Cosa unisce e cosa divide Arabia Saudita e Iran

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epa05087591 Iranians hold posters of Shiite cleric Nimr al-Nimr during an anti-Saudi Arabia demonstration at the Imam Hossein square in Tehran, Iran, 04 January 2016. Saudi Arabia cut diplomatic ties with Iran on 03 January 2016 and ordered Iranian diplomats to leave the country amid tensions between the two regional powers over Riyadh's execution of a prominent Shiite cleric. The move comes after angry Iranians stormed the Saudi embassy in Tehran protesting the execution of Saudi Shiite cleric Nimr al-Nimr known for activism against the kingdom's Sunni rulers.  EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Le origini del conflitto e le mosse dei due paesi nello scacchiere mediorientale

E’ notte fonda a Ryiadh quando il ministro degli esteri saudita Adel bin Ahmed Al-Jubeir si presenta di fronte ai media per far ripiombare i rapporti tra il Regno saudita e la Repubblica islamica ai momenti oscuri degli anni Ottanta.

L’annuncio di domenica sulla cessazione delle attività delle rispettive sedi diplomatiche e l’espulsione di tutto il personale iraniano dal Regno riavvolge il nastro all’agosto 1987, quando l’Arabia Saudita ruppe le relazioni diplomatiche con Teheran in seguito a un altro, più cruento assalto alla sua ambasciata nella capitale iraniana, dove un diplomatico saudita morì in seguito all’attacco di una folla inferocita dall’uccisione da parte delle forze di sicurezza saudite, pochi giorni prima, di 285 fedeli iraniani che avevano inscenato una manifestazione al grido di “Morte all’America e a Israele” alla Mecca.

Da oggi, dopo tre decenni di alti e bassi nei propri rapporti, i due paesi-cardine del Medio Oriente si trovano privi di voli diretti tra le rispettive capitali e di legami economici, mettendo così a repentaglio importanti aspetti religiosi come l’Hajj Umrah, il pellegrinaggio annuo verso La Mecca – obbligatorio per tutti i musulmani – a cui partecipano dai 80.000 ai 150,000 iraniani.

Le radici del gelo attuale risalgono alla Rivoluzione iraniana del 1979. Tra le molteplici ali del fronte rivoluzionario fedele all’anziano leader religioso, vi furono diverse che avevano una matrice “internazionalista”. Il mito della Rivoluzione islamica senza confini fu almeno in parte adottato pure da Khomeini, causando così l’apprensione dell’Arabia Saudita, che aveva speso i decenni precedenti all’insegna del containment di avversari locali portatori di simili propositi radicali, come Gamal Abdel Nasser o i vari leader militari iracheni.

Dal febbraio 1979, l’austero chierico ottantenne divenne l’avversario principale dei monarchi sauditi, che corsero ai ripari per bloccare il contagio del “virus” iraniano. Dal 1980 al 1988, l’Arabia Saudita elargì lauti prestiti a Saddam, nella sua guerra contro l’Iran. Nel maggio 1981, Riyadh fu l’artefice della creazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organismo che tuttora raccoglie, in funzione spiccatamente anti-sciita ed anti-iraniana, le monarchie rivierasche del Golfo Persico.

L’antipatia saudita per l’Iran post-rivoluzionario fu prontamente contraccambiata da Khomeini, che nel suo testamento politico dichiarò che l’allora Re Fahd “abusa del Corano” e “propaga il culto superstizioso del wahhabismo”. Da allora il verbo del padre fondatore è stato impugnato da chi, come il suo successore Ali Khamenei, fa della “protezione” delle comunità sciite arabe contro l’Arabia Saudita il proprio cavallo di battaglia.

L’attuale Guida Suprema ha visto nell’esecuzione dello sceicco al-Nimr una valida opportunità per porsi in testa alla rabbia dei fedeli sciiti arabi, che meglio conoscevano e veneravo un chierico privo di un forte sostegno in Iran. Così facendo, Khamenei ha aumentato la propria popolarità personale all’interno di avamposti come il Bahrain, sede in questi giorni di forti protesti anti-saudite, o in Libano ed Iraq e probabilmente pure nella provincia orientale saudita, avente popolazione a maggioranza sciita.

Negli anni Novanta, il paziente operato del presidente Hashemi Rafsanjani fece calare la tensione e riprendere i rapporti diplomatici. Il suo successore, il moderato Mohammad Khatami, portò ulteriore distensione e la proposta dell’allora principe Abdullah di agire da intermediario per la risoluzione della crisi diplomatica tra Iran e Stati Uniti.

