Cos’è stato l’ingraismo

Ingrao
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Il 27 gennaio 1966 Pietro Ingrao pronuncia una frase che segnerà la storia del Pci

“II compagno Longo ha espresso in modo molto netto le sue critiche e le sue preoccupazioni sulla questione della pubblicità del dibattito. Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso”: il 27 gennaio 1966, verso la fine del suo intervento all’XI congresso del Pci, Pietro Ingrao pronuncia la frase che, forse più di ogni altra, lo caratterizza e lo consegna all’immaginario collettivo di generazioni di militanti.
E’ la prima volta che un dirigente del Pci dissente pubblicamente – e dunque clamorosamente, seppur con tutto il garbo e la circospezione retorica che l’epoca impone – dal segretario del partito: l’ingraismo nasce così, e immediatamente diventa sinonimo di dissenso – sempre inconciliabile e inconciliato, e tuttavia sempre interno alla dinamica autoreferenziale e strutturalmente conservatrice di un’organizzazione comunista.
Già, ma dissenso da che cosa? Nel 1966 il Pci che si riunisce a congresso deve fare i conti con due novità straordinarie: non c’è più Togliatti, morto a Jalta due anni prima, e Nenni è a palazzo Chigi con Moro. L’unità della sinistra è spezzata per sempre, e sulle sue ceneri i comunisti discutono se la sfida dei governi di centro-sinistra debba essere accettata, a cominciare dalla “programmazione economica” allora all’ordine del giorno, o se si debba invece costruire un’alternativa radicale, un “nuovo modello di sviluppo”. Amendola sostiene la prima posizione, Ingrao la seconda. Ma nessuno dei due riuscirà davvero ad imporsi, e il Pci di Longo, come del resto quello di Berlinguer, non sarà mai capace di scegliere fino in fondo fra apocalittici e integrati, fra “diversità” e socialdemocrazia, risolvendo il conflitto interno in una sostanziale e inconclusa oscillazione strategica.
E’ in questa ambiguità strutturale – il frutto politicamente più dannoso della forma-partito ancorata al centralismo democratico – che l’ingraismo rapidamente diventa, da proposta politica, stato d’animo e sentimento diffuso, sensibilità romantica e scintillante retorica. Il dissenso, privo di un contenuto reale (cioè di un programma politico efficace) e, soprattutto, della possibilità di sfociare in una battaglia aperta e trasparente, si attorciglia e s’avviluppa su se stesso, disegna orizzonti sempre più suggestivi che tuttavia, in quanto tali, non possono mai essere raggiunti, e in definitiva si trasforma in autoconsolazione intellettuale, raffinata convegnistica, contemplazione solitaria.
Da qui le ragioni del suo successo: essere ingraiani – cioè dissentire – consentiva a generazioni di militanti e a qualche dirigente di restare nel Pci sognando un altrove puramente immaginario senza mai muoversi da casa. Non per caso, quando fu proposta dalla segreteria la radiazione degli ingraiani del “manifesto”, nel 1969, Ingrao votò a favore; e quando Occhetto vent’anni dopo propose dopo il crollo del Muro il superamento del Pci, Ingrao votò contro. Il dissenso esiste soltanto in quanto esiste il partito.
A ben guardare, l’ingraismo fu a sinistra la forma più raffinata di rinuncia alla politica: nel recinto protetto e ovattato del Partito, sempre con la maiuscola e sempre rigorosamente difeso, disegnava infatti lo spazio dell’introspezione adolescenziale, della fuga in avanti intellettuale e sentimentale, di un estenuato ripiegamento crepuscolare, e insomma di un’appartenenza misurata ogni volta non su ciò che si deve fare, ma sul dissenso da ciò che non s’è fatto. Il successo e il fallimento dell’ingraismo sono, quasi misticamente, un’unica e medesima cosa: e la sconfitta è la prova regina dell’aver avuto ragione.

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