“Così proveremo a riconquistare il partito”. Le mosse della minoranza dem

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Roberto Speranza all'incontro organizzato dall'area riformista della minoranza Pd sul tema 'La sfida dei riformisti, il Governo, l'Italia,Bologna 14 marzo 2015.ANSA/GIORGIO BENVENUTI

La convention di Perugia aprirà la lunga campagna congressuale che porterà Roberto Speranza a sfidare Renzi nel 2017

Leadership, radicamento, alleanze. Sono i tre pilastri su cui si fonda l’azione di Sinistra riformista, la componente del Pd che si sente ormai “l’unica vera minoranza del partito”. Perché i Giovani turchi di Orfini e Sinistra è cambiamento di Martina e Damiano – nell’ottica degli ex compagni di mozione, ai tempi della candidatura di Gianni Cuperlo – sono ormai allineati alla gestione renziana del partito e “non sembrano interessati a costruire un’alternativa”, per usare le parole di Davide Zoggia.

L’alternativa è invece la missione che i post-bersaniani si sono posti. L’obiettivo non è il governo, perché anche loro riconoscono che sotto quel punto di vista Renzi non sembra avere avversari in campo in questo momento, bensì il partito, vecchio pallino della sinistra interna. Riprendere il controllo del Nazareno per condizionare le scelte del premier in termini di candidature, profilo politico e alleanze e uscire così dalla posizione di marginalità in cui quest’area è stata ridotta. Un trattamento che imputano a Renzi, che invece si è comportato diversamente – per fare un esempio di stretta attualità – nei confronti della componente trasversale di matrice cattolica, che in questi giorni di confronto sul ddl Cirinnà ha goduto di un’opportuna considerazione per le sue posizioni. Tutt’altra storia – lamentano da Sinistra riformista – rispetto a quanto è successo a loro in occasione del Jobs Act o delle riforme istituzionali.

Ecco allora la decisione di far partire in largo anticipo la campagna congressuale. Il lavoro da fare, d’altra parte, è tanto dopo il disorientamento seguito non solo all’affermazione di Renzi ma anche allo smembramento in più parti dell’ex maggioranza bersaniana.

Il primo punto su cui Sinistra riformista si sta concentrando – e già sembra una nemesi, per chi ha sempre esaltato il ‘collettivo’, la ‘Ditta’ – è l’affermazione della leadership di Roberto Speranza. L’ex capogruppo alla Camera è indubbiamente il punto di riferimento di quest’area e lo diventerà sempre più nelle uscite pubbliche e nel dialogo con i territori e con gli interlocutori politici, dentro e fuori il Pd. La convention che si terrà a Perugia a metà marzo (da lui stesso convocata con una lettera inviata agli iscritti) ribadirà questo ruolo, oltre a delineare il profilo alternativo di un partito che “non può essere prenditutto” e che quindi ha bisogno di parole chiare, ad esempio “sul rapporto con Verdini”.

Ma l’appuntamento perugino servirà anche a riunire quei riferimenti territoriali (da uno a tre per provincia) che stanno lavorando al radicamento della componente. Quella di quest’anno è la campagna di tesseramento che molto probabilmente servirà a definire la platea congressuale del 2017. Ottenere un buon risultato nelle convenzioni dei circoli e affermare i propri dirigenti ai vertici locali del partito sono viatici importanti in vista delle primarie per la scelta del segretario e – in ogni caso – per incidere sulla gestione successiva. Per questo bisogna mettersi subito al lavoro, con l’obiettivo principale non solo di rivolgersi a nuovi possibili aderenti, quanto piuttosto di trattenere e confermare quegli iscritti storicamente radicati a sinistra e delusi dalle scelte di Renzi. “C’è un pezzo di partito che ci sta abbandonando – lancia l’allarme Zoggia – e non parlo di ceto dirigente, ma di comuni militanti. Noi vogliamo offrire loro una sponda con la quale dialogare, per provare a trattenerli”.

Solo una ‘operazione nostalgia’ dunque? Gli ‘speranziani’ giurano di no. Perché il loro tentativo – già a partire da Perugia – sarà di aprire un confronto anche all’esterno del Pd, per dialogare con quei mondi rimasti privi di riferimenti politici, anche a causa dell’isolamento nel quale si è confinata Sinistra italiana. La scelta solitaria di Fassina a Roma da questo punto di vista è emblematico. La minoranza dem è costretta allora a cambiare la propria impostazione: se l’idea privilegiata della coalizione appare impraticabile (per l’assenza di interlocutori, ma anche per l’oggettiva difficoltà a modificare l’Italicum), il tentativo diventa allora quello di intraprendere una sorta di ‘vocazione maggioritaria’ a sinistra, per rafforzare le proprie posizioni e presentarsi come unico soggetto di sinistra con ambizione di governo. Quasi un partito nel partito, in attesa di riuscire a diventare ‘il’ partito.

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