Ma l’idillio durò solamente sino all’inizio della presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, nel 2005, e la ripresa del programma atomico iraniano. Nell’aprile 2008, secondo quanto rivelato in seguito da Wikileaks, Re Abdullah esortò gli Usa a “tagliare la testa al serpente” e bombardare gli impianti nucleari iraniani. Da allora l’Arabia Saudita ha intensificato le sue attività anti-iraniane, mantenendo, secondo diverse fonti, contatti con l’altro arci-nemico di Teheran, Israele, nonostante l’assenza di rapporti diplomatici con Tel Aviv.

Anche dopo l’avvicendamento tra Ahmadinejad e il decisamente più moderato Hassan Rohani nel 2013, i rapporti tra i due erano ormai fissati nella cornice della “guerra fredda” combattuta in tutta la regione dall’indomani della caduta di Saddam nel 2003. Non sono bastati i frequenti appelli al dialogo da parte di Teheran e la nomina a consigliere per la sicurezza nazionale di Ali Shamkhani, che nel 2004 fu insignito dell’Ordine di Abdulaziz, la più alta onorificenza saudita, che gli fu assegnata in ragione delle sua attività a favore della distensione tra l’Iran e il mondo arabo. Pure Javad Zarif, il ministro degli esteri iraniano che è riuscito a trovare un modus operandi efficace quanto inedito con i suoi omologhi occidentali, John Kerry in testa, ha dato vita a un vivace alterco con al-Jubeir durante il primo summit del nuovo round di Vienna sulla crisi siriana, lo scorso ottobre.

Dalla devastazione siriana al caos iracheno, alla nuova arena yemenita, passando per le crisi perenni del Libano e del Bahrain, dove una comunità a maggioranza sciita è governata da un monarca sunnita filo-saudita, Teheran e Riyadh si trovano sempre su sponde opposte, rimanendo determinate a fronteggiare il wahhabismo da un lato e l’ingerenza sciita-persiana dall’altro. Nel frattempo i due paesi hanno alzato le barricate pure in seno all’Opec, dove la mancanza di una strategia condivisa ha contribuito alla riduzione del prezzo del greggio sino agli attuali 27 dollari al barile.

Il confronto sui vari fronti delle varie battaglie seguirà di pari passo quello diplomatico. Riyadh si è mossa d’anticipo e ha ispirato la rottura dei rapporti diplomatici tra Teheran e due altri paesi nella sua orbita, Bahrain e Sudan – che sino a pochi anni fa era un alleato fermo della Repubblica islamica – e il declassamento delle relazioni tra l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, che da oggi verranno rappresentati da incaricati d’affari nelle rispettive capitali nonostante un interscambio commerciale annuo – frutto soprattutto dell’utilizzo di Dubai come porto di transito di beni di tutti i tipi verso l’Iran – dal valore di quindici miliardi di dollari.

La sfida politico-diplomatica farà molto probabilmente ora tappa in Iraq, dove si è insediato da appena due settimane il primo ambasciatore saudita da un quarto di secolo a questa parte. Da tempo i sauditi cercano di spingere verso la propria orbita il governo di Haidar al-Abadi, togliendo così all’Iran un alleato conquistato tra mille sforzi.

Rimane però da vedere se il fronte della fermezza continuerà a tener testa in ambedue le capitali. Mentre la dirigenza saudita ha spesso manifestato la propria contrarietà alla Repubblica islamica e ha accettato con molta riluttanza l’accordo nucleare tra l’Iran e il 5+1, al-Jubeir ha lasciato la porta socchiusa al dialogo, ammettendo ieri alla stampa che i rapporti potrebbero venir ristabiliti qualora l’Iran “cessi di essere un paese rivoluzionario” e “diventi uno normale”.

A Teheran intanto continuano le prese di posizione contro gli assalti all’ambasciata saudita e al consolato a Mashad. Mentre la leadership politica ripete all’unisono che tali atti sono illegali e inaccettabili, Hashemi Rafsanjani ha esortato i due Paesi a non dar vita a “guerre e conflitti all’interno del mondo dell’Islam”, tentando così di trovare uno spiraglio di ecumenismo per smorzare la profonda crisi in corso.

Ma Teheran e Riyadh non sembrano attualmente in grado di poter parlarsi senza l’intercessione dell’Occidente. Dopo Federica Mogherini e il ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz, è toccato a John Kerry contattare domenica i due ministri degli esteri, al-Jubeir e Javad Zarif, per invitarli ad adoperarsi per ridurre la tensione. Dopo aver assistito da fuori al deterioramento costante dei rapporti tra i due, l’Occidente sembra essersi messo in pista per impedire un’ulteriore impennata della tensione, che potrebbe portare verso un conflitto diretto tra i due paesi. Detto diversamente, il Medio Oriente ha iniziato il 2016 nel peggiore dei modi.

 

(tratto da Ytali.com)

 

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