Unione sovietica.

Si vedrà cosa Putin riuscirà a ottenere. Molti si chiedono, nel frattempo, se il Cremlino non si sia “allungato” troppo. Se, in altre parole, la sua azione internazionale non vada al di sopra delle possibilità che il paese stesso può esprimere. Da una parte, viene da dire che forse si gioca su troppi tavoli e con troppa spregiudicatezza. Dall’altro, la Russia è una potenza e quindi, in quanto tale, non può rinunciare a una sua vocazione globale.

Il rischio di questo allungamento sta nelle ricadute economiche, s’è visto. Ed è difficile che l’asse con la Cina cercato da Putin, più una storia di convenienza che di strategia, compensi quanto bruciato nei rapporti con l’Occidente. L’economia della Russia si è però dimostrata abbastanza elastica, tenendo conto che oltre alle sanzioni c’è il discorso ancora più fastidioso del crollo dei prezzi del petrolio. Insomma, la recessione poteva essere molto più urticante. Senza contare che il consenso di Putin non è in discussione.

 

Anche Putin ha le sue correnti
È interessante guardare a umori e natura dei circoli che influenzano la politica estera russa. L’ha fatto Tatyana Stanovaya, direttrice del Centro per le tecnologie politiche di Mosca. Un suo recente articolo identifica tre principali fazioni. I “guerrieri” sono coloro che vogliono il confronto duro con l’Occidente. I “mercanti” aspirano a rapporti meno acidi con Stati Uniti e Unione europea. I “credenti pii” sono i più esagitati e alla fine è il loro messaggio quello che più rimbalza in rete e nel flusso delle notizie, anche se c’è un rapporto di non diretta proporzionalità con l’influenza che questo circolo esercita su Putin.

Il presidente media tra falchi e colombe, tra rivalità e rendite, vestendo i panni dell’arbitro del sistema, come ha sempre fatto. In questo momento c’è l’impressione che i falchi siano molto ascoltati e che la tattica di Putin sia quella di tendere al massimo la corda, assumendo sicuramente dei rischi giganteschi, ma cercando al tempo stesso di complicare la vita all’Occidente. In effetti il gioco sta riuscendo. Rimane da capire fino a che punto la fune potrà essere tirata, dall’una e dall’altra parte.

